RICERCANDO ALL'ESTERO

Quanto sono sostenibili i processi produttivi?

Gli indicatori di sostenibilità ambientale sono strumenti cruciali per valutare le dinamiche produttive dell'essere umano e sfruttare le risorse senza intaccare il capitale naturale.

RICERCANDO ALL’ESTERO – Tutte le attività umane hanno un certo impatto sull’ambiente e modificano non solo il paesaggio che ci circonda, ma l’economia e l’organizzazione sociale e culturale. Per valutare le condizioni e lo stato di salute del sistema ambiente si possono usare gli indicatori di sostenibilità.

Dario Caro, il nuovo protagonista della nostra rubrica Ricercando all’Estero, si occupa di indicatori di sostenibilità ambientale nell’ambito dei processi produttivi, sia a livello mondiale che nazionale, regionale o di singolo prodotto. La sua ricerca alla Aarhus Universitet è importante per sviluppare dinamiche produttive che diano benefici nel presente e, soprattutto, non vadano a compromettere i benefici delle generazioni future.

Nome: Dario Caro
Età: 35 anni
Nato a: Siena
Vivo a: Copenhagen (Danimarca)
Dottorato in: chimica ambientale (Siena)
Ricerca: valutazione dell’impatto ambientale a differenti livelli di analisi
Istituto: Department of Environmental Science, Aarhus Universitet (Roskilde, Danimarca)
Interessi: cucinare, la mia contrada (aquila), calcio, cinema
Di Copenhagen mi piace: il tenore e la qualità di vita, ha sia i vantaggi di una città grande sia di una città piccola
Di Copenhagen non mi piace: l’inverno, in particolare gennaio, i continui lavori di costruzione
Pensiero: Il degrado ambientale e lo spreco delle risorse continueranno inesorabilmente a penalizzare lo sviluppo sociale. (Enzo Tiezzi)

 

Come si fa a valutare l’impatto di un processo produttivo sull’ambiente?

Esistono specifiche metodologie scientifiche che permettono di convertire un valore di prodotto in un valore di impatto ambientale. I dati da cui partiamo provengono quasi sempre da database ufficiali mentre la stima di impatto viene di volta in volta contestualizzata all’analisi che si sta facendo.

Un settore di ricerca su cui mi sono focalizzato recentemente è legato al commercio e all’emissione di gas a effetto serra. Già a partire dalla fine del secolo scorso, molte aziende hanno cominciato a delocalizzare la loro produzione in Paesi meno sviluppati come Cina, India e Brasile separando, di fatto, il nucleo di produzione dal nucleo del consumo (rappresentato, per esempio, da Stati Uniti ed Europa).  Ciò ha comportato anche uno spostamento delle emissioni di gas serra incorporate nel commercio internazionale, con una diminuzione nei Paesi di consumo e un aumento nei Paesi di produzione.

Negli ultimi decenni, l’assegnazione delle emissioni si è sempre basata su un calcolo orientato al produttore. Nella nostra ricerca, invece, abbiamo seguito i flussi di emissione cercando di allocarli, quindi di contabilizzarli, al Paese di consumo finale: se un oggetto viene prodotto in Cina ed esportato negli Stati Uniti, la responsabilità delle emissioni fatte in Cina viene data agli Stati Uniti.

Qual è l’importanza di un sistema contabile di questo tipo?

Volevamo dimostrare che spesso il virtuosismo manifestato dai Paesi consumatori in relazione alla riduzione di emissioni nazionali è, in realtà, un semplice spostamento di emissioni, che deve essere investigato, analizzato, capito e possibilmente ostacolato o quantomeno gestito. Anche perché non si tratta semplicemente di ridurre le emissioni a livello nazionale: i gas a effetto serra non hanno un effetto diretto sulla salute umana, rappresentano piuttosto un problema globale per cui rilasciarli in Cina o negli Stati Uniti non fa differenza. Anzi, lo stesso oggetto prodotto in uno Stato industrializzato spesso ha un impatto ambientale minore grazie all’uso di fonti energetiche alternative o allo sviluppo di nuove tecnologie.

Un approccio simile è utile anche per studi su singoli prodotti, come la produzione di avocado, che sta causando gravi problemi in Cile. La sua coltivazione richiede molta acqua e dato che la richiesta di avocado è in continua crescita, le riserve idriche cilene sono seriamente a rischio.

In questo caso, l’obiettivo dello studio è trovare delle soluzioni concretamente realizzabili, che vadano oltre alla banale riduzione del consumo di avocado. Per esempio, potremmo mostrare cosa succede se l’avocado venisse importato anche da altri luoghi o se venisse prodotto in altre nazioni, tenendo conto dei fattori economici e sociali.

Si sente molto parlare dell’impatto ambientale del settore agricolo e della produzione di cibo. Che indicatori di sostenibilità vengono usati in questi casi?

Il più comune è la carbon footprint, quindi la quantità di diossido di carbonio (CO2) rilasciata nell’atmosfera.

In uno degli ultimi studi abbiamo cercato di stimare la carbon footprint delle diete danesi, quindi la CO2 rilasciata nel ciclo di vita di ogni singolo prodotto consumato in Danimarca. Abbiamo messo a confronto quattro tipi di diete: quella danese standard, vegetariana, vegana e una principalmente carnivora, ovvero con un consumo di carne più elevato rispetto a quella standard.

Non abbiamo trovato risultati sorprendenti: è ben noto che l’impatto ambientale maggiore è dato da un’alimentazione a base di carne, quindi le diete vegetariane e vegane hanno una carbon footprint inferiore. Inoltre, la dieta vegana ha un impatto inferiore rispetto a quella vegetariana.

Abbiamo poi confrontato i nostri risultati con altri studi ed è emerso che la dieta danese ha una carbon footprint maggiore rispetto alla dieta mediterranea. La dieta mediterranea è, infatti, molto variegata e permette un consumo di carne moderato. Al contrario, nella dieta danese di carne ce n’è tantissima, come di burro e uova: in Danimarca il piatto principale è a base di maiale, ci sono 12 milioni di maiali a fronte di 5 milioni e mezzo di abitanti. A onor del vero va detto che in Danimarca la produzione di bestiame è una delle più efficienti in Europa, però quando si parla di diete non ci si riferisce alla produzione bensì al consumo.

Uno studio del genere può essere informativo a livello politico per cercare di far capire ai policy maker quali sono i prodotti con maggiore impatto. E può servire al consumatore per capire quanto costa all’ambiente ciò che sta comprando, valutare il cosiddetto eco-labelling (o marchio ecologico), cioè il marchio che certifica l’impatto ambientale di un certo prodotto.

Quali sono le prospettive future del tuo lavoro?

La Danimarca punta tantissimo sulla riduzione degli impatti ambientali, è uno stato molto ecologico e, nei prossimi anni, ha obiettivi importantissimi sia a livello cittadino sia nazionale. Copenhagen vuole diventare una città carbon neutral, cioè non sarà responsabile di emissioni di gas serra: questo non significa che non le rilascerà, ma che il bilancio tra rilasciate e assorbite sarà zero. Mi piacerebbe accompagnare tutti questi progetti ambizioni aggiungendo il mio mattoncino sulla sostenibilità ambientale.

Inoltre vorrei continuare il discorso sul cibo e l’alimentazione e migliorare questo aspetto, visto che l’alimentazione danese non è così virtuosa come altri settori, vedi la produzione di energia elettrica.

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Leggi anche: Sostenibilità ambientale: valutare l’impronta di prodotti e servizi

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Luisa Alessio
Biotecnologa di formazione, ho lasciato la ricerca quando mi sono innamorata della comunicazione e divulgazione scientifica. Ho un master in comunicazione della scienza e sono convinta che la conoscenza passi attraverso la sperimentazione in prima persona. Scrivo articoli, intervisto ricercatori, mi occupo della dissemination di progetti europei, metto a punto attività hands-on, faccio formazione nelle scuole. E adoro perdermi nei musei scientifici.

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