Una nuova tecnica di caccia per le balenottere

Sfruttando le peculiarità dell'ambiente i cetacei spesso "inventano" nuove tecniche di caccia. Ora alla lista si aggiungono le balenottere di Eden, osservate nel golfo del Siam

Le balenottere di Eden intente nel tread-water feeding. Fotografia di Takashi Iwata

ANIMALI – Se volessimo definire il concetto di “cultura” potremmo dire che è l’insieme di conoscenze, tradizioni, opinioni che caratterizzano un gruppo di persone e che vengono continuamente trasmesse rendendolo diverso dagli altri.

Fino a pochi decenni fa parlare di cultura al di fuori della nostra specie, intesa come la possibilità degli individui di apprendere gli uni dagli altri abitudini tali da creare una diversità comportamentale tra i gruppi, avrebbe scatenato un certo scetticismo. La cultura era qualcosa di prettamente umano, un aspetto unico della nostra specie che non eravamo pronti a condividere. Un ponte tra noi e gli animali è arrivato dagli studi sui cetacei, quando di fronte a vari comportamenti, osservati dall’oggi al domani e solo in precise popolazioni, gli scienziati hanno deciso di vederci chiaro.

Nel 1980 sono state le megattere (Megaptera novaeangliae) a dare lo spunto a questo filone di ricerca. Un gruppo di ricercatori le stava osservando cacciare e si aspettava di assistere a una bubble net, una tecnica ormai ben nota nella quale i grossi cetacei intrappolano i pesci in una rete di bolle, per mangiarli. Ma sono rimasti sorpresi quando, prima di creare la rete di bolle, le megattere hanno dato un colpo di coda alla superficie dell’acqua, forse per stordire le prede.

Il comportamento è stato ribattezzato lobtailing e, negli anni a venire, è stato osservato in altre circostanze, sempre legato alla ricerca di cibo. Come si diffondeva questa tecnica nuova? Chi la insegnava agli altri? Sfruttando un’impressionante mole di dati, 700 000 avvistamenti di oltre 600 megattere diverse, gli scienziati hanno tracciato una mappa della diffusione del lobtailing. Così hanno scoperto che gli animali imparavano gli uni dagli altri.

Anni dopo altri cetacei avrebbero mostrato come, sfruttando a proprio vantaggio le peculiarità dell’ambiente, vari gruppi di animali possono inventarsi strategie uniche. Era la volta dei tursiopi di Florida Bay, che si cimentavano – e si cimentano tuttora- nel mud ring feeding, una tecnica di caccia che sfrutta le acque basse della baia. Un piccolo gruppo di tursiopi si avvicina alle prede, solitamente un banco di cefali, e uno di loro comincia a girare vorticosamente in circolo intorno ai pesci creando una cortina di fango. Poi si riunisce ai compagni e, tutti insieme, sono pronti per il pranzo quando i cefali “accecati” dal fango saltano fuori dall’acqua.

Via via che gli scienziati hanno disposizione nuovi strumenti diventa chiaro che c’è un mondo di queste abilità ancora da scoprire. Le balenottere di Eden (anche chiamate balenottere di Bryde), enormi cetacei che possono raggiungere i 15 metri per anche 20 tonnellate di peso, si sono appena aggiunte alla lista. A documentarlo è uno studio pubblicato su Current Biology, dove gli scienziati riportano la prima osservazione di una tecnica di alimentazione “passiva” tra i misticeti (i cetacei dotati di fanoni) nel golfo del Siam, tra Malesia, Thailandia, Cambogia e Vietnam.

Finora la tecnica più studiata era il lunge feeding, nel quale i misticeti procedono a bocca spalancata e ingoiano enormi quantità di acqua insieme ai pesci che vi stanno nuotando dentro. Si tratta di una caccia attiva a tutti gli effetti, perché i cetacei inseguono le prede e poi le catturano. Ma le balenottere di Eden sfruttano un sistema ben più rilassato: sollevano la testa salendo fino in superficie, lasciando che l’acqua e le loro prede semplicemente ci finiscano dentro. I ricercatori l’hanno ribattezzato tread-water feeding e secondo loro è possibile che stiano imparando le une dalle altre, perché hanno osservato cimentarsi nella tecnica anche otto coppie di adulti insieme ai loro piccoli.

Takashi Iwata, primo autore dello studio, stava studiando le balenottere nel golfo insieme ai colleghi quando si è trovato davanti questo comportamento, inaspettato come lo era stato il lobtailing per i primi scienziati che l’hanno visto di persona. I cetacei non si spostavano alla ricerca di prede, anzi, non si spostavano affatto: risalivano in superficie e trattenevano l’acqua per vari secondi. In 58 occasioni i ricercatori hanno visto 31 diverse balenottere servirsi di questa strategia: mentre risalivano e spalancavano la bocca, racconta Iwata, le acciughe nei dintorni sembravano quasi perdere il senso della direzione e finivano dritte in pasto ai cetacei, trascinate dalla corrente.

Come per i delfini in Florida, anche qui le caratteristiche dell’ambiente potrebbero aver giocato un ruolo importante: le acque della parte settentrionale del golfo sono povere di ossigeno a causa dei liquami portati dai fiumi che vi sfociano, ed è possibile che i pesci che vi abitano sfruttino le acque più superficiali. Da qui, la necessità di inventarsi una strategia ad hoc per catturarle, probabilmente un comportamento culturale, dice Iwata, appreso e trasmesso nel gruppo sociale a scopo di sopravvivenza. Ma serviranno altri studi per andare a fondo della questione, e scoprire ad esempio perché le acciughe sembrino andare nel panico quando si avvicina la possibilità di essere “risucchiate”.

@Eleonoraseeing

Leggi anche: Il costo della fuga per i cetacei

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Informazioni su Eleonora Degano ()
Giornalista pubblicista, traduttrice e science writer. Collabora con varie realtà come National Geographic Italia, OggiScienza, IN3D dove scrive soprattutto di etologia e cognizione animale e si occupa di copywriting scientifico. Nel 2016 ha vinto il Premio Giornalistico Riccardo Tomassetti - Premio Speciale in Virologia e nel 2017 il premio giornalistico "SID- Diabete Ricerca" promosso dalla Società Italiana di Diabetologia

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