#ClassiciRiscoperti: La lingua usata come arma in Babel-17 di Samuel R. Delany

Con questo articolo si apre una serie di approfondimenti sulle idee scientifiche alla base di alcuni classici più o meno noti della fantascienza internazionale. Nella prima puntata: l'ipotesi di Sapir-Whorf ispira un'arma micidiale in un classico vincitore del Premio Nebula nel 1967.

STRANIMONDI – La guerra che ha messo di fronte l’Alleanza terrestre agli Invasori ha oramai raggiunto uno stallo, con le due fazioni divise rigidamente che cercano senza successo di prevalere sul nemico, diventando così padroni dello spazio cosmico. L’equilibrio però rischia di essere rotto da un misterioso codice cifrato che il comando terrestre ha intercettato e battezzato Babel-17: potrebbe nascondere le coordinate del prossimo forse decisivo attacco per un’umanità che è oramai stanca della guerra. Rydra Wong, la poetessa esperta di linguaggi che viene incaricata dall’Alleanza di decifrare Babel-17, scopre però presto che non si tratta di un codice cifrato, ma di una lingua vera e propria, che ha il potere di modificare la struttura del pensiero di chi la parla e trasformarlo in un automa che ha come solo scopo attaccare e distruggere i terrestri.

La copertina di Babel-17 realizzata da Giacomo Callo per l’edizione in Urania Collezione nel 2007.

Il romanzo di Samuel R. Delany si appoggia pesantemente sull’ipotesi Sapir-Whorf, nota anche come “ipotesi della relatività linguistica”, che prende il nome dai due studiosi che tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento l’hanno messa a punto. Secondo questa interpretazione del linguaggio, quello che possiamo pensare sarebbe influenzato dalla lingua che parliamo. Estremizzando il concetto, l’ipotesi di Sapir-Whorf può portare a ipotizzare che il modo in cui ci esprimiamo linguisticamente determini ciò che pensiamo. Uno studio classico, che esemplifica l’ipotesi, è opera dello stesso Whorf. Studiando il modo di identificare ciò che per noi è semplicemente come neve, Whorf scopre che gli Inuit usano molte più parole. Indicando cioè gli stessi oggetti (“le nevi”), chi parla inglese e chi parla la lingua Inuit ha a disposizione una o molte parole, motivo per il quale anche la visione del mondo dei due gruppi cambia profondamente. E sì, non è strano che vi venga in mente Il senso di Smilla per la neve di Peter Hoeg…

All’epoca della pubblicazione di Babel-17, nel 1966, l’ipotesi di Sapir-Whorf non è ancora stata grossomodo confutata e, anzi, è praticamente una delle idee più avanzate nello studio della linguistica. Delany, ancora giovanissimo (ha ventitré anni quando lo scrive), dimostra una sensibilità per le novità scientifiche in ambito linguistico che fa il paio con il suo interesse per il rinnovamento e la sperimentazione del linguaggio della fantascienza. Ma come potrebbe funzionare una lingua come Babel-17 che induce a pensare alla fazione terrestre solo come un nemico da distruggere? «Trattandosi di un linguaggio artificiale», suppone Davide Crepaldi, neuroscienziato cognitivo della SISSA di Trieste e studioso in particolare del rapporto tra linguaggio e lettura, «si può per esempio sbilanciare l’equilibrio tra parole di valore negativo e quelle di valore positivo. Si potrebbe cioè immaginare di dare etichette lessicali diverse a quello che noi chiamiamo semplicemente “odio”: una per “odio nei confronti di altri esseri umani”, un’altra per “odio con rabbia”, un’altra ancora per “odio con violenza” e così via”. Seguendo l’ipotesi di Sapir-Whorf, questo sbilanciamento potrebbe produrre gli effetti che Delany descrive nel romanzo. Crepaldi, però, sottolinea come non ci sia letteratura scientifica che possa provare o meno l’efficacia dello stratagemma.

Un giovane Samuel R. Delany.

Un aspetto interessante di Babel-17 che Rydra Wong sottolinea in più punti della storia è l’economicità della lingua: concetti che in inglese (o in italiano) hanno bisogno di molte parole per essere espressi, in Babel-17 sono condensati in una sola parola. È un fenomeno che dà l’impressione a chi pensa di Babel-17 di vedere il mondo al rallentatore. Al di là della finzione romanzesca, questo tipo di condensazione sembra avere a che fare con le etichette lessicali. Per esempio, posso fare dire “la disciplina scientifica che studia gli oggetti celesti”, oppure posso dire semplicemente “astronomia”. In linea di principio, quindi, è su questo piano che gli Invasori hanno dovuto agire per sviluppare la loro arma linguistica.

La copertina dell’edizione nei Classici di Urania del 1988.

Delany, tuttavia, non si lascia mai andare troppo ai dettagli, se non per sottolineare come Babel-17 sia una lingua priva del pronome “io” o di qualunque altra forma di giro di parole per indicare l’individualità. Nella secca divisione in due fazioni del mondo romanzesco, che in qualche misura riecheggia i due blocchi della Guerra Fredda, questa caratteristica sembra una allusione alle idee collettivistiche del regime comunista. Babel-17, infatti, portando all’estremo l’ipotesi di Sapir-Whorf diventa quasi un linguaggio di programmazione simile a quello dei computer. Il suo effetto principale sarebbe quello di resettare la mente del parlante in modo da trasformarlo a sua volta in un’arma spietata e priva di senso di colpa personale per quello che fa. «Il problema con questo tipo di ipotesi», spiega Crepaldi, «è l’impossibilità di capire quale sia la causa e quale l’effetto». Tornando per un attimo agli Inuit di Whorf, è la loro capacità percettiva (dovuta alla loro esposizione continua a un certo ambiente) che determina i diversi nomi della neve nella lingua, o è il fatto che io ho a disposizione un certo numero di parole che fanno sì che io le usi, e quindi modifichi di conseguenza il mio modo di vedere il mondo?

Rispetto alle fascinazioni del romanzo di Delany, la linguistica ha decisamente preso altre strade, mettendo da parte l’ipotesi di Sapir-Whorf, che però di tanto in tanto riaffiora, come per esempio in questo articolo del New Scientist, forse proprio in forza del proprio fascino. Quello che ha ispirato Delany a scrivere Babel-17, un romanzo che però non è solamente un racconto di idee e di come queste possano avere effetti sulle vicende umane. Perché Babel-17 è anche un romanzo pieno d’azione, di guerra, di curiose forme di vita, di originali strutture familiari, di riferimenti alla cultura psichedelica degli anni Sessanta. E come la migliore fantascienza, intrattiene ma lascia qualche seme per una riflessione più profonda sulla natura umana.

Leggi anche: Dadi, carte e pianeti

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3 Commenti su #ClassiciRiscoperti: La lingua usata come arma in Babel-17 di Samuel R. Delany

  1. Mr Heisenberg 2 // 7 ottobre 2017 alle 21:31 // Rispondi

    Ma non è reale questa teoria , se io guardo il cielo e conosco solo la parola stelle , un mio contemporaneo che conosce termini quali , stelle, soli , galassie , ammassi stellari etc. , vedrebbe quello che vedo io , nello stesso cielo , a parte le differenze cerebrali , di occhi insomma o no ?.

    • È proprio lì che si annida la forza della questione. Ed è nettamente più importante quando si sta parlando di oggetti astratti. Prova a immaginare la forza dell’idea di “nazione” tra fine Settecento e Ottocento, quando non esistevano l’Italia o la Germania. Oppure l’idea di “bosone di Higgs”: non è che prima che Higgs la immaginasse e la “risolvesse” matematicamente essa non esisteva: non avevamo la parola per indicarla. Poi l’ipotesi di Sapir-Whorf ha avuto contraccolpi, anche bruschi, ma quando scriveva Delany, era ancora piuttosto cutting-edge.

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