AMBIENTE

La foresta di un’alga estinta ritorna alle Cinque Terre

Gina De La Fuente, ecologa dell'Università di Genova, racconta la parte ligure di Roc-Pop Life, il primo progetto europeo di restaurazione marina tramite macroalghe del genere Cystoseira

AMBIENTE – Cystoseira amentacea è una macroalga bruna della zona di marea, poco conosciuta al di fuori degli scienziati, eppure molto importante. Si tratta di una specie endemica del Mediterraneo che essendo sensibile a diverse pressioni antropiche è in forte regressione in molte zone. Per questo è una specie protetta a livello internazionale: è inserita nell’allegato I della Convenzione di Berna e nell’allegato II del Protocollo SPA/BIO della Convenzione di Barcellona, ed è anche oggetto di un nuovo progetto Life che mira a ripopolare alcune aree in cui si è estinta.

La dicitura Life indica quei progetti di ricerca che hanno come obiettivo la tutela della natura e della biodiversità e che sono cofinanziati dall’Unione Europea. Cominciati nel 1992 a oggi sono più di un migliaio le specie e gli habitat che hanno beneficiato di questo sostegno. Il progetto in questione ha un nome facile da ricordare battezzato Roc Pop Life, acronimo che sta per Restoration Of Cystoseira POPulation, è partito a ottobre 2017 e durerà tre anni, fino a settembre 2020. Sono diversi i partner coinvolti: due atenei, l’Università di Trieste, che fa da capofila e l’Università di Genova; quattro aree marine protette, Portofino, Cinque Terre, Miramare e Strugnano e l’azienda Softeco Sismat.

Come si evince dal nome del progetto, che per esteso è: “Promoting biodiversity enhancement by Restoration Of Cystoseira POPulations”, nei piani di riforestazione non c’è soltanto C. amentacea bensì diverse specie del genere Cystoseira. “Come ateneo genovese, insieme alle colleghe Mariachiara Chiantore e Valentina Asnaghi, ci occuperemo di riportare C. amentacea alle Cinque Terre, dove sappiamo era presente in passato mentre oggi è estinta, e utilizzeremo come sito donatore l’area marina di Portofino in cui i popolamenti di quest’alga sono ancora rigogliosi – spiega Gina De La Fuente, ecologa marina dell’Università di Genova – i nostri colleghi triestini, invece, capitanati dalla coordinatrice del progetto Annalisa Falace, ripopoleranno Miramare con campioni di C. barbata e C. crinita provenienti dalla slovena area marina di Strugnano”.

Il genere Cystoseira raggruppa una trentina di specie, per di più endemiche del Mediterraneo, che spaziano dalla superficie fino a 40 metri di profondità e sono fondamentali per la salute dell’ambiente marino. Si tratta di alghe che svolgono diverse funzioni: “Incrementano l’eterogeneità spaziale e la biodiversità, supportano catene trofiche e sequestrano grandi quantità di CO2 – illustra De La Fuente – inoltre, sono definite in ecologia specie ingegnere, proprio perché progettano un ecosistema, la loro presenza determina le caratteristiche per l’insediamento di altre specie, mentre la loro assenza provoca il proliferarsi di feltri algali, in cui alghe piccole filamentose s’intrecciano rappresentando uno stato degradato a bassa produttività e biodiversità”. In particolare, C. amentacea con la sua forma arborescente e le sue dimensioni che superano i 30 cm rappresenta “un rifugio e una nursery, le sue ramificazioni ospitano pesci, invertebrati, ma anche alghe epifite e alghe sciafile che amano l’ombra: proteggendo questa specie, se ne proteggono a cascata molte altre”.

“Dalla letteratura bibliografica e dagli erbari museali, sappiamo che fino alla fine del 1800 in Liguria vi erano almeno sei specie di Cystoseira e i campioni testimoniano la loro presenza persino a Genova e La Spezia, areali in cui oggi si sono estinte, d’altronde l’insediamento di grandi porti, ha reso tali coste molto antropizzate”.  Attualmente in Liguria restano solo due specie (C. amentacea e C. compressa) con un areale in regressione. Cementificazione ed eccesso di sedimentazione sono le cause principali della diminuzione e negli ultimi anni si sono aggiunti i cambiamenti climatici: “L’aumento della temperatura degli oceani, con valori che superano i 25°C, crea una condizione di stress influenzando la loro crescita e il loro sviluppo”.

Con il progetto Roc Pop Life si lavora per invertire la tendenza. I ricercatori triestini e genovesi durante l’inverno hanno messo a punto il protocollo tecnico per la coltura in laboratorio e con l’arrivo della primavera sono cominciate le attività sul campo nell’area marina di Portofino per raccogliere i campioni. I mesi di maggio e giugno sono i migliori perché C. amentacea è nel culmine della fase riproduttiva. “È un piano di raccolta non distruttivo: non si tolgono degli individui dal sito donatore, ma si tagliano le parti apicali dei talli, ossia dei segmenti di 3-4 cm, dove risiedono gli organi riproduttori, i quali si formano all’interno dei concettacoli che a loro volta si differenziano in aree fertili dette ricettacoli”.

Una volta giunti in laboratorio comincia la fase di pulitura: “Con dei lavaggi manuali si asportano gli epifiti e quando i campioni sono puliti vengono spediti a Trieste”. È la città friulana ad accoglierli con degli acquari per la coltura nei quali le temperature sono di 20-22° C e l’illuminazione di 125 micromoli di fotoni/m2/s. Tutti gli apici sono disposti fianco a fianco sopra dei substrati di argilla a forma di dischetto. C. amentacea è una specie ermafrodita, emette sia i gameti maschili che femminili, e la cellula uovo fecondata cade a piombo sopra il dischetto (ovviamente i gameti che si fecondano appartengono a plantule diverse, non c’è autofecondazione). Proprio il fatto che lo zigote cada nelle vicinanze è un punto debole per il ripopolamento in natura, infatti, non essendoci dispersione come avviene con le larve planctoniche degli cnidari o con i semi delle piante acquatiche, la diffusione di queste foreste macroalgali è lenta. “L’uovo fecondato non va a depositarsi su un altro scoglio ma si disperde nel raggio di una decina di centimetri”.

Quando le plantule raggiungono qualche millimetro vengono ritrasferite a Genova. Le piastre di argilla sono forate al centro, proprio per consentire l’attaccamento con vite sugli scogli delle Cinque Terre. “Di sicuro per metà luglio avremo già delle piccole alghe pronte per essere trapiantate, le insidieremo a Punta Mesco, nella zona A dell’area marina, dove la protezione è integrale. Comunque metteremo delle telecamere a infrarossi per una videosorveglianza h 24 – dichiara De La Fuente – siamo molto orgogliosi di questo progetto sia perché è il primo Life che si occupa della restaurazione marina delle macroalghe, sia perché lo riteniamo appropriato per una applicazione su larga-scala con un elevato potenziale di replicazione in altre aree mediterranee”.

Ad ogni modo, tutti i ricercatori del laboratorio ligure condividono che il piano operativo di ripopolamento darà ottimi frutti se ad accompagnarlo ci saranno attività di divulgazione. Per questo hanno svolto una campagna di sensibilizzazione tra i visitatori dell’Acquario di Genova e, sempre nel capoluogo, durante il Festival del Mare. “La gente non conosce Cystoseira e le alghe in generale non attirano molto l’attenzione dell’opinione pubblica, non sono specie cosiddette in ecologia carismatiche, il nostro obiettivo è informare i fruitori del mare a comportarsi responsabilmente di fronte alle foreste di alghe. Puntiamo a settembre, nel corso del Festival della Scienza, a far conoscere Cystoseira a un vasto pubblico, coinvolgendo soprattutto le scolaresche che numerose partecipano ai laboratori della kermesse”. D’altronde tutti gli amanti delle spiagge dovrebbero valorizzare le alghe: “Essendo organismi sessili rispondono subito all’inquinamento, pertanto sono biondicatori di acqua pulita e Cystoseira, in particolare, è sensibile a detersivi tensioattivi e idrocarburi, non a caso la Water Framework Directive (2000/60/EC) considera Cystoseira uno dei principali indicatori di qualità ambientale”, conclude De La Fuente.

Leggi anche: La biodiversità (aliena e nascosta) delle acque di zavorra

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Gabriele Vallarino
Giornalista e laureato in Biologia (Biodiversità ed Evoluzione biologica) all'Università di Milano. Su OggiScienza ha modo di unire le sue due grandi passioni: scrivere per trasmettere la bellezza della natura!

2 Commenti

  1. Caro Gabriele, solo un appunto: non dica mai a un triestino che Trieste è una città friulana, potrebbe finire in cronaca nera. Trieste è giuliana.

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