AMBIENTEIN EVIDENZA

I cambiamenti climatici sono già qui, ed è la chiave per comunicarli meglio

Meno orsi polari, più associazione tra meteo e clima: per raggiungere le persone servono fatti concreti e vicini. Ne parliamo con Serena Giacomin di Italian Climate Network.

Parlare dell’associazione tra meteo e clima è un canale efficace. In foto l’uragano Harvey: secondo uno studio le precipitazione associate all’uragano furono tra il 20 e il 40% più intense proprio a causa dei cambiamenti climatici. Credits: NASA/NOAA GOES Project

AMBIENTE – Secondo l’ultimo report dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) l’impatto e il fardello economico di un riscaldamento globale di 1,5°C saranno peggiori del previsto. Lo “Special Report on Global Warming of 1.5°C” ha preso in considerazione oltre seimila studi scientifici sul tema dei cambiamenti climatici, tracciando uno scenario urgente: per contrastare le conseguenze di un pianeta che si scalda dobbiamo agire al più presto. Oggi lo stiamo sottovalutando ma il riscaldamento non si può evitare, solo ritardare: se non facciamo nulla, l’aumento di 1,5°C sarà realtà in appena 21 anni.

Secondo Piers Forester, autore del capitolo 2 del report e direttore del Priestley International Centre for Climate alla University of Leeds, le negoziazioni saranno una sfida e “richiederanno una cooperazione globale senza precedenti: il report mostra che limitare il riscaldamento a 1,5°C è a malapena fattibile e per ogni anno di ritardo la finestra di fattibilità si dimezza. In ogni caso, se ce la faremo, riusciremo a mostrare che i benefici per la società intera saranno enormi e che il mondo intero sarà più ricco. È una battaglia che vale la pena vincere”.

Bill McKibben, fondatore di 350.org, ritiene che la cosa più importante che le persone possono fare è formare gruppi (o unirsi a quelli già esistenti) che facciano sentire la propria voce sul tema dei cambiamenti climatici. Nella mappa elaborata da 350 – il cui obiettivo è lavorare per un futuro sostenibile e scongiurare l’avvio di nuovi progetti legati a carbone, petrolio e gas – per l’Italia troviamo l’Italian Climate Network, nota associazione di volontari, giovani ed esperti, che hanno unito le proprie competenze per affrontare le sfide dei cambiamenti climatici e la campagna #DivestItaly “incentrata sulla questione del disinvestimento dall’industria delle fonti fossili”.

Dopo l’uscita del report IPCC dei possibili scenari si è parlato molto – e se l’aumento fosse di 2°C? E di 2,5°C? – ma un aspetto è rimasto in sordina. Anche il grande pubblico sa che è una battaglia che vale la pena vincere, o l’allarmismo nella comunicazione ambientale ha “assuefatto” i cittadini? O ancora, stiamo comunicando bene il macro-tema del clima con nuove e diverse narrazioni oppure se ne parla troppo poco? Ne abbiamo parlato con la presidente dell’Italian Climate Network, Serena Giacomin, meteorologa del Centro Epson Meteo.

Partiamo dal rapporto IPCC: come ti sono sembrate le reazioni?

Ho sentito dire spesso che non ha più senso parlare di mitigazione e che bisognerebbe invece iniziare a ragionare solo sull’adattamento. È un atteggiamento grave ed è il contrario di quello che ha detto l’IPCC. Il report spiega che ogni decimo di grado in più è peggiorativo, non che non dobbiamo più preoccuparci delle emissioni. Dice che bisogna mitigare il più possibile e in fretta, perché altrimenti attuare politiche di adattamento sarà ancora più complicato.

Dal punto di vista fisico-chimico è possibile migliorare le cose, ma l’ostacolo più grande è che bisogna fare cambiare modo di pensare ai decisori politici e ai principali attori economici. Non è facile. Intanto dobbiamo sottolineare che i cambiamenti richiesti per mitigare le emissioni non sono sinonimo di abbassamento della qualità della vita ma che una transizione è possibile, continuando anche a fare business.

Essere sostenibili non vuol dire non guadagnare né fermare l’economia. Il settore energetico, in questo senso, potrebbe essere il “piede di porco” della comunicazione sul cambiamento climatico. Tuttavia oggi non vedo mosse decisive dal punto di vista ambientale, anzi: non vedo mosse in generale. Nel frattempo è anche uscita la strategia energetica nazionale, ma è come se non esistesse perché secondo alcuni abbiamo problemi più importanti. Io la penso diversamente. È giusto lavorare sui grandi attori energetici perché la rivoluzione parte da lì, ma anche parlare con i cittadini affinché prendano decisioni più consapevolmente. Quando vado in giro a parlare di cambiamento climatico non lo faccio certo con il sorriso, ma spiego quali potrebbero essere le soluzioni e come ogni cittadino possa avere un ruolo attivo.

350 suggerisce di unirsi a gruppi già esistenti e cercare di seguire una linea comune. Cosa funziona secondo te nella comunicazione dei cambiamenti climatici?

Il problema del cambiamento climatico ci spinge a cercare una linea comune ma questo è un aspetto che riguarda la scienza in generale. L’aspetto positivo è che se guardiamo all’Italia di 10 anni fa la situazione era molto più complicata: c’erano tanti scettici e negazionisti rispetto a oggi, perché il problema è ormai evidente. L’errore, forse, è stato parlare a lungo di cambiamento climatico immaginando un futuro peggiore del presente.

Quello che bisogna fare oggi è descrivere invece come il problema si stia già palesando, come le conseguenze siano già qui. Dal punto di vista scientifico e socio-economico è importante comprendere gli scenari futuri, ma da quello comunicativo funziona parlare di fatti. Come comunità scientifica parliamo sempre di oggettività, ma adesso si tratta di fatti esistenti: dati raccolti, non calcolati.

Perché è difficile far percepire l’immediatezza e la gravità del problema?

C’è talmente poco tempo per reagire che è fondamentale comunicare ora, non possiamo permetterci di far passare altri dieci anni mentre convinciamo le persone. Quello della comunicazione è un problema che deve essere risolto, perché poi dobbiamo passare al lato pratico. Ma è davvero difficile, proprio per come è fatto l’essere umano, far preoccupare qualcuno per qualcosa che potrebbe succedere. Ho visto in prima persona che parlare di come tra una settimana, un mese, cinque anni una certa zona potrebbe essere colpita da un nubifragio non necessariamente provoca le reazioni che ti aspetti.

Mi è capitato di assistere, come osservatrice, alle ricognizioni della protezione civile, e sentire che gli abitanti di zone già alluvionate auspicavano ulteriore cementificazione in zona perché la cosa importante era non perdere il posto di lavoro. Siamo così occupati con i problemi contingenti, come appunto portare a casa lo stipendio, che fatichiamo a prestare attenzione a uno che ci sembra potrebbe non presentarsi.

Insieme all’ultimo report l’IPCC ha pubblicato un interessante vademecum destinato agli scienziati, per comunicare i cambiamenti climatici nel modo più efficace possibile. Sottolinea cosa funziona ma anche cosa non funziona, ad esempio insistere con immagini di orsi polari e foreste.

L’orso polare è un’icona, ma un’icona vecchia. Ormai tutti lo associano al cambiamento climatico ma secondo me in maniera sbagliata, antica, quella per la quale ci si immagina che avrà inizio nel 2100. Bisogna invece descrivere la realtà di oggi con analogie, esempi. Uno che uso spesso riguarda la percezione del grado di temperatura in più. “Pensa di dover vivere una vita intera con 37,5°C di febbre, sempre. Staresti bene così e non faresti nulla o prenderesti qualcosa, un farmaco?”, chiedo. E spiego che noi abbiamo già capito che non stiamo bene, ma non stiamo ancora prendendo nulla, e quando lo facciamo è ancora troppo poco.

Tra i vari punti del vademecum si parla anche dell’associazione tra meteo e clima come canale per arrivare in modo efficace al pubblico. Cosa ne pensi? Questa indicazione si può declinare anche a livello giornalistico, stando sempre attenti a tenersi lontani dal sensazionalismo?

L’associazione tra meteo e clima è fortemente dibattuta: quando si verifica un evento meteorologico intenso anche io cerco di far notare che a causa del cambiamento climatico la frequenza e l’intensità di alcuni fenomeni sta crescendo. Non possiamo affermare che la causa è direttamente il cambiamento climatico, per questo occorrono specifici studi di attribuzione, ma possiamo certamente parlare dell’associazione con le dovute cautele. Possiamo fare presente che in un contesto climatico sempre più complesso questi fenomeni saranno sempre meno rari.

Il dialogo deve essere ampio e abbracciare molti altri temi ambientali. Pensi sia possibile far attecchire il messaggio, partendo dalla sensibilità dei cittadini?

Sì, anche se ovviamente è un lavoro che richiede tanti anni; penso a quando avevo 15-20 anni e di temi come i rifiuti, l’inquinamento e la plastica si parlava poco. Era naturale per tutti comprare l’acqua in bottiglia, mentre oggi anche da questo punto di vista c’è maggior sensibilità. Ho la sensazione che le generazioni future cresceranno con abitudini diverse rispetto all’utilizzo delle risorse e che, se saremo bravi, non contempleranno l’ipotesi di non fare certe cose, come la raccolta differenziata dei rifiuti.

È un lavoro a lungo termine, è logorante e ti sembra sempre di non ottenere un risultato pieno, soddisfacente. Io però credo che la tendenza sia sì lenta, ma positiva. Non possiamo ovviamente aspettarci che il problema sia risolto dall’oggi al domani, se questa è la tua aspettativa resterai inevitabilmente deluso.

All’uscita del report si è anche riacceso il tema del rapporto tra scienziati e giornalisti; da una parte alcuni scienziati pensano non sia il loro lavoro divulgare, dall’altra i giornalisti non hanno le competenze necessarie per sviscerare molti temi scientifici. Cosa ne pensi?

Scienziati e ricercatori hanno spesso poca ambizione di raccontare quello che fanno, mentre io credo che la capacità di raccontare il proprio lavoro – e comunicarlo – dovrebbe far parte del curriculum di qualsiasi persona che si occupa di scienza. Non è possibile che uno scienziato pensi che ciò che fa possa rimanere chiuso tra le mura del centro di ricerca, anche perché molti aspetti della ricerca sono estremamente complicati e per spiegarli in modo semplice – penso al giornalista – devi averli capiti molto bene.

Concludendo, la tua sensazione in generale qual è?

Io personalmente sono abbastanza preoccupata. Conoscendo l’argomento ho timore che un domani uno dei tanti equilibri che fanno parte del nostro ecosistema possa effettivamente rompersi e dare via a una catena di eventi. Il globo ha dei meccanismi di feedback difficili da controllare. Tuttavia, anche dal punto di vista della comunicazione – e questo è un pensiero espresso anche dagli esperti IPCC – nonostante il futuro sia buio il messaggio di speranza c’è ed è ancora importante.

Essere pessimisti ci toglie troppa energia. Dobbiamo pensare che, continuando a insistere, sia possibile ottenere dei risultati. Altrimenti possiamo anche smettere oggi di scrivere di cambiamento climatico.

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Leggi anche: Comunicazione sul climate change, la stiamo facendo bene?

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   


Nota della redazione: venerdì 2 novembre alle 11 l’articolo è stato editato per correggere un’imprecisione relativa alla campagna #DivestItaly, non direttamente collegata con il Politecnico di Milano come scritto nella precedente versione del testo.

Eleonora Degano
Biologa di formazione, oggi giornalista e traduttrice freelance specializzata in zoologia, etologia e cognizione animale; collaboro soprattutto con l’edizione italiana di National Geographic e faccio parte della redazione di OggiScienza. Nel 2017 è uscito il mio primo libro «Animali. Abilità uniche e condivise tra le specie» pubblicato da Mondadori Università. Lo trovate qui ➡ http://amzn.to/2i2diPu

2 Commenti

  1. cara Eleonora
    penso che l’argomento andrebbe approfondito anche da un altro punto di vista e, principalmente, con un po’ più di numeri.
    E’ fuor di dubbio che stiamo distruggendo il pianeta e che dobbiamo fare una inversione di tendenze ma quanto (QUANTO… in senso numerico e non giornalistico) il nostro agire sia responsabile di ciò che accade non è affatto come dice la stampa.
    O meglio.
    Quale è la percentuale di responsabilità umana su ciò che accade?
    Sto leggendo una serie di articoli, che non mi sembrano di parte, e che riportano bellissimi grafici da cui sembrerebbe che le nostre colpe sono certamente enormi ma sembrerebbe anche che esse influiscono abbastanza poco sul riscaldamento globale.
    Perchè allora, visti che hai più tempo di me per queste cose, non approfondisci un po’ la questione anche su questo versante (quanto è colpa nostra e quanto no) e ci fai sapere qualche dato quantitativo sull’argomento.
    Dati quantitativi, ripeto, che non è facile mettere nel giusto ordine ma sono certamente quelli che ci possono far capire se è vero o meno che stiamo gridando “al lupo al lupo”.
    Spero che ci riuscirai e ti ringrazio di cuore in anticipo.

    N.B. è ovvio che non è facile distinguere i numeri partigiani da quelli scientifici….. ma proprio qui sta il tuo mestiere.

    Grazie di nuovo

    1. Salve Mauro, da tutti i suoi commenti emerge molto chiaramente la sua posizione; la mia, come quella dei colleghi giornalisti che qui e altrove si occupano di comunicazione scientifica, è che sono una giornalista ma non una scienziata che fa ricerca e pubblica, ergo è confrontandomi con gli esperti che faccio il punto. Su questo come su molti altri temi. Gli esperti dicono che stiamo sottovalutando i cambiamenti climatici e sottolineano la responsabilità della nostra specie in ciò che accade al pianeta, gli esperti lavorano a report come quello IPCC in cui concludono che abbiamo poco tempo per mitigare le conseguenze dell’aumento di temperatura e tutte le cose di cui scriviamo abitualmente cercando di essere il più accurati possibile. Non credo troverà su queste pagine conclusioni molto diverse e mi è evidente che è costantemente in disaccordo con la nostra linea editoriale, che si tratti di clima o legge 194. Non mi è quindi chiaro perché sia un nostro lettore.

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