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Psoriasi, tra stigma sociale e ricerca

La psoriasi è una patologia autoimmune e in Italia i malati sono circa due milioni. Dalle terapie all'alimentazione, l'obiettivo della ricerca è migliorare la qualità della vita dei pazienti.

La psoriasi è una patologia autoimmune e in Italia i malati sono due milioni. Fotografia Pixabay

APPROFONDIMENTO- “L’estate è la stagione ideale per beneficiare degli effetti positivi del sole sulla pelle e sull’umore“. Questa frase, ovvia per chi è in salute, ha un significato del tutto diverso per una persona affetta da psoriasi.

In genere considerata un problema meramente estetico, la psoriasi è una malattia della pelle su base genetica e autoimmune dalle conseguenze invalidanti sulla vita dei malati. Nel 2014, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha riconosciuto la psoriasi come una grave malattia non comunicabile (NCD), portando all’attenzione lo stigma sociale che contraddistingue la vita di questi malati, i ritardi e gli errori nella diagnosi, i trattamenti inadeguati e insufficienti, il dolore, la deformità e la grave disabilità a cui può portare, nelle sue forme più gravi, questa patologia.

Chi si ammala di psoriasi

“La psoriasi colpisce chi è predisposto” dice a OggiScienza Antonio Costanzo, responsabile dell’Unità operativa di Dermatologia all’Istituto Humanitas di Rozzano. “Sono 52 i geni implicati nella psoriasi, ma il meccanismo autoimmune si accende quando intervengono dei fattori scatenanti come un forte stress. Spesso, la psoriasi si presenta in in concomitanza con altre malattie, in particolare la sindrome metabolica e il Morbo di Crohn”.

La severità della psoriasi è determinata dalla percentuale di pelle coinvolta e dalle zone del corpo colpite. “Molto raramente interessa il volto” continua Costanzo, “mentre se colpisce l’area dei genitali può avere un forte impatto sulla qualità della vita, così come se si estende sul cuoio capelluto, dove provoca molto prurito”.

La pelle dei malati di psoriasi è caratterizzata da lesioni localizzate o generalizzate, spesso simmetriche e molto marcate, da papule rosse e placche, solitamente ricoperte da screpolature bianco-grigiastre. Le lesioni, che possono colpire anche le unghie, causano prurito e dolore. Nelle forme più invalidanti, arriva a colpire le articolazioni e degenera nell’artrite psoriasica.

Per valutare quanto la malattia influisce sulla vita dei pazienti viene utilizzato il Dermatology Life Quality Index (DLQI), nel quale si chiede se, nell’ultima settimana, la psoriasi ha generato difficoltà nelle attività quotidiane, come ad esempio il lavoro, lo sport, il fare la spesa, il vestirsi e nelle relazioni sociali. Con questo strumento il medico può capire subito quanto la malattia impatta sulla vita del paziente.

La psoriasi nel mondo

Si calcola che nel mondo vi siano 125 milioni di persone affette da psoriasi. Secondo lo studio PSOCARE, promosso e finanziato dall’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA), l’incidenza della malattia, includendo le forme lievi, sembra essere maggiore negli Stati Uniti e nei Paesi del Nord Europa e minore in chi vive nell’area del Mediterraneo. In generale, nella popolazione caucasica le nuove diagnosi riguardano 2.5-3 persone su 100mila.

In Italia l’incidenza sembra essere maggiore (2.9%), rispetto agli Stati Uniti (2.5%). In termini numerici, i malati di psoriasi in Italia sono circa due milioni, il 3% della popolazione, di questi, il 20%, 400mila persone, sono affetti da psoriasi moderata-severa.

Molti studi hanno messo in evidenza la correlazione tra severità della malattia e un aumentato rischio di morte. Uno di questi, pubblicato nel 2018, si è basato sui 9mila malati di psoriasi inclusi nello Health Improvement Network, il database utilizzato dai medici di base britannici che comprende circa nove milioni di persone.

I ricercatori hanno riscontrato che ogni 390 malati di psoriasi c’è un caso di morte correlata a un’estensione della malattia a più del 10% della superficie corporea (BSA, Body surface area) e una probabilità di morte dell’1.8% in più rispetto a persone della stessa età non affette da psoriasi.

Anche i fattori socio-economici hanno un ruolo molto importante: uno studio rivela come per le persone appartenenti alle fasce più povere della popolazione diminuisca la possibilità di accesso a specialisti dermatologi e come queste vi arrivino quando la malattia è già nella forma severa. Inoltre, uno studio condotto su un campione italiano ha mostrato che le fasce di popolazione dal reddito medio-alto hanno maggiore facilità di accesso ai farmaci più evoluti, come i biologici, mentre le persone disoccupate o con basso reddito hanno maggior probabilità di sviluppare le forme più severe della malattia e un minor accesso ai biologici.

Il periodo estivo è molto spesso una grande sfida per gli psoriasici: esporsi al sole significa mostrare le chiazze rossastre che possono coprire molta parte della superficie del corpo, anche se proprio per loro il sole potrebbe essere uno dei migliori alleati.

“Il grosso dell’impatto sulla qualità della vita è il fatto che i pazienti si vergognano” afferma Costanzo, “ci sono anche studi sulla riduzione della capacità lavorativa o sul ‘presenzialismo’, nel senso che i malati non prendono mai le ferie perché non vogliono mai farsi vedere in costume. Solo da questo si può capire quanto sia forte l’impatto sulla qualità della vita”.

Il ruolo dell’alimentazione

Secondo i risultati di un recente studio condotto in Francia, apparso su Jama Dermatology, c’è una correlazione tra il miglioramento delle condizioni cliniche della psoriasi e la dieta mediterranea. Lo studio NutriNet-Santé ha distribuito tra quasi 160mila partecipanti un questionario online con undici domande sul tipo di alimentazione che seguono normalmente.

Degli oltre 35mila questionari compilati, circa il 10% era di persone con psoriasi, di cui il 24.7% affette da una forma severa. Tra questi il 46% non seguiva la dieta mediterranea, mentre chi aveva forme meno gravi aveva maggior cura della propria alimentazione e ha detto di seguirla. Secondo l’analisi dei risultati fatta dagli autori dello studio, l’apporto dato dalla dieta mediterranea nei pazienti con psoriasi è quello di “non accentuare i processi infiammatori e, dunque, di non innescare o aggravare la malattia, influenzata invece negativamente da una dieta pro-infiammatoria, che aumenta il rischio di sviluppare la sindrome metabolica”.

“L’articolo di Jama Dermatology dà una conferma di quanto già si conosce, ovvero che la dieta mediterranea, essendo piuttosto equilibrata, può migliorare la malattia” precisa Antonio Costanzo. “Tuttavia, la dieta può contribuire per il 10-15% dell’insieme al miglioramento delle condizioni cliniche del paziente. La dieta mediterranea riduce il rischio di un aumento di peso improvviso, sempre associato a un peggioramento della psoriasi, ma senza le terapie tradizionali non possiamo pensare di poter gestire questa malattia”.

La psoriasi quasi mai viene da sola: nel 40% dei casi si associa alla sindrome metabolica, nel 30% si manifesta anche un’artrite psoriasica.

Trattamenti e farmaci per la psoriasi

Uno studio recentemente pubblicato su Frontiers in Immunology ha coinvolto dieci pazienti con artrite psoriasica che non rispondevano alle terapie tradizionali e ai farmaci biologici di ultima generazione. I ricercatori hanno approfondito l’analisi genetica di questi pazienti, riscontrando il ruolo chiave dei long-non-coding-RNA (lncRNA, costituiti da circa 200 nucleotidi o basi), trascritti di geni che non codificano per le proteine, ma che hanno un ruolo fondamentale nel modulare gli effetti sia di microRNA (costituiti da circa 20 basi) che l’espressione di geni del DNA codificante.  Vengono trascritti in RNA messaggero che poi viene tradotto in proteine.

Oltre il 20-30% dei pazienti con artrite psoriasica non risponde ai farmaci biologici” afferma Claudio Lunardi, immunologo, direttore della Scuola di specializzazione in Immunologia Clinica e Allergologia all’Università degli Studi di Verona, autore della ricerca assieme ad Antonio Puccetti del Dipartimento di Medicina Sperimentale dell’Università di Genova.

“L’obiettivo di questo studio era capire l’importanza dell’epigenetica sulla genesi della psoriasi e dell’artrite psoriasica e, quindi, degli aspetti infiammatori e metabolici della malattia, che sono quasi sempre presenti nel paziente psoriasico” prosegue Lunardi. “Il nostro studio ha individuato pochi lncRNA che sono in grado di controllare microRNA e geni coinvolti nella patogenesi di questi aspetti fondamentali della malattia psoriasica – infiammazione e alterazioni metaboliche – . Riuscire a individuare dei farmaci che possano bloccare l’effetto di questi lncRNA può avere, in futuro, delle prospettive promettenti”.

“La qualità di vita nel paziente psoriasico è un fattore cruciale” rimarca Antonio Costanzo “perché è uno dei criteri che ci indica quanto funziona un farmaco. Se un paziente migliora poco sulla pelle ma ottiene un forte miglioramento nella qualità di vita, siamo autorizzati a continuare quel trattamento. Se rimangono chiazze che impattano in modo importante sulla qualità di vita, dobbiamo cambiare farmaco e utilizzare qualcosa di più aggressivo”.

Attualmente, i farmaci utilizzati vanno dal trattamento topico, per le forme lievi e localizzate, a quelli sistemici, come methrotrexate e ciclosporina per le forme severe, ai farmaci biologici per i casi più gravi. L’uso della fototerapia con raggi UV ha dimostrato effetti positivi sulle condizioni cliniche e anche l’esposizione moderata ai raggi solari aiuta nell’eliminazione, temporanea, delle squame psoriasiche.

Ricerca di nuovi farmaci e comprensione della causa della malattia vanno sempre di pari passo e “come spesso accade” ricorda Lunardi “tutti i malati di patologie croniche sono molto aperti a partecipare alla ricerca perché comprendono che conoscere le cause della loro malattia porterà, nel tempo, a nuove possibilità terapeutiche”.

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