giovedì, Marzo 21, 2019
AMBIENTEIN EVIDENZAricerca

Xylella è in provincia di Bari. Quali strade per contenerla?

Il batterio che ha messo in ginocchio l'olivicoltura salentina è arrivato a Monopoli. Secondo gli esperti, agire tempestivamente per contenerla è la cosa più importante.

La sputacchina, vettore di Xylella fastidiosa. Fotografia di Charles J Sharp, CC BY 4.0

Xylella fastidiosa, il batterio che ha messo in ginocchio l’olivicoltura salentina, è arrivata ormai in provincia di Bari, a Monopoli. Si tratta dell’evento che si era sempre paventato: nel barese hanno, infatti, sede aziende che producono olio che viene esportato su tutto il territorio nazionale e non solo. Contenere l’impatto del batterio diventa perciò di vitale importanza per tutto il settore.

Pochi chilometri più in giù del focolaio di Monopoli, si sono registrate nuove infezioni a Torre Canne (una frazione di Fasano) e poi a Ostuni e Carovigno. I dati vengono aggiornati via via che giungono i risultati delle analisi dell’ultimo monitoraggio, ma la lenta risalita dei focolai è un segnale da non trascurare e che parla della necessità di fare il possibile per arginare la diffusione dell’infezione. Ne abbiamo parlato con Sebastiano Vanadia, ricercatore a riposo del CNR di Bari e oggi membro della redazione di Infoxylella.it.

Cosa è possibile fare, alla luce degli ultimi dati dei monitoraggi? «Mi sembra, innanzitutto, doveroso agire in modo tempestivo, sfruttando per esempio il fatto che alcuni dei nuovi focolai riguardano poche piante: eliminandole si farebbe in modo di arginare il problema impedendo, o almeno rallentando, la diffusione dell’infezione». È il caso dei focolai nella zona di intervento di quarantena, che riguardano singole o poche piante di olivo, circondate da piante risultate negative alle analisi.

La pianta di Monopoli al momento è sotto sequestro, quindi la sua estirpazione non è consentita. Recentemente è stato disposto di coprirla con una rete anti-insetto, per ridurre il rischio di nuovi contagi. Si tratta però di una rete aperta nella parte superiore: una scelta ufficialmente fatta per “garantire la vita vegetativa dell’albero”, cioè, in poche parole per permettere all’albero di crescere.

«Si tratta di una scelta incomprensibile sul piano logico e scientifico», sottolinea Vanadia. «Le ricerche mostrano come l’insetto che fa da vettore al batterio, la sputacchina, possa superare l’altezza coperta dalla rete. Per il momento non ci troviamo ancora nel periodo dell’anno in cui le sputacchine sono adulte e quindi mobili, ma tra la metà e la fine di aprile il problema di un possibile ingresso e uscita dalla rete, con conseguente espansione dell’infezione, sarà assolutamente concreto», aggiunge.

Se Xylella si diffonde

Qual è lo scenario che si prospetta nel caso di una diffusione dell’infezione nel barese? La situazione degli oliveti della zona fa supporre una situazione significativamente diversa dalla disastrosa espansione che si è avuta nel Salento? «Un elemento favorevole nel barese è la temperatura più bassa nella stagione invernale, che può rallentare la proliferazione batterica, e anche la minore popolazione dell’insetto vettore. D’altro canto, le tecniche agricole utilizzate fanno sì che gli olivi vegetino più a lungo e questo porta gli insetti a trattenersi per più tempo sulla pianta. Possiamo avere un’idea di quello che potrebbe accadere pensando ai bellissimi oliveti del Salento e di parte della provincia di Brindisi che sono stati distrutti o gravemente danneggiati dall’avanzata di Xylella fastidiosa».

Le due varietà di olivo più diffuse nel Salento, Ogliarola e Cellina, si sono rivelate molto suscettibili al batterio, mettendo in evidenza i pericoli di un’agricoltura che si basa su estese monocolture. Che cosa si prospetta per le varietà comuni nel barese? «Sono in corso degli studi che stanno cercando di appurare la suscettibilità a Xylella di circa 450 varietà di olivo. Per quanto riguarda una cultivar diffusa nel nord della provincia di Bari, la Coratina, i dati, anche se non definitivi, mostrano che questa varietà non resiste al batterio», aggiunge l’esperto.

Quali sarebbero, quindi, i provvedimenti più razionali da attuare, alla luce dei dati in nostro possesso? Il discorso cambia a seconda della zona. In quella fortemente compromessa dal batterio, nella provincia di Lecce, è possibile procedere ai reimpianti: in pratica, si possono sostituire le piante delle varietà Ogliarola e Cellina distrutte da Xylella con le due varietà che hanno mostrato resistenza, cioè Leccino e Favolosa.

«Il mercato vivaistico è in grado di fornire piante certificate, di piccole dimensioni, ma in grado di fruttificare entro 3-4 anni». Il reimpianto appare come un modo per convivere con l’infezione consentendo alle aziende di riprendere, gradualmente e non senza difficoltà, a produrre e vendere. Nella zona infetta, nelle aree in cui gli alberi non appaiono gravemente compromessi si può, invece, provare a convivere con l’infezione attraverso la pratica degli innesti, che è stata anche proposta come ipotesi di salvataggio degli olivi monumentali. Interessanti esperimenti in tal senso sono stati condotti dall’Istituto per la Protezione Sostenibile delle Piante del CNR di Bari, in collaborazione con Giovanni Melcarne, agronomo e imprenditore agricolo. Melcarne ci illustra le tecniche oggetto di queste sperimentazioni.

«Nei campi sperimentali abbiamo provato a testare la tecnica dell’innesto a corona e a trapano (quest’ultima più veloce e meno onerosa) su piante di Ogliarola e Cellina attaccate da Xylella. Su queste piante abbiamo innestato la varietà Leccino, sulla cui resistenza le ricerche scientifiche ci offrivano più dati. Al momento i risultati sono promettenti e abbiamo ragione di pensare che questo sia un modo per aiutare gli olivicoltori del Salento a gestire la situazione».

Naturalmente il problema principale deriva dallo scarso tempo a disposizione: «Al momento non abbiamo dati che ci permettano di dire con certezza se questa tecnica possa essere una soluzione efficace, nonostante i primi risultati sembrino andare in questa direzione. Però se si attendesse troppo tempo si rischierebbe di trovarsi di fronte a una situazione irrimediabile», aggiunge Melcarne. In ogni caso si tratterebbe di un lavoro lungo e difficile: si tratta di innestare milioni di piante, con l’aiuto di molti tecnici specializzati che dovrebbero ricevere una specifica formazione, ma al momento non sembra di poter individuare una via più conveniente e percorribile di quella degli innesti e dei reimpianti con varietà resistenti.

Agire e… cercare una cura?

Nella zona di intervento di quarantena larga circa 30 km – formata dalla zona cuscinetto di 10 km e dalla zona di intervento obbligatorio di 20 km – le norme fitosanitarie europee prevedono, invece, di agire riducendo le fonti di inoculo (in pratica, rendendo difficile al batterio raggiungere le piante ospiti) e controllando la popolazione degli insetti vettori, con pratiche agronomiche e trattamenti chimici.

E per quello che riguarda la tanto auspicata ricerca di una cura efficace? «Il grande problema delle ricerche che si focalizzano su una “cura” è il fatto che è difficile trovare una molecola tossica per il batterio in grado di distribuirsi omogeneamente lungo tutto lo xilema della pianta, cioè il sistema di vasi che in parte viene ostruito dall’azione di Xylella, considerando che le “cure” non eliminano il batterio e che non possono essere mai interrotte», sottolinea Vanadia.

«Le ricerche che si concentrano sulla resistenza partono, invece, dalla constatazione che alcuni genotipi di olivo hanno meccanismi che consentono di contenere la popolazione del batterio a livelli estremamente bassi, compatibili con l’accrescimento delle piante e con la produzione. L’individuazione di nuovi caratteri che conferiscono resistenza e l’applicazione delle tecniche scientifiche per costituire varietà resistenti potranno consentire di affrontare con le armi giuste la battaglia contro questo patogeno. Altri risultati applicativi potranno arrivare dalle ricerche in corso che hanno lo scopo di elaborare tecniche innovative per individuare piante infette ancora asintomatiche con il telerilevamento o nuove strategie per il controllo dei vettori», conclude il ricercatore.

Se Xylella guadagna strada sembra comunque che chi la fronteggia non abbia nessuna intenzione di arrendersi.


Leggi anche: Carbone del mais: malattia distruttiva o prelibatezza messicana?

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

Anna Rita Longo
Insegnante, dottoressa di ricerca e science writer. Membro del board di SWIM - Science Writers in Italy e socia effettiva del CICAP - Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sulle Pseudoscienze

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: