mercoledì, Dicembre 19, 2018
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HIV, scoperto come persiste nel nostro sistema immunitario

Il virus induce alterazioni genetiche nelle cellule T, con l’obiettivo di sfruttarle come “rifugio”. La scoperta italiana al San Raffaele.

Quando infetta le cellule T del sistema immunitario, il virus dell’HIV ne altera l’espressione genica e ne favorisce la sopravvivenza. Crediti immagine: NIAID, Flickr

RICERCA – Una delle caratteristiche che rende l’HIV un virus particolarmente fastidioso per il nostro organismo e che fa sì che non sia per nulla semplice capire come riuscire a debellarlo è il fatto che la proliferazione del virus non si può al momento arrestare, ma solamente inibire, limitare, attraverso la terapia antiretrovirale. Il problema è che non appena si interrompe la terapia, il virus riprende la sua corsa, come se avesse potuto contare su una “riserva” di cellule T (quelle che il virus attacca per diffondersi), un serbatoio a cui attingere nel momento del bisogno. L’origine e i meccanismi attraverso cui questa riserva virale rimane attiva nei malati sono tuttavia ancora ignoti.

Oggi però si apre una nuova strada verso una possibile risposta. Per la prima volta un gruppo di ricercatori dell’Istituto San Raffaele Telethon per la Terapia Genica (SR-Tiget), in collaborazione con l’Ospedale San Raffaele è riuscito a osservare il meccanismo alla base del mantenimento di questo serbatoio virale. Un risultato pubblicato su Nature Communications e reso possibile grazie ai finanziamenti di della Fondazione Telethon, del Ministero della Salute e della Bill and Melinda Gates Foundation.

Il virus dell’HIV, nel momento in cui infetta le cellule T regolatorie– un gruppo di cellule del sistema immunitario – e integra il suo genoma vicino a due geni specifici, STAT5B e BACH2, li attiva e di conseguenza promuove la proliferazione ed estende la longevità di queste cellule, che vanno a costituire la riserva virale. Il virus HIV è in grado quindi di indurre alterazioni genetiche in un sottotipo di cellule del sistema immunitario, con l’obiettivo di sfruttarle come “rifugio”.

“Non è un caso che questa importante scoperta sia avvenuta all’interno di una ricerca sulla terapia genica”, spiega a OggiScienza Eugenio Montini, capo dell’Unità di Biosicurezza della terapia genica e mutagenesi inserzionale del SR-Tiget. “Utilizziamo infatti il virus dell’HIV, ovviamente inattivato, come vettore lentivirale per la terapia genica, cioè come vettore per correggere i geni difettosi alla base di alcune malattie genetiche”.

In particolare i ricercatori hanno osservato che i pazienti malati di HIV mostravano di avere nelle cellule del sangue un’alterazione di questi due particolari geni – STAT5B e BACH2 – coinvolti nella regolazione della sopravvivenza delle cellule T-regolatorie. “In questi pazienti è come se le cellule T, grazie alla presenza di questi geni specifici, diventassero immortali – continua Montini – durando anche fino a 10 anni nel corpo del paziente. Una volta osservata questa caratteristica genetica comune nei pazienti, abbiamo coinvolto i virologi del San Raffaele”.

Si tratta di una scoperta molto importante, perché fra le funzioni delle cellule T regolatorie c’è proprio la modulazione della risposta immunitaria e il fatto che HIV ne influenzi la sopravvivenza e la proliferazione, potrebbe significare che anche quest’ultimo è importante nel proteggere il virus stesso, contenendo per esempio l’attacco di altri linfociti.

“Il ruolo giocato da questi due geni integrati nel genoma del virus dell’HIV è tuttavia solo uno dei meccanismi che ipotizziamo possano essere alla base della persistenza del virus e della formazione di questo serbatoio virale” ci spiega Daniela Cesana, prima autrice dello studio.

“I nostri prossimi passi saranno anche nella direzione di indagare altri possibili meccanismi coinvolti, altri geni che entrano in gioco nella modulazione delle cellule T. Inoltre, al momento abbiamo lavorato su cellule del sangue – continua Cesana – ma ci interessa anche lavorare su altri tessuti per capire se avvengono meccanismi simili anche in altre parti del corpo”. Infine, questo studio apre nuovi orizzonti per lo sviluppo di terapie farmacologiche mirate in modo specifico a interferire con l’attività di questi geni al fine di eradicare definitivamente l’infezione da HIV.

@CristinaDaRold

Leggi anche: La suscettibilità dei linfociti T all’infezione del virus dell’HIV

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Cristina Da Rold
Giornalista freelance e consulente nell'ambito della comunicazione digitale. Soprattutto in rete e soprattutto data-driven. Lavoro per la maggior parte su temi legati a salute, sanità, epidemiologia con particolare attenzione ai determinanti sociali della salute, alla prevenzione e al mancato accesso alle cure. Dal 2015 sono consulente social media per l'Ufficio italiano dell'Organizzazione Mondiale della Sanità. Il mio blog: www.cristinadarold.com Twitter: @CristinaDaRold

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