ANIMALI

C’è spazio per l’omeopatia in veterinaria?

Molte cliniche affiancano un omeopata agli altri specialisti, eppure mancano solide prove scientifiche. Secondo il Royal College of Veterinary Surgeons l'omeopatia non può sostituire le terapie validate, ma solo affiancarvisi

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L’omeopatia è molto diffusa anche in ambito veterinario, percepita come un’alternativa più naturale e meno stressante dei farmaci per trattare gli animali. Foto Pixabay

ANIMALI- Dal veterinario di fiducia ci aspettiamo molte cose. Deve essere competente e aggiornato, avere a cuore il benessere dei nostri animali domestici, non sottoporli a trattamenti inefficaci o inutilmente dolorosi e saperci consigliare al meglio soprattutto nei momenti più critici, quando siamo meno lucidi di fronte a un amico a quattro zampe che soffre. E che, a differenza di un essere umano, non può dirci se la terapia che gli facciamo seguire sta aiutando o meno. È in questo contesto che il dibattito sull’utilizzo dell’omeopatia in veterinaria si fa controverso.

Proprio come non esistono prove convincenti dell’efficacia dei rimedi omeopatici su di noi, dove il massimo che troviamo è un effetto placebo, lo stesso accade per gli animali domestici. Eppure sempre più cliniche si avvalgono – a fianco di specialisti come il fisioterapista, l’esperto di animali esotici o il neurologo – anche di un veterinario che pratica medicine “non convenzionali” come omeopatia, medicina tradizionale cinese, floriterapia o simili. Sia quando i farmaci veterinari non sono riusciti a guarire un animale, sia andando a sostituire del tutto i trattamenti scientificamente provati.

Gli ultimi sviluppi

Nel 2016 una petizione su change.org ha attirato l’attenzione sul tema dell’omeopatia in veterinaria; oltre mille veterinari del Regno Unito firmarono per chiedere al Royal College of Veterinary Surgeons (RCVS) che fosse vietata la prescrizione di rimedi omeopatici agli animali. La risposta fu che era difficile “prevedere una qualsiasi giustificazione” per un divieto. “Pensiamo che i veterinari di oggi dovrebbero offrire la medicina del 21esimo secolo”, commentava amareggiato alla BBC Danny Chambers, veterinario del Devon che aveva dato il via alla petizione. “È stato dimostrato che l’omeopatia non funziona, perciò probabilmente non dovrebbe essere più proposta, anche quando le intenzioni sono buone”.

Alla fine del 2017, dopo un’attesa consultazione sull’etica dell’utilizzo di medicine alternative e omeopatia in veterinaria (e una seconda petizione), è però arrivato il position statement del corpo regolatore britannico. Non si tratta di un divieto ma ha concluso quanto molti si aspettavano: l’omeopatia non ha basi scientifiche.

“L’omeopatia esiste senza prove riconosciute che ne giustifichino l’utilizzo. Per di più non si basa su principi scientifici solidi. Per tutelare il benessere degli animali consideriamo questi trattamenti come qualcosa di complementare e non alternativo ai trattamenti [riconosciuti]”. Si è espresso così il RCVS, aggiungendo che “è vitale proteggere il benessere degli animali affidati alle cure della professione veterinaria e la fiducia che il pubblico ripone nella professione affinché nessun trattamento privo di evidenze riconosciute o solidi principi scientifici vada a sostituire o ritardare quelli che ne hanno”.

In veterinaria come sui pazienti umani

Nell’omeopatia in veterinaria i rimedi sono proposti con lo stesso approccio di quelli umani, ovvero come alternative naturali ai farmaci, sicure ed economiche, che non procurano stress all’animale come farebbe un medicinale ma lo curano nella sua globalità, con un approccio definito olistico e sempre secondo il principio Similia similibus curentur, ovvero “il simile cura il simile”. Vari studi hanno già confrontato i risultati ottenuti con la somministrazione di placebo o rimedi omeopatici, ottenendo ben poco anche se si guarda alla letteratura più recente: nessuna sostanziale differenza ad esempio per il trattamento dell’ipertiroidismo nei gatti o della mastite nelle vacche.

L’omeopatia in veterinaria è molto usata sugli animali da allevamento ma il suo utilizzo è assai controverso; nel 2016 una revisione condotta su 52 studi tra vacche, pollame e suini ha concluso che “l’utilizzo attuale dell’omeopatia non può vantare una sufficiente validità prognostica in termini di efficacia. Se l’obiettivo è un elevato successo terapeutico nei trattamenti, il potenziale dell’omeopatia nel sostituire o ridurre l’utilizzo di antibiotici [promosso in un intervento assai chiacchierato del Principe Carlo qualche tempo fa] può essere validato solo se prove dell’efficacia verranno confermate […]”.

Se per il ricorso all’omeopatia tra umani abbiamo un quadro abbastanza chiaro (in Italia ad esempio la si usa soprattutto nel Nord-Est e la scelgono persone che provengono da contesti socio-culturali elevati) con gli animali la situazione non è così differente. Molti padroni che usano l’omeopatia su di sé la scelgono anche per i propri pet, come accade con la dieta vegetariana, ma c’è anche chi vi ricorre come ultima speranza quando non riesce ad arrendersi all’idea di perdere il proprio animale.

Lo sa bene chi ha avuto la sfortuna di trovarsi di fronte a patologie incurabili e frequentare forum e gruppi per avere sostegno o consigli sulla gestione quotidiana del proprio pet, per aumentare anche di poco la sua qualità della vita. Nel caso dei gatti, e questa è un’esperienza personale, non è raro veder proposte le medicine alternative per la FIP (peritonite infettiva felina), una patologia incurabile  e ancora relativamente rara causata dalla mutazione del coronavirus felino. La progressione della malattia è terribile e di fronte al senso d’impotenza molti proprietari di animali si rivolgono all’omeopatia veterinaria, disperatamente alla ricerca di qualcosa di “naturale” che aiuti il proprio gatto, sottoponendolo in realtà a ulteriori terapie inefficaci.

Un approccio controverso

In un articolo di qualche tempo fa l’American Veterinary Medical Association riporta l’esperienza in omeopatia veterinaria di Monique Maniet. Maniet pratica anche l’agopuntura su animali da affezione e usa l’omeopatia soprattutto su quelli più giovani, perché “non sono stati scombussolati troppo da anni di farmaci, prevenzione della dirofilariosi, eccessiva vaccinazione e via dicendo”. E la loro forza vitale, aggiunge, è ancora forte, dunque “la risposta all’omeopatia è molto più rapida. Se hai un cane molto più anziano e che già assume farmaci la reazione sarà decisamente più lenta e le persone non hanno la pazienza per gestirlo”.

Una pazienza che richiede anche il “non precipitarsi al pronto soccorso per sopprimere quello che la forza vitale sta esprimendo”, ha aggiunto Maniet. Ovvero non bisogna fare nulla se non attendere quando un rimedio omeopatico (non) sta agendo e, in assenza di antidolorifici, l’animale sta evidentemente soffrendo. Questo tipo di farmaci (Maniet menziona il Rimadyl) non sono un’opzione affiancabile al trattamento omeopatico.

Nuovamente ci si chiede: possiamo davvero dire, come per gli umani, che se i rimedi omeopatici non fanno bene non fanno neanche male? Come si concilia una posizione come quella del RCVS – che ammette l’integrazione ma non la sostituzione delle terapie validate con l’omeopatia – con un approccio come quello di Maniet, secondo il quale le terapie validate non possono essere combinate ai rimedi omeopatici? Dipende da molte cose e stabilire che qualcosa “non fa male” è difficile, soprattutto quando un animale la cui salute è nelle mani del suo padrone – e del veterinario – non sta ricevendo cure adeguate o le riceve in ritardo. Anche pagare per terapie non validate, potremmo dire, bene non fa.

Secondo quanto riporta Chris Tufnell, vice-presidente senior del RCVS, la situazione menzionata da Maniet non è affatto rara: in questi casi gli animali domestici vengono spesso lasciati in preda al dolore, proprio perché i proprietari non danno loro gli antidolorifici ma somministrano le alternative omeopatiche.

Tra 2016 e 2017 la AVMA ha delegato a due gruppi di esperti la valutazione della letteratura a disposizione, per arrivare a queste conclusioni: gli studi che riportano di aver ottenuto benefici con prodotti veterinari omeopatici erano aneddotici o imprecisi nella progettazione o nell’analisi dei dati. Eppure secondo molti veterinari omeopati non c’è patologia trattata con farmaci e terapie “convenzionali” che non possa esserlo anche con rimedi omeopatici, il che vale anche per il cancro.

Nosodi ed effetto placebo

In molti casi nell’omeopatia in veterinaria le vaccinazioni vengono sconsigliate, anche quelle obbligatorie per legge, e sostituite dalla raccomandazione dei nosodi. Si tratta di preparati usati anche nell’omeopatia umana e che vengono ottenuti a partire da materiale patologico: agirebbero come i vaccini, ma attraverso un meccanismo differente che “sensibilizza il corpo” e lo porta a reagire velocemente all’esposizione naturale. Secondo Tufnell si tratta di una pratica pericolosa nella quale i vaccini vengono sostituiti da “pillole zuccherate” e la conseguenza è che molti animali muoiono per patologie curabili ma che non vengono trattate adeguatamente, come la parvovirosi canina.

Un altro aspetto legato all’omeopatia in veterinaria è che, secondo molti veterinari che la praticano, sugli animali non si verifica il potentissimo effetto placebo. Ovvero, se un essere umano mangia una caramella convinto che sia un farmaco è possibile che la sua salute migliori grazie a quella caramella, anche se non contiene nessun principio attivo, ma per un cane, una mucca o un gatto non accadrebbe nulla di simile.

In realtà molti scienziati sono di parere diverso, anche se il concetto di placebo si amplia parecchio: in un bell’articolo su BBC del 2016, la giornalista Martha Henriques ha fatto il punto sugli studi già condotti e mostrato che in alcuni casi l’effetto placebo sembra esserci eccome. Anche se spesso ha più a che fare con l’atteggiamento dei padroni degli animali che con gli animali stessi, i quali vengono però influenzati.

Eccezionalmente curiosa è la storia di un cavallo cui erano stati dati degli integratori (molto diffusi in ambito equestre anche quando gli animali non hanno carenze di sorta) durante uno studio per valutarne l’efficacia: nel corso del tempo la proprietaria vedeva il cavallo diventare più forte, agitato, al punto che non era più in grado di controllarlo. Fino a quando ha ritirato il cavallo dallo studio e, gradualmente, l’ha visto ritornare alla normalità. Un solo dettaglio: l’animale aveva ricevuto il placebo e non gli integratori che, precisa Ellen Kienzle, veterinaria e coordinatrice dello studio, in questo caso sono praticamente la stessa cosa.

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Leggi anche: I cavalli leggono il nostro linguaggio del corpo

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Eleonora Degano
Biologa di formazione, oggi giornalista e traduttrice freelance specializzata in zoologia, etologia e cognizione animale; collaboro soprattutto con l’edizione italiana di National Geographic e faccio parte della redazione di OggiScienza. Nel 2017 è uscito il mio primo libro «Animali. Abilità uniche e condivise tra le specie» pubblicato da Mondadori Università. Lo trovate qui ➡ http://amzn.to/2i2diPu

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