APPROFONDIMENTO

Lingue e dialetti d’Italia: pregiudizi e valore culturale

Anche l’apprendimento di lingue regionali o minoritarie può avere benefici cognitivi e contribuire a salvaguardare una parte della nostra cultura.

ANNO DEL PATRIMONIO CULTURALE – Crescere imparando due lingue è un aspetto ancora accompagnato da molti pregiudizi e disinformazione. C’è chi pensa che sia meglio rinforzare e rendere stabile l’apprendimento della lingua principale prima di iniziare a conoscerne un’altra e chi invece è convinto che si finisca per non imparare come si deve nessuna delle due.

Quanto c’è di vero in queste affermazioni? Perché è importante continuare a imparare e parlare le lingue regionali e i dialetti?

Cortesia immagine: pxhere

Dal punto di vista della linguistica non è corretto considerare i dialetti d’Italia come semplici volgarizzazioni della lingua nazionale di base toscana: si tratta, infatti, di idiomi che si sono formati in maniera parallela a partire dal latino. Li si potrebbe definire “fratelli” dell’italiano. È il caso, per esempio, di napoletano, siciliano, abruzzese, milanese, piemontese e veneto, che si sono sviluppati autonomamente dal latino, senza passare dall’italiano.

I benefici di imparare più lingue

Secondo le più recenti ricerche, i benefici di crescere bilingui sono molteplici: si è più consapevoli dell’esistenza di diverse culture, persone e punti di vista, si diventa lettori più precocemente, si fa meno fatica a imparare altre lingue. Uno dei benefici cognitivi meno conosciuti, poi, è quello del controllo esecutivo sull’attenzione: ovvero, chi sa parlare due lingue avrebbe meno difficoltà a passare da un compito all’altro quando entrambi richiedono attenzione selettiva. Questo accade perché nel cervello i due idiomi sono sempre attivi simultaneamente, chi è bilingue sviluppa perciò l’abilità di inibire uno o l’altro a seconda delle necessità, e questa capacità può essere utilizzata anche in contesti diversi.

In più, sembra che alcuni dei vantaggi cognitivi acquisiti vengano mantenuti anche nella terza età, rallentando il declino delle funzioni cognitive e rallentandone i sintomi che si presentano con l’invecchiamento. Da questo punto di vista, ciò vale qualunque lingua sia stata imparata: non ne esistono di “poco utili” perché, magari, poco parlate.

Salvare le lingue minoritarie

Perché, quindi, è importante salvaguardare le lingue regionali o minoritarie? La lingua rappresenta l’identità di un popolo, ne descrive il mondo, l’immaginario, le relazioni, il territorio. Continuare a studiare le parole e la grammatica usate dai nostri nonni o bisnonni è un modo per preservare una ricchezza espressiva e culturale che rischierebbe di andare perduta nello standard unificatore della globalizzazione.

A questo fine il 5 novembre del 1992 è stato concluso un trattato internazionale nell’ambito del Consiglio d’Europa, la Carta europea delle lingue regionali o minoritarie, per “conservare e sviluppare le tradizioni e la ricchezza culturali dell’Europa” e per il riconoscimento “del fatto che la tutela e la promozione delle lingue regionali o minoritarie nei diversi Paesi e regioni d’Europa [contribuiscono] in modo considerevole a costruire un’Europa fondata sui principi della democrazia e della diversità culturale, nell’ambito della sovranità nazionale e dell’integrità territoriale”.

Gli obiettivi della Carta sono:

a) il riconoscimento delle lingue regionali o minoritarie quale espressione della ricchezza culturale;

b) il rispetto dell’area geografica di ogni lingua regionale o minoritaria, facendo in modo che le divisioni amministrative già esistenti o nuove non ostacolino il promovimento di tale lingua regionale o minoritaria;

c) la necessità di un’azione risoluta per promuovere le lingue regionali o minoritarie al fine di salvaguardarle;

d) la facilitazione e/o l’incoraggiamento all’uso orale o scritto delle lingue regionali o minoritarie nella vita pubblica e privata;

e) il mantenimento e lo sviluppo di relazioni, negli ambiti contemplati dalla presente Carta, fra i gruppi che usano una lingua regionale o minoritaria e altri gruppi dello stesso Stato che parlano una lingua usata in una forma identica o simile, come pure l’instaurarsi di relazioni culturali con altri gruppi dello Stato che usano lingue diverse;

f) la messa a disposizione di forme e mezzi adeguati di insegnamento e di studio delle lingue regionali o minoritarie a tutti gli stadi appropriati;

g) la messa a disposizione di mezzi che consentono ai non parlanti di una lingua regionale o minoritaria, che abitano nell’area in cui tale lingua è usata, di apprenderla se essi lo desiderano;

h) il promovimento degli studi e della ricerca sulle lingue regionali o minoritarie nelle università o negli istituti equivalenti;

i) il promovimento delle forme appropriate di scambi sopranazionali, negli ambiti contemplati dalla presente Carta, per le lingue regionali o minoritarie usate in una forma identica o simile in due o più Stati.

Croazia, Finlandia, Ungheria, Liechtenstein, Paesi Bassi, Norvegia sono state le prime, il 1 marzo 1998, a ratificare la Carta, decretandone l’entrata in vigore (erano necessarie almeno cinque ratifiche). Al momento i firmatari sono 33, di cui solo 25 l’hanno ratificata e fatta entrare in vigore. Azerbaijan, Francia, Islanda, Malta, Repubblica di Moldavia, Russia e Repubblica di Macedonia, insieme al nostro Paese, si sono limitati a firmare, ma non a rendere operative le disposizioni contenute nella Carta.

E l’Italia?

L’Italia ha ratificato e dato esecuzione – con la legge n. 302 del 1997 – alla Convenzione quadro per la protezione delle minoranze nazionali del Consiglio d’Europa (Strasburgo, 1 febbraio 1995), che tutela le minoranze, e con esse le lingue che parlano:

“[…] considerando che gli sconvolgimenti della storia europea hanno mostrato che la protezione delle minoranze nazionali è essenziale alla stabilità, alla sicurezza democratica ed alla pace del continente;
considerando che una società pluralistica e veramente democratica deve non solo rispettare l’identità etnica, culturale, linguistica e religiosa di ogni persona appartenente ad una minoranza nazionale, ma anche creare delle condizioni adatte a permettere di esprimere, di preservare e di sviluppare questa identità;

considerando che la creazione di un clima di tolleranza e di dialogo è necessaria per permettere alla diversità culturale di essere una fonte, oltre che un fattore, non di divisione, ma di arricchimento per ogni società;

[…] Le Parti si impegnano a promuovere le condizioni adatte a permettere alle persone appartenenti a minoranze nazionali di conservare e sviluppare la loro cultura, nonché di preservare gli elementi essenziali della loro identità, cioè la loro religione, la loro lingua, le loro tradizioni ed il loro patrimonio culturale.”

Sempre a tutela delle minoranze – in virtù della legge n. 482 del 1999 intitolata “Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche”- è stato attuato l’articolo 6 della Costituzione – “La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche” – per le dodici riconosciute, ovvero quelle albanesi, catalane, germaniche, greche, slovene e croate e di quelle parlanti il francese, il franco-provenzale, il friulano, il ladino, l’occitano e il sardo.

Pur condividendo quindi l’importanza del tema e pur avendo firmato il 26 giugno del 2000 la Carta europea delle lingue regionali o minoritarie, l’Italia non l’ha ancora ratificata: gli ostacoli principali sembrano essere il timore di dover affrontare spese eccessive per garantire i diritti linguistici previsti dalla Carta e la mancata volontà di estendere la tutela alle lingue delle minoranze Rom e Sinti.

È auspicabile che la ratifica di questa Carta possa infondere nuova linfa nella tutela di questa parte del patrimonio culturale italiano, considerato che la diversità linguistica può diventare anche un’attrattiva turistica, come testimoniato da Stefano Santi, Direttore del Parco naturale delle Prealpi Giulie, durante il tour “We are Alps” organizzato dalla Convenzione delle Alpi, sul tema “Popolazione e cultura nelle Alpi – ora e allora”.

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Giulia Negri
Comunicatrice della scienza, grande appassionata di animali e mangiatrice di libri. Nata sotto il segno dell'atomo, dopo gli studi in fisica ha frequentato il Master in Comunicazione della Scienza “Franco Prattico” della SISSA di Trieste. Ama le videointerviste e cura il blog di recensioni di libri e divulgazione scientifica “La rana che russa” dal 2014. Ha lavorato al CERN, in editoria scolastica e nell'organizzazione di eventi scientifici; gioca con la creatività per raccontare la scienza e renderla un piatto per tutti.

3 Commenti

    1. Salve Giorgio, in realtà promovimento – per quanto forse poco utilizzata – è una parola italiana

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