Disparità di reddito e ictus: evidenziate nuove correlazioni

Chi appartiene a gruppi socioeconomici meno abbienti ha in media un ictus 7 anni prima. I risultati di uno studio inglese su The Lancet

Un minor benessere socioeconomico è risultato associato a una maggiore incidenza per l’età e per sesso sia del primo ictus ischemico che della prima emorragia intracerebrale. Crediti immagine: Pixabay

SALUTE – Le condizioni economiche e sociali impattano anche su un evento come l’ictus e sulle sue conseguenze. Secondo quanto emerge da uno studio pubblicato a marzo su The Lancet, il gradiente socioeconomico gioca un ruolo anche nel rischio di ictus ischemico e di emorragia intracerebrale. Chi appartiene a gruppi socioeconomici meno abbienti ha in media un ictus 7 anni prima rispetto a chi proviene da contesti socioeconomici più elevati, e nonostante questi pazienti siano più giovani, mostrano una maggiore prevalenza di invalidità pre-ictus e una prevalenza più elevata del diabete rispetto alla media.

Anche quanto a tasso di mortalità a un anno dall’ictus il gradiente era evidente: fra i pazienti delle aree più svantaggiate il rischio di decesso era del 26% più elevato nel primo anno dopo l’ictus rispetto ai soggetti provenienti da aree più benestanti.

Riguardo alle condizioni pre-evento, questo studio fornisce inoltre solide evidenze sul fatto che il diabete potrebbe essere un associato a un rischio di ictus più elevato in popolazioni con basso status socioeconomico. I ricercatori hanno individuato infatti un forte gradiente nel rischio di ictus ischemico in pazienti diabetici e in misura minore in persone con ipertensione e fibrillazione atriale. Sembra inoltre che i fattori di rischio vascolare pre-ictus potrebbero spiegare le disparità apparenti nella sopravvivenza fino al primo anno dopo l’evento.

Il campione esaminato comprendeva pazienti inglesi di età pari o superiore a 18 anni ricoverati in ospedale per un primo ictus ischemico acuto o per una prima emorragia intracerebrale fra il 1 ° luglio 2013 e il 31 marzo 2016. Un totale di 145.324 persone ricoverate, di cui 126.640 (cioè l’87%) per ictus ischemico, 17.233 (il 12%) per emorragia intracerebrale e 1.451 persone (l’1%) per un tipo di ictus indeterminato.

Un minor benessere socioeconomico è risultato associato a una maggiore incidenza per l’età e per sesso sia del primo ictus ischemico che della prima emorragia intracerebrale. Rispetto a chi proveniva da aree più economicamente benestanti, le persone che vivevano nelle aree più svantaggiate avevano il doppio del tasso di incidenza di emorragia intracerebrale. Lo stesso è stato osservato nella proporzione di pazienti con preesistenti  condizioni croniche cardiovascolari prima del primo ictus.

L’associazione tra basso status socioeconomico e un aumentato rischio di ictus ischemico è in realtà ben consolidata, ed è stata dimostrata anche da studi precedenti. Non  mancano tuttavia i risultati contrastanti, per esempio sulla possibile correlazione fra status socioeconomico e disparità nelle cure e quindi con la qualità dei risultati terapeutici risultati dopo l’ictus. C’è anche incertezza sui meccanismi causali fra il livello socioeconomico e il rischio di avere un ictus nel corso della propria vita e quindi non è così chiaro oggi che cosa si può fare per ridurre queste disparità.

Oltre al fatto che la valutazione stessa del rischio cardiovascolare non è ancora oggi così semplice. Negli stessi giorni mentre veniva pubblicato questo studio su The Lancet, ne veniva pubblicato un altro su PLOS ONE che evidenziava come il numero di eventi di malattia cardiovascolare grave evitati per un dato numero di persone trattate utilizzando gli indicatori di rischio per determinare il trattamento migliore per abbassare la pressione sanguigna ed evitare eventi avversi come l’ictus, era maggiore rispetto a quelli evitati semplicemente considerando il livello di pressione arteriosa sistolica.

Anche dal punto di vista dei trattamenti, nel complesso la qualità dell’assistenza è risultata abbastanza uguale fra i diversi gruppi, anche se alcuni aspetti della qualità dell’assistenza variavano in base allo stato socioeconomico. Per fare alcuni esempi, sono state segnalate leggere evidenze sul fatto che i pazienti delle aree più svantaggiate avevano meno probabilità di ricevere trombolisi (rottura dei trombi), di eseguire una scansione del cervello entro un’ora dall’arrivo in pronto soccorso e di essere ammesso nelle stroke unit entro quattro ore. Chi proveniva da contesti più abbienti aveva rispetto agli altri gruppi più probabilità di ricevere un anticoagulante per la fibrillazione atriale.

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Giornalista freelance e consulente nell'ambito della comunicazione digitale. Soprattutto in rete e soprattutto data-driven. Lavoro per la maggior parte su temi legati a salute, sanità, epidemiologia con particolare attenzione ai determinanti sociali della salute, alla prevenzione e al mancato accesso alle cure. Dal 2015 sono consulente social media per l'Ufficio italiano dell'Organizzazione Mondiale della Sanità. Il mio blog: www.cristinadarold.com Twitter: @CristinaDaRold

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