lunedì, Luglio 22, 2019
WHAAAT?

Beverini per colibrì: sono pericolosi?

In America impazza la passione degli abbeveratoi per colibrì, ma se questi accessori non vengono ben puliti possono prosperarvi i microbi.

Come si può resistere al fascino dei colibrì? Apparentemente gli americani faticano a farlo e hanno una vera e propria passione per gli abbeveratoi e le mangiatoie pensati per questi uccelli. Esistono video tutorial su come costruirli in casa, su come posizionarli al meglio, su come produrre nettare fai-da-te, su come tenere lontani gli insetti e addirittura classifiche di quali siano i migliori da acquistare.

Potrebbe sembrare meno curioso, perciò, il fatto che i ricercatori dell’Università della California a Davis (UC Davis) abbiano deciso di studiare il mix di acqua e zucchero preparato per questi “impollinatori ad alta energia”, per scoprire se possa diventare un vettore per patogeni aviari o addirittura zoonotici, che possono essere trasmessi dagli animali agli esseri umani.

La ricerca, pubblicata sulla rivista Proceedings of the Royal Society B, si è soffermata sulle comunità di microbi che si trovano negli abbeveratoi e le hanno confrontate con quelle trovate nel nettare dei fiori e in campioni provenienti da colibrì vivi. Quello che è emerso, per fortuna, è che la maggior parte dei microbi trovati negli abbeveratoi non rappresentano una minaccia significativa per gli uccelli o per l’uomo.

“Anche se abbiamo trovato densità elevate sia di batteri che di funghi nei campioni di acqua zuccherata che provenivano dagli abbeveratoi, davvero poche delle specie trovate provocano malattie nei colibrì”, spiega in un comunicato Rachel Vannette, assistente universitaria nel Dipartimento di Entomologia e Nematologia della UC Davis e coautrice dell’articolo. “Comunque, una piccola frazione di questi microbi è stata associata ad alcune malattie, perciò incoraggiamo chiunque fornisca cibo ai colibrì a pulire gli abbeveratoi a cadenza regolare e a evitare di farlo in aree dove si prepara il cibo per l’uomo.”

Gli scienziati hanno condotto la loro ricerca in una residenza privata a Winters, in California, attirando due specie di colibrì, Calypte anna (il colibrì di Anna) e Archilochus alexandri (il colibrì golanera). Dai loro studi è risultato come l’acqua deionizzata permetta una maggior crescita di funghi, mentre l’acqua del rubinetto o quella in bottiglia supporti una maggior presenza batterica. Hanno anche scoperto che gli uccelli, gli abbeveratoi e i fiori ospitavano comunità batteriche e micotiche distinte.

“I microbi che assumono i colibrì dipendono molto dalla dieta del volatile – se ha accesso ad abbeveratoi o se consuma solo nettare floreale”, spiega Vannette. “Non sappiamo quali siano le conseguenze per la salute degli uccelli o per la loro flora gastrointestinale, ma crediamo che ci debbano essere più studi sulla questione, dal momento che moltissime persone utilizzano le mangiatoie e gli uccelli sono opportunisti e vi si abbeverano”.

I colibrì (famiglia Trochilidae) sono tra i pochi uccelli impollinatori al mondo. Quasi il 15% delle specie è a rischio o in via d’estinzione. Per quanto lo studio non abbia evidenziato problemi diretti di salute, dei cambi nella composizione microbica della dieta potrebbero avere conseguenze sul microbioma dei volatili, secondo Lisa Tell, professoressa nel Dipartimento di Medicina ed Epidemiologia della School of Veterinary Medicine della UC Davis e coautrice dell’articolo.

A suo parere è comunque importante continuare lo studio degli effetti delle popolazioni microbiche sulla salute dei colibrì, e più in generale sugli effetti delle azioni umane sulla fauna selvatica. In definitiva, servirebbero più tutorial anche su come effettuare un’attenta pulizia degli abbeveratoi, che non lasci residui pericolosi per gli animali, in modo da poterli osservare serenamente senza danneggiarne la salute.


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Articolo pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

Giulia Negri
Comunicatrice della scienza, grande appassionata di animali e mangiatrice di libri. Nata sotto il segno dell'atomo, dopo gli studi in fisica ha frequentato il Master in Comunicazione della Scienza “Franco Prattico” della SISSA di Trieste. Ama le videointerviste e cura il blog di recensioni di libri e divulgazione scientifica “La rana che russa” dal 2014. Ha lavorato al CERN, in editoria scolastica e nell'organizzazione di eventi scientifici; gioca con la creatività per raccontare la scienza e renderla un piatto per tutti.

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