lunedì, Luglio 22, 2019
AMBIENTESALUTE

Creme solari, dall’autoproduzione alla tutela dell’ambiente

L'autoproduzione in ambito cosmetico è sempre più popolare, ma gli esperti sconsigliano di fare a casa le creme solari. Prodotti che, soprattutto a causa di alcune componenti, hanno un importante impatto ambientale sugli oceani.

È arrivata la stagione nella quale molti ritornano dal supermercato o dalla profumeria con un flacone di crema solare che fa capolino tra gli acquisti del giorno. L’esigenza di proteggere la pelle dall’azione dei raggi solari è sempre importante, ma in estate si fa più impellente e gli acquisti di filtri solari aumentano esponenzialmente. Ma proteggersi adeguatamente dal sole non è una cosa banale e i rischi collegati a comportamenti inadeguati sono sempre dietro l’angolo. OggiScienza ha chiesto al cosmetologo Nicola Lionetti, membro della Società Italiana di Chimica e scienze Cosmetologiche (SICC), di fornirci un vademecum per evitare gli errori più comuni.

I rischi dell’autoproduzione

Il mondo dell’autoproduzione cosmetica è oggi in rapidissima espansione e il web è ormai pieno di persone che si scambiano ricette per fabbricare a casa prodotti cosmetici di vario genere. Tra queste ricette, ve ne sono alcune che riguardano creme solari fai-da-te. Ma è davvero una buona idea?

«Assolutamente no, – sottolinea Lionetti – si tratta di una grave imprudenza. Se i rischi collegati con l’autoproduzione cosmetica sono sempre dietro l’angolo, le cautele da osservare per le creme solari devono essere ancora maggiori perché il pericolo non è solo quello di trovarsi a utilizzare un prodotto potenzialmente dannoso perché irritante, ma anche un preparato che non svolge efficacemente il suo lavoro di protezione ed espone, per esempio, al pericolo di sviluppare un melanoma cutaneo».

Ma quanto è alta la probabilità di commettere errori? «Si tratta di un rischio estremamente concreto», nota il cosmetologo. «Le stesse aziende specializzate nella produzione di creme solari, pur adoperando regolarmente i vari ingredienti, eseguono dei test sui prodotti per verificarne la composizione e l’efficacia, per tutelare i consumatori. Si tratta di procedure che non è possibile applicare a casa propria, per il loro costo innanzitutto, ma anche per il problema di avere dati affidabili perché riproducibili. Senza queste cautele, i rischi che qualcosa vada storto sono altissimi.»

Creme solari e sicurezza

Ma quanto possiamo fidarci dei prodotti solari che acquistiamo? «Di norma abbastanza», sottolinea Lionetti. «Tra i prodotti cosmetici, le creme solari sono quelle nei riguardi delle quali le aziende usano più attenzione, proprio perché il rischio non è solo quello di sviluppare una dermatite da contatto o una reazione dovuta a una sostanza fotosensibilizzante, ma quello di esporsi ai gravissimi pericoli legati all’uso di una protezione inadeguata. Da sempre i prodotti solari sono stati oggetto di autoregolamentazione da parte della stessa industria cosmetica, che con la sua associazione europea Cosmetics Europe (ex Colipa) ha definito norme per la verifica dell’efficacia e indicazioni da riportare in etichetta per consigliarne il corretto uso», aggiunge il cosmetologo.

Chiaramente un uso sicuro presuppone l’applicazione di una giusta quantità di prodotto, secondo le dosi normalmente indicate nelle istruzioni, spesso superiori a quelle che istintivamente saremmo portati ad adoperare, riapplicando il prodotto più volte e dopo ciascun bagno. «Il fattore di protezione solare vale, infatti, se riferito all’utilizzo corretto e potrebbe essere decisamente inferiore quando non si applicano le indicazioni corrette», nota Lionetti.

Come rapportarsi di fronte alla scadenza di una crema solare? Si tratta di un termine indicativo o perentorio? «Proprio il discorso dell’importanza di usare la giusta dose di prodotto risolve in buona parte il problema della scadenza», rimarca il cosmetologo. «Un flacone di crema solare è sufficiente per poche applicazioni, se usato nelle giuste quantità, e si tratta di prodotti formulati per durare una stagione. Non è facile, infatti, garantire che un fattore di protezione solare si mantenga efficace, per esempio, a un anno dall’apertura», afferma l’esperto.

Un aspetto al quale prestare attenzione è il fatto che la protezione solare riguardi anche i danni derivanti dai raggi UVA, visto che il fattore di protezione solare (SPF), di per sé, è relativo solo ai raggi UVB.

Ma il consumatore può stare tranquillo sulla qualità del prodotto che trova in vendita? In Italia i controlli sono efficienti? «Il regolamento prevede la creazione da parte degli stati membri di un sistema di cosmetovigilanza, per la verifica della sicurezza dei prodotti cosmetici presenti sul mercato, mediante attività di vigilanza (raccolta, monitoraggio e verifica di eventuali segnalazioni di reazioni avverse dovute all’impiego di prodotti cosmetici regolari) e mediante attività di sorveglianza (contrasto della vendita e della distribuzione di prodotti cosmetici irregolari). È un sistema che, nel tempo, dovrebbe essere sempre migliorato e il numero dei controlli dovrebbe essere sempre più alto», rimarca l’esperto.

Affidarsi a una grande marca e a un prodotto costoso può essere, quindi, una buona strategia per andare sul sicuro? «Non è sempre scontato che ci sia una correlazione diretta tra qualità e costo del prodotto sul mercato. Il contenuto del flacone incide poco sul prezzo finale di un cosmetico. Altri fattori come la pubblicità o il contenitore potrebbero incidere molto di più».

Come autodifendersi dalla pubblicità ingannevole, che potrebbe generare false aspettative? «Anche da questo punto di vista si può affermare che le creme solari sono meno soggette a claim pubblicitari eccessivi, perché è ben noto alle aziende che uno slogan ingannevole può essere causa di potenziali danni ai clienti e di interventi dell’autorità», sottolinea il cosmetologo.

L’impatto sull’ambiente

Una questione complessa è quella dell’impatto delle creme solari sull’ambiente. Abbiamo deciso di approfondire il tema con l’aiuto di Andrea Bonifazi, naturalista ed ecologo marino. «Il turismo di massa – ha detto a OggiScienza – è in costante crescita, e questo porta a un aumento quasi esponenziale dei problemi a esso associati, tra cui l’inquinamento. Avete mai notato quell’alone lattiginoso che vi circonda non appena entrate in acqua dopo esservi cosparsi di crema solare? Non ce ne rendiamo conto, ma questo è il segnale che stiamo attentando all’ecosistema marino che, invece, vorremmo ammirare pacificamente».

Le ultime ricerche hanno puntato il dito su alcune delle componenti di questi cosmetici: «Le creme solari contengono alcune molecole, tra cui l’oxybenzone, l’enzacamene, l’amiloxato e l’ottisalato, che frequentemente vengono rinvenute in organismi quali alghe, coralli, molluschi, ricci di mare o numerosi crostacei, accumulandosi nella catena alimentare per un fenomeno noto come biomagnificazione. Questo fa sì che tali sostanze siano rinvenibili anche in animali di maggiori dimensioni e all’apice della catena alimentare, come pesci, cetacei e uccelli marini. Negli ultimi anni, gli studi si sono intensificati e, tra il 2014 e il 2018, numerose pubblicazioni scientifiche hanno evidenziato come gli effetti biologici e tossicologici avessero conseguenze eterogenee e più o meno gravi su questi organismi, influenzandone la sopravvivenza, il comportamento, la crescita, lo sviluppo e la riproduzione».

Secondo le ricerche, il problema ha assunto dimensioni preoccupanti: «Uno studio pubblicato nel 2016 sulla rivista Archives of Environmental Contamination and Toxicology si è soffermato su una delle conseguenze più note ed evidenti causate da questa forma di inquinamento chimico: lo sbiancamento dei coralli. Alcune delle molecole citate, in particolar modo l’oxybenzone, causano enormi danni alle barriere coralline agendo tanto sulle planule, cioè le larve planctoniche che origineranno il corallo vero e proprio, quanto sui coralli stessi, fungendo da interferenti endocrini. Inoltre, la maggior parte degli studi si è focalizzata sugli effetti negativi delle singole molecole, ma sporadicamente ci si è soffermati sul cosiddetto “effetto cocktail”, quindi sulle conseguenze dell’interazione tra le differenti molecole presenti nei filtri solari».

Ma c’è dell’altro: «Molte creme solari contengono anche microplastiche, particelle di piccolissime dimensioni che sono una delle più tangibili forme di inquinamento dei nostri mari», sottolinea Bonifazi. «Questi frammenti plastici, di dimensioni convenzionalmente comprese tra 0,3 mm e 5 mm, interagiscono negativamente con gli ecosistemi marini, causando danni sia fisici ˗ ad esempio soffocamento e imprigionamento degli organismi di minori dimensioni ˗ sia chimici, possedendo sostanze tossiche ed essendo in grado di adsorbire molte di quelle già presenti nella colonna d’acqua. Le microplastiche possono anche fungere da zattere per specie alloctone, cioè estranee rispetto all’ecosistema in cui vengono trasportate, di cui possono mettere in pericolo gli equilibri. Nel caso delle microplastiche presenti nelle creme solari, si tratterebbe soprattutto di batteri».

Le reali dimensioni del problema non sono, però, ancora completamente note: «Bisogna tener conto – nota Bonifazi – che l’attenzione della comunità scientifica internazionale è stata catalizzata soprattutto dai macroscopici danni rilevati nei mari tropicali, ma ancora pochi lavori sono stati eseguiti nel mar Mediterraneo. Come evidenziato da uno studio svolto da ricercatori spagnoli e pubblicato nel 2019 sulla rivista Science of the Total Environment, le scarsissime conoscenze degli impatti delle creme solari sugli ecosistemi mediterranei potrebbero celare problemi ben più gravi del previsto, mettendo a rischio la qualità delle acque del Mediterraneo, le sue risorse naturali e la sua preziosa biodiversità, minacciando anche specie endemiche come Posidonia oceanica. Ad aggravare ulteriormente il problema, c’è la già citata biomagnificazione, che di fatto causa un accumulo di queste pericolose molecole in specie importanti a fini commerciali, con possibili conseguenze sulla salute umana».

Al momento, purtroppo, risulta difficile per il consumatore scegliere un buon prodotto solare a basso impatto ambientale, anche se, allo stato attuale delle nostre conoscenze, sembra che le molecole meno dannose per gli ecosistemi siano i filtri minerali. Conclude l’esperto: «Il regolamento europeo N. 1223 del 30 novembre 2009 stabilisce quali molecole presenti nei prodotti cosmetici debbano essere vietate o limitate nel loro utilizzo, ma questo non basta e ancora troppo scarse sono le nostre conoscenze riguardo alla reale entità del problema».


Leggi anche: Troppo sole senza protezione fa male anche ai vasi sanguigni

Articolo pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.    Immagini Pixabay: 12

Anna Rita Longo
Insegnante, dottoressa di ricerca e science writer. Membro del board di SWIM - Science Writers in Italy e socia effettiva del CICAP - Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sulle Pseudoscienze

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