Le nuove esplorazioni che servono all’Artico

Se in passato era la ricerca dei passaggi di Nord-Est e Nord-Ovest a spingere gli esploratori, la gran parte dei navigatori di oggi sono mossi da un’urgenza commerciale e politica, prima che scientifica e naturalistica.

È necessario ridefinire una nuova geografia sottomarina dell’artico, per essere pronti quando estrarre petrolio e gas dai fondali artici diventerà davvero conveniente. Crediti immagine: Pixabay

SPECIALE DICEMBRE – Il circolo polare artico è sotto attenta osservazione come non succedeva dai tempi dei viaggi della Norge di Umberto Nobile o del Nautilus di Hubert Wilkins. Gli scenari mitici delle epopee esplorative dell’artico sembrano però, a ben vedere, solo evocati. Lo scorso 19 dicembre, per esempio, al congresso del Stati Uniti è approdata una proposta di legge che ha l’intento di sbloccare dopo quasi quarant’anni le concessioni di trivellazioni sul territorio nell’Arctic National Wildlife Refuge, la riserva ambientale situata nel Nord Est dell’Alaska, affacciata sui mari dell’artide. Secondo le stime, nel sottosuolo del parco, e solo nella zona costiera più a nord (la cosiddetta area 1002), sono stipati circa 12 miliardi di barili di greggio, un prezioso bottino energetico che corrisponde a una frazione dell’intero potenziale del circolo polare artico. Questa regione, finora quasi del tutto inaccessibile, si sta gradualmente trasformando in un’area decisiva per le sorti del pianeta.

I giacimenti di oro, diamanti e nickel, tra i più estesi della Terra, vengono già sfruttati a pieno regime e il sempre più veloce ritirarsi dei ghiacci, unito allo scioglimento del permafrost, sta facilitando l’accesso anche a petrolio e gas naturale, pari secondo i calcoli dell’UGS, alle cifre astronomiche di, rispettivamente, 90 miliardi di barili e più di 45mila miliardi di metri cubi. Lo scioglimento del pack ha inoltre allungato il periodo d’accesso al passaggio a Nord-Est nel mare di Chuckchi, più corto rispetto alla strada che passa da Suez e quindi strategico per le rotte commerciali che dal Nord Europa arrivano all’Asia e all’Estremo Oriente.

Nonostante le condizioni climatiche paradossalmente favorevoli nell’emergenza del riscaldamento globale, gli appetiti sul circolo polare artico, comprese le frettolose iniziative del partito repubblicano e dell’amministrazione Trump sull’ANWR, non troveranno tuttavia una risoluzione così veloce, e anzi c’è chi prevede che l’artico non potrà essere sfruttato per nuovi giacimenti se non prima di almeno una decina d’anni.

Le associazioni ambientaliste sono naturalmente in cima alla lista degli oppositori delle perforazioni nei mari ghiacciati del Nord, il ramo americano della compagnia italiana Eni, per esempio, ha incassato subito un muro contro muro, in particolare dal Center for Biological Diversity, nonostante il via libera alle esplorazioni del Bureau of Ocean Energy.

Ma a reagire con perplessità sono anche alcune delle stesse compagnie che dovrebbero avvantaggiarsi di una eventuale nuova campagna di scavo proprio sulla riserva alaschiana. Gli ostacoli burocratici, politico-diplomatici e, soprattutto, tecnici sono infatti ancora troppo consistenti per avventurarsi nei progetti di espansione della Casa Bianca.
Il primo contenzioso tra i quattro Paesi principalmente coinvolti – Stati Uniti, Canada, Russia e Norvegia – riguarda il limite di 200 miglia riconosciuto dal diritto internazionale come “zona esclusiva di sfruttamento economico”. Questo confine convenzionale non contempla tuttavia tutte le potenziali risorse disponibili, che potrebbero situarsi anche ben oltre il limite delle 200 miglia. Proprio per questa eventualità, diverse squadre di ricerca oceanografica sono già al lavoro da diversi anni per scandagliare i fondali, con la Russia impegnata in un eccezionale aumento della presenza militare nell’area settentrionale della Siberia dopo l’abbandono post guerra fredda.

Se le nuove flotte di rompighiaccio e di sommergibili riuscissero a confermare, dati alla mano, che il limite siberiano si estende oltre le 200 miglia, la Russia avrebbe ragione di rivendicare il diritto di sfruttamento offshore non solo per vie puramente diplomatiche.
Ma mentre il Canada – l’altra potenza con l’affaccio più vasto sull’artico – è tra le contendenti la nazione con norme più rigide per il controllo dell’inquinamento, la Russia, con 25 miniere attualmente in attività, è già la più inquinante e l’individuazione di nuovi giacimenti di petrolio nell’ambiente artico non può che aggravare l’impatto sull’ecosistema.

I rilevatori sismici utilizzati in questi casi nel fondale marino provocano infatti un elevato inquinamento acustico: i cannoni di cui sono dotate le navi di perlustrazione sparano un forte getto d’aria compressa sul fondale, producendo un suono fino a 250 decibel – in confronto, il suono del lancio di uno shuttle è poco meno di 200 decibel – ogni dieci secondi e ininterrottamente durante un’esplorazione, che può durare anche intere settimane. Gli effetti ricadono inevitabilmente sulla fauna marina e quindi sulle popolazioni che ne traggono sostentamento, oltre ai possibili danni dovuti a fuoriuscita di petrolio.

È necessario quindi ridefinire una nuova, più dettagliata geografia sottomarina dell’artico, e bisogna farlo piuttosto in fretta, nel giro di dieci o massimo venti anni, secondo Michael Byers, professore di politica e diritto all’Università della Columbia Britannica e autore di Who owns the Artic? , per essere pronti quando estrarre petrolio e gas dai fondali artici diventerà davvero conveniente.

Per rispondere a questa esigenza, nuove e più accurate esplorazioni scientifiche sono già state avviate, per esempio dalla National Science Foundation e dall’U.S. Geological Survey, insieme ad altre decine di progetti consultabili nell’Artic Research Map Application che fornisce una sintesi corredata da mappe di tutte le principali ricerche attualmente in corso nella zona dell’artico compresa tra l’Alaska e la Groenlandia, o con lo Scientific Commitee on Antartic Research (SCAR), una commissione interdisciplinare guidata dall’International Council for Science, che prevede anche la messa a punto di un database delle più aggiornate mappe topografiche dell’artico finora disponibili.

Il Consiglio Nazionale delle Ricerche, l’Enea, l’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale, il Centre for Maritime Research and Experimentation della NATO hanno supportato la campagna High North 17 della Marina Militare e dell’Istituto Idrografico, inoltrandosi nei mari dell’artico per la prima volta dopo le storiche spedizioni di Umberto Nobile del 1928.

Le attività di ricerca della nave Alliance sono iniziate a Reykjavik il 9 luglio e sono terminate a Tromso il 29 luglio 2017, coprendo 650 Km2 di aree inesplorate per la raccolta di dati relativi all’atmosfera, alle masse d’acqua e ai fondali marini dell’artico. I riusultati, presentati al pubblico lo scorso settembre saranno oggetto di ulteriori studi e comprendono in sostanza una mappatura delle nuove correnti dell’artico, utili per facilitare le rotte in previsione di nuovi percorsi di navigabilità – in particolare è stata individuata la presenza di una corrente d’acqua più densa e fredda frutto delle variazioni climatiche e che potrà influenzare le future dinamiche oceaniche – e dei fondali di aree inesplorate, al fine di garantire la tutela del fragile ambiente marino dell’Artide e per un consentire un migliore orientamento nelle esplorazioni.

Leggi anche: A caccia di ghiaccio nero

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

2 Commenti su Le nuove esplorazioni che servono all’Artico

  1. certo è proprio così ….

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