Il microbiota dell’apparato riproduttivo femminile

Nell’articolo su Nature Communications gli scienziati si riferiscono alla loro scoperta definendola un continuum di flora batterica che cambia qualitativamente e quantitativamente dalla vagina fino alle ovaie.

Diversi fattori influenzano la composizione della flora batterica vaginale, tra i principali vengono citati età, stile di vita, metodo di contraccezione e ciclo mestruale. Crediti immagine: Pixabay

RICERCA – L’apparato riproduttivo femminile ospita una flora batterica diversificata e l’eccesso di certe specie di batteri su altre è collegata ad alcune delle patologie più frequenti fra le donne in età fertile. Lo dimostra una ricerca pubblicata su Nature Communications, suggerendo che il semplice prelievo di un campione di cellule della vagina potrebbe in futuro essere utile nella diagnosi di mioma all’utero e di altre anomalie che compromettono la fertilità.

Chen Chen, che firma per prima l’articolo, e i colleghi cinesi, in collaborazione con ricercatori norvegesi e danesi, hanno raccolto i campioni cellulari di un centinaio di donne in età fertile con patologie dell’apparato riproduttivo la cui origine, almeno finora, non è riconducibile a cause di natura batterica. Per includere nell’analisi tutti i differenti microhabitat, i campioni provenivano da sei diversi punti del tratto riproduttivo, tra cui vagina, utero e tube di Falloppio.

Per ciascun campione i ricercatori hanno estratto il DNA e analizzato la sequenza di 16S rRNA, un gene che codifica in tutti i batteri una delle subunità dei ribosomi (organuli cellulari che intervengono nella sintesi proteica). Studiando la sequenza del gene, che muta lentamente nel corso dell’evoluzione, e utilizzandola come una “firma” molecolare, Chen e collaboratori sono riusciti a distinguere una specie batterica da un’altra, descrivendo la composizione della flora batterica in tutti i punti esaminati.

Questo esperimento è il primo che dimostra l’esistenza di comunità distinte di batteri nell’intero tratto riproduttivo femminile, diversamente da studi passati in cui lo si riteneva, a eccezione della vagina, un ambiente completamente sterile (anche se la presenza di batteri nell’utero era già stata rilevata). Nell’articolo su Nature Communications gli scienziati si riferiscono alla loro scoperta definendola un continuum di flora batterica (microbiota), che cambia qualitativamente (cioè per specie batterica) e quantitativamente (cioè per numero di batteri) dalla vagina fino alle ovaie, “sfidando la visione tradizionale secondo cui il feto umano si sviluppa in un ambiente sterile”.

Diversi fattori influenzano la composizione della flora batterica vaginale, la più studiata in condizioni fisiologiche, cioè in assenza di infezioni. Tra i principali vengono citati età, stile di vita, metodo di contraccezione e ciclo mestruale. Anche nelle comunità di batteri studiate da Chen e colleghi sono emerse alcune differenze a seconda della fase del ciclo mestruale nella quale erano stati prelevati i campioni. Nella fase proliferativa, in genere corrispondente alla seconda settimana del ciclo, le comunità batteriche di utero e vagina crescevano più che nella fase secretiva, cioè nei giorni immediatamente successivi all’ovulazione. Secondo gli scienziati, questo dato lascia supporre che il microbiota utero-vaginale potrebbe variare insieme al ciclo mestruale, probabilmente risentendo dei cambiamenti ormonali e di pH dell’ambiente cellulare (come era già stato ipotizzato per la flora batterica della vagina).

Per individuare una possibile relazione tra microbiota e alterazioni patologiche del tratto riproduttivo, i ricercatori hanno inoltre esaminato le differenze nella composizione del microbiota tra donne con disturbi frequenti in età fertile, tra cui adenomiosi (una condizione patologica in cui il rivestimento dell’utero, l’endometrio, sconfina nel rivestimento muscolare della parete uterina) e miosi uterina (una forma di tumore benigno all’utero). Anche in questo caso piccole variazioni nella composizione del microbiota, come la relativa sovrabbondanza di una specie, erano associate a uno stato patologico preciso. La flora batterica della vagina e della cervice uterina, per esempio, era più ricca in lactobacilli (i batteri a cui viene normalmente attribuito l’abbassamento di pH nella vagina) nelle donne con mioma all’utero rispetto alle donne senza mioma.

Che il microbiota vaginale influenzasse la funzionalità riproduttiva si sapeva già da qualche anno, specialmente per quanto riguarda gli effetti sul rischio di parti prematuri. I nuovi dati ottenuti da Chen e collaboratori si aggiungono ad altri che descrivono un mondo in gran parte poco conosciuto, ma che potrebbe fornire informazioni preziose per individuare alcune patologie dell’utero, anche se studi ulteriori e a lungo termine su campioni più numerosi di pazienti sono ancora necessari.

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Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

Informazioni su Sara Mohammad ()
Neurobiologa di formazione. Attualmente frequento il primo anno del master in Comunicazione della Scienza alla SISSA di Trieste.

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