Non c’è più la plastica di una volta

Con le bioplastiche in un certo senso la tecnologia è tornata alle origini della storia della plastica, privilegiando materiali di origine vegetale a quelli di origine fossile.

Le bioplastiche non possono essere abbandonate nell’ambiente ma, per degradarsi in tempi rapidi, devono essere all’interno di ambienti controllati, come gli impianti di compostaggio industriale. Crediti immagine: Pixabay

APPROFONDIMENTO – Erano gli anni sessanta dell’ottocento: la moda del gioco del biliardo si era diffusa in tutto il mondo e a pagarne le spese erano gli elefanti, perché le palle da biliardo erano fatte di avorio. Una fabbrica di New York nel 1863 offrì un ingente premio in denaro a chi avesse trovato un materiale alternativo all’avorio, e fu così che John Wesley Hyatt, tipografo, inventò la celluloide, a partire da materie prime di origine vegetale, la cellulosa e la canfora. Essa fu usata per costruire tanti tipi di oggetti, ma diventò importantissima quando, nel 1889, la Kodak adottò la celluloide per le sue pellicole cinematografiche. Era nata la prima materia plastica artificiale. Da allora la plastica ha accompagnato lo sviluppo del mondo contemporaneo in un susseguirsi di innovazioni: da quando negli anni trenta il petrolio è diventato materia prima della plastica, sono stati sviluppati i polimeri che ancora oggi sono a disposizione della tecnologia e dei suoi avanzamenti in tutti i settori.

Con le bioplastiche che oggi fanno tanto discutere, delle cui caratteristiche abbiamo parlato qui, in un certo senso la tecnologia è tornata alle origini della storia della plastica, privilegiando materiali di origine vegetale – e dunque rinnovabili – a quelli di origine fossile. Ne abbiamo parlato con Vincenzo Piemonte, professore presso l’Università Campus Bio-Medico di Roma, che si è occupato diffusamente della valutazione di impatto ambientale di plastica e bioplastica in svariati lavori scientifici, essendo anche stato consulente del CONAI (Consorzio Nazionale Imballaggi) dal 2007 al 2015.

Con la recente entrata in vigore della normativa riguardante le buste biodegradabili e compostabili, sono fioccate le polemiche…

Vorrei ricordare una vicenda che risale a qualche anno fa: per un certo periodo una famosa marca di acqua in bottiglia ha fatto trasmettere in televisione uno spot pubblicitario in cui lanciava sul mercato bottiglie biodegradabili realizzate in PLA (acido polilattico). Diventò un caso mediatico di cattiva comunicazione, e la ditta venne multata, perché nella pubblicità si finiva con l’incoraggiare le persone a disperdere nell’ambiente le bottigliette quasi fossero un fertilizzante per il suolo. In realtà le bioplastiche per degradarsi in tempi rapidi devono essere all’interno di ambienti controllati, come gli impianti di compostaggio industriale. La normativa italiana di fatto vuole porre un rimedio dettato dal malcostume delle persone: se i singoli individui si comportassero in modo corretto, evitando di abbandonare i rifiuti nell’ambiente e conferendoli in modo adeguato, questa normativa avrebbe forse poco senso di esistere. Poi si può discutere di eventuali vantaggi dell’uso della bioplastica a livello ambientale, ma dipendono molto dal prodotto specifico e dall’uso che gli individui ne vanno a fare.

A proposito di conferimento corretto dei rifiuti, a che punto è lo sviluppo di tecnologie di riciclo per la plastica tradizionale?

Prendiamo per esempio le bottiglie comunemente utilizzate per contenere le bevande: in genere sono fatte di PET (polietilene tereftalato), con il tappo in PP (polipropilene). Per il PET, il processo di riciclo meccanico è ormai maturo, e funziona molto bene: il materiale viene sminuzzato e poi trasformato in fibre tessili, per realizzare tessuti sintetici.(*) Al passaggio successivo di riciclo viene trasformato in fibre utilizzate per imballaggi industriali, per poi essere infine smaltito o in discarica o nei termovalorizzatori. Quindi il PET ha alcuni cicli di vita, non certo infiniti, e più volte si riesce a riciclare lo stesso materiale meglio è. In questo senso è molto promettente lo sviluppo di nuove tecnologie di riciclo chimico: un processo con cui si vanno a smontare i polimeri della plastica nei singoli monomeri di cui sono composti. Questo metodo ha il vantaggio di poter essere reiterato pressoché infinite volte, perché una volta ricondotta la plastica ai suoi monomeri originari, questi possono essere sottoposti a una nuova reazione di polimerizzazione. Così si ottiene una plastica praticamente nuova, con un evidente risparmio di materia prima che verrebbe così riutilizzata un numero molto grande di volte. Questo porterà un miglioramento importante riguardo all’impatto ambientale della plastica tradizionale.

Cosa si può dire riguardo alle bioplastiche? Quali sono i vantaggi e quali i problemi?

Cominciamo analizzando un primo aspetto. Le buste in bioplastica sono realizzate per una percentuale (per legge non inferiore al 40%) da materia prima rinnovabile, e il minor consumo di combustibili fossili è senz’altro un vantaggio. Ho condotto io stesso uno studio in merito, concludendo che il vero vantaggio della bioplastica sta nell’uso di materie prime rinnovabili. Ma il prezzo che si paga rispetto alla plastica tradizionale è anch’esso a livello ambientale, in termini di utilizzo di pesticidi e fertilizzanti, consumo di suolo e di acqua. Le materie prime delle bioplastiche rinnovabili sono infatti tipicamente mais e canna da zucchero, la cui coltivazione massiccia porterebbe a un uso estensivo di pesticidi e fertilizzanti, oppure a un consumo di suolo tale da provocare un rilascio anch’esso massiccio di CO2 in atmosfera, dando un contributo al Global Warming in termini di gas serra che va tenuto in conto.

Esistono dei metodi scientifici per considerare tutte queste variabili quando si vuole analizzare l’impatto ambientale di un prodotto?

Si utilizza un metodo chiamato life cycle assessment: permette di determinare l’impatto di un prodotto sull’ambiente definendo e analizzando una serie di indici di impatto direttamente correlati a produzione, utilizzo e smaltimento del prodotto considerato. Bisogna dunque valutare tutte le emissioni nell’ambiente a partire dalla produzione delle materie prime che servono per un certo prodotto fino allo smaltimento finale del prodotto stesso. Purtroppo questo genere di studi non ha dei risultati univoci: a seconda del peso che si assegna alle varie categorie di impatto, si possono ottenere esiti diversi. Per esempio a seconda che si dia maggior peso all’impatto sulla salute umana o a quello sulle fonti fossili, la valutazione riguardo alla plastica e alla bioplastica può cambiare. Si tratta dunque di analisi che non vanno utilizzate per fare delle comparazioni assolute, ma vanno discusse analiticamente alla luce delle scelte metodologiche operate, per trarne delle valutazioni che possano essere utili.

Un aspetto che preoccupa gli organismi sovranazionali, tra cui la Commissione Europea, è la dispersione dei rifiuti in mare. Qual è il contributo delle bioplastiche in questo senso?

Una busta in plastica tradizionale (le più diffuse sono realizzate in LDPE, polietilene a bassa densità) che finisce in mare impiega anche 200 anni per disfarsi. (*) L’ecosistema marino non è l’unico a subirne le conseguenze: degradandosi, la plastica rilascia nell’acqua delle piccole particelle dette microplastiche che entrano inevitabilmente nel metabolismo della fauna marittima, e da lì anche nel nostro corpo tramite l’alimentazione, con effetti sulla salute che non conosceremo prima di qualche decennio. Le plastiche di origine vegetale invece, quando si disfano, non lasciano residui potenzialmente tossici, almeno quelle che sono fatte 100% di materie prime rinnovabili. In mare possono metterci dai dieci ai quindici anni per disfarsi, dunque danneggiano comunque l’ecosistema marino, ma almeno senza rilasciare microplastiche che possono nuocere alla nostra salute.

Se lei fosse un policy maker, in che settore investirebbe risorse?

Senz’altro nella sensibilizzazione degli individui. La plastica tradizionale e le plastiche di origine rinnovabile dovranno coesistere e prendere strade diverse. Quello che in tutti i casi è imprescindibile è che ognuno di noi le usi correttamente, e serve il contributo dei singoli individui per vincere questa sfida, per dare a ogni materiale la vita più lunga possibile.

Leggi anche: Tormentone biobuste

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

(*) il 30 gennaio abbiamo fatto delle modifiche alla frase perché vi erano delle inesattezze circa il materiale di cui sono fatte le buste di plastica.

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