venerdì, 13 Dicembre, 2019
RUBRICHESTRANIMONDI

Una storia di musica, follia e scienza. Madrigale senza suono

Il nuovo romanzo di Andrea Tarabbia parla di musica, di violenza e di follia, ma anche di scienza: la narrazione ha inizio nel 1590.

Spesso nella rubrica Stranimondi abbiamo raccontato la scienza nella letteratura fantascientifica incentrata sul futuro, in particolare nelle distopie. Ma la scienza può essere un ingranaggio determinante anche nel romanzo storico e nel racconto della vita di un personaggio che, apparentemente, con la scienza non ha nulla a che vedere. “Con una precisazione: i racconti distopici pongono le premesse che stanno a cuore all’autore e rendono più semplice affrontare un tema che ha un riscontro nell’attualità. Ma la storia di Carlo Gesualdo da Venosa, principe e musicista, nonostante qualche divagazione fantastica che ho inserito, viene raccontata a partire da una ricostruzione storica e ha nella rivoluzione scientifica un elemento determinante”.

Sono le parole dello scrittore Andrea Tarabbia, finalista del Premio Campiello nel 2016 e autore del romanzo Madrigale senza suono (Bollati Boringhieri 2019, 376 pagine, € 16,50). Un romanzo che parla di musica, di violenza e di follia, ma anche di scienza.

La vita obbediente del Principe musicista

Madrigale senza suono è un libro dall’architettura barocca costruito su tre piani temporali, si serve di diverse forme espressive (diario, commenti, appunti, lettere) e si avvale di quattro diverse voci narranti, anche se la principale è quella di Gioacchino, servo e alter ego del protagonista Carlo Gesualdo. Gli eventi narrati iniziano nel 1590, quando il giovane Carlo è un novizio in un convento romano. Appassionato lettore e musicista, è secondogenito, per cui il padre, il principe Fabrizio da Venosa, lo ha destinato a vita religiosa. La sua esistenza cambia quando muore il fratello maggiore, così il padre lo convoca a Napoli perché si prepari a ereditare il Regno e a sposare la cugina Maria d’Avalos.

Dopo aver dato alla luce il figlio Emanuele, Maria s’innamora di un nobiluomo napoletano e inizia una relazione con lui. All’epoca il delitto d’onore è consentito, anzi, è quasi un obbligo, tanto che i consiglieri del Principe esortano Carlo a lavare nel sangue l’offesa come dovere verso la propria casata. I tormenti familiari e la frustrazione artistica porteranno il Principe verso una forte depressione che lo condurrà a una fine drammatica. “A ben vedere – racconta l’autore a OggiScienza – sia il delitto sia la sua insoddisfazione come compositore derivano dall’aver seguito pedissequamente convenzioni e regole in cui non credeva fino in fondo. Amava Maria, aspirava a una musica rivoluzionaria, ma ucciderà la moglie e non riuscirà a creare la musica che immaginava”.

L’ossessione dell’infinito

Se sul piano politico e familiare le convenzioni le pone il diritto dell’epoca, sul piano artistico è il contesto culturale, più che la moda musicale, a gettare Carlo nello sconforto e successivamente nella follia. A Roma Carlo ha conosciuto il misterioso Gioacchino, altro novizio, suo coetaneo, uomo piccolo e dal fisico deforme, che con lui condivide la passione per la musica e per certe letture proibite, come il De revolutionibus orbium coelestium di Niccolò Copernico. Carlo è affascinato dalle intime connessioni tra la musica e l’astronomia, tra i rapporti che accomunano le distanze tra le note e tra i pianeti, frutto di un ordine cosmico perfetto.

Tutto questo viene squarciato da un’altra lettura suggerita da Gioacchino, quella di Giordano Bruno. “È proprio Bruno a innestare nella mente di Carlo e dei sapienti dell’epoca un’idea potente e deflagrante: quella dell’infinità dell’Universo. Questa idea non sconvolge solo la scienza dell’epoca, ma anche il modo con cui Carlo intenderà la sua arte da quel punto in poi” afferma Tarabbia. Copernico scambia di posto Terra e Sole nell’Universo di Tolomeo e quindi della cristianità, ma continua a considerarlo finito. Bruno, invece, con gli infiniti mondi pone una sfida ancora più grave sul piano scientifico e religioso. E separare scienza e religione è molto pericoloso, come dimostra la vicenda di Galileo, che si svolge per altro negli stessi decenni di quella di Carlo.

Musica e matematica

Per un musicista come Carlo, che punta attraverso i suoi componimenti a raccontare la grandezza del creato, questa idea dell’infinito è al tempo stesso affascinante e pericolosa.

“Come può un compositore cogliere il suono dell’infinito con strumenti limitati come le note? Da lì si origina la sua frustrazione: Carlo si è scelto una missione che non può portare a termine” spiega l’autore. I suoni non sono infiniti, inoltre tra loro intercorrono dei rapporti matematici precisi. Le combinazioni non sono poche, ma sono comunque limitate e per questo Carlo si sente soffocare. “Detesta i musicisti scarsi poiché, a suo dire, tolgono combinazioni ai musicisti dotati e, sostanzialmente, accelerano quella che nella sua paranoia è la fine della musica”. La distanza fra le note è una questione di calcolo. Alcuni intervalli sono belli, producono bei suoni; alcuni accordi sono incompleti e necessitano di conclusioni; altri accordi semplicemente non funzionano, alcuni sono dissonanti. Altri sono addirittura considerati nemici della religione (diabolus in musica).

Come coniugare quindi l’esigenza di infinito con strumenti fisicamente limitati come i suoni? “Carlo arriverà a mettere in scena a modo suo il madrigale perfetto, senza suono, ed è anche l’ultima cosa che fa da vivo. Il suono è la sua ossessione, un’inesausta rincorsa a un componimento il cui suono può essere solo nella sua mente, perché, fisicamente e matematicamente, semplicemente non può esistere” afferma Tarabbia.  

Un mondo in rivoluzione verso la scienza

La vicenda in primo piano viene adagiata dall’autore su uno sfondo estremamente curato e ricco di dettagli. Tra i personaggi secondari che Tarabbia mette intorno a Carlo e Gioacchino, quelli che incarnano di più i grandi mutamenti culturali in atto a cavallo tra XVI e XVII secolo sono il medico Staibano e le streghe Polisandra e Aurelia. “Staibano è colui che cerca di curare i deliri del Principe attraverso cambiamenti della dieta, in ossequio alle credenze dell’epoca. Oggi la scienza medica riconoscerebbe quella che è una grave depressione. Ma Staibano pensa che il malessere del Principe sia una questione di bile e di alimentazione, come dicevano i libri dell’epoca”.

Ma Staibano non è un passivo lettore di libri. Un’attitudine comune fra i sapienti del Cinquecento era coniugare erudizione e pratica artigianale. Compie misurazioni e rilevamenti sui cadaveri, mostrando esattamente quella fiducia nelle sensate esperienze che contribuirà alla nascita del metodo scientifico. Staibano è un medico, un sapiente, allineato a ciò che per noi oggi è la cosiddetta “scienza ufficiale”. Egli si contrappone nettamente alla visione magica delle streghe Polisandra e Aurelia, che sottopongono il piccolo Alfonsino (secondogenito di Carlo) prima e il Principe poi a riti e cure alternative impregnate di riferimenti magici. A loro volta, le streghe ribattono che il sapere di Staibano è vano e inefficace e che la soluzione ai mali del Principe è nella loro magia.

La scienza dell’epoca è ancora immatura sul piano dei contenuti, ma la figura di Staibano ci ricorda che la strada del metodo scientifico era ormai intrapresa.


Leggi anche: La magia ha bisogno di regole?

Articolo pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

Enrico Bergianti
Giornalista pubblicista. Scrive di scienza, sport e serie televisive. Adora l'estate e la bicicletta.

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