venerdì, Dicembre 6, 2019
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2019, un inferno di incendi nell’Artico

Dall'Alaska alla Siberia, gli incendi hanno bruciato una superficie di taiga grande quanto l'Estonia. Sul banco degli imputati il cambiamento climatico ma anche errori umani di valutazione.

Gli incendi visti dallo spazio: dati Copernicus Sentinel elaborati da ESA, CC BY-SA 3.0 IGO

Brucia la Siberia. Ma anche il Canada e l’Alaska: da oltre due mesi a questa parte, le sterminate distese di conifere che costituiscono il polmone verde dell’emisfero boreale sono in fiamme. Le scarse piogge e un caldo da record hanno esacerbato le caratteristiche ecologiche di una foresta, come quella della taiga, fisiologicamente interessata da incendi periodici. I forti venti estivi hanno fatto il resto, alimentando la propagazione delle fiamme innescate verosimilmente dalla caduta di fulmini.

La conta dei danni, destinata purtroppo ad aumentare, ha raggiunto cifre da capogiro: in una manciata di mesi sono andati in fumo quasi cinque milioni di ettari, una superficie boschiva grande quanto l’Estonia. Il fumo che ha avvolto il circolo polare artico è chiaramente distinguibile dai satelliti: a memoria d’uomo, mai prima d’ora l’Artico aveva vissuto una stagione estiva così incandescente. La scarsa densità abitativa ha scongiurato conseguenze potenzialmente drammatiche per le popolazioni che abitano queste regioni: nella quasi totalità dei casi gli incendi hanno avviluppato zone remote, situate lontane dai centri abitati. Tuttavia, proprio l’inaccessibilità delle aree colpite – nonché l’iniziale sottostima del fenomeno – hanno rappresentato e rappresentano tuttora un ostacolo, sia logistico che economico, per le operazioni di contenimento e spegnimento.

I primi incendi

La foresta del Canada è stata la prima ad andare a fuoco: la prima ondata di incendi si è verificata già alla fine di marzo, proseguendo tra alti e bassi nei mesi successivi. Secondo le stime della NASA, il 19 luglio la superficie bruciata dagli incendi ha superato il milione di ettari. La maggioranza di essi è concentrato nell’Alberta: il solo focolaio di Chuckegg Creek, ininterrottamente in fiamme dalla metà di maggio nei dintorni della cittadina di High Level, ha divorato finora 340 mila ettari. Per tentare di domarlo, sono all’opera in 921 tra vigili del fuoco e personale di supporto, oltre a 48 elicotteri e 125 mezzi pesanti. Di poco inferiore sono le perdite dell’Alaska, stimate attorno agli 800 mila ettari.

Se l’Artide americana piange, quella siberiana si dispera: tra giugno e luglio sono bruciati oltre 3,2 milioni di ettari cioè una superficie grande quanto l’intero Belgio. Sono ben undici le regioni colpite, anche se le più martoriate rimangono quelle di Krasnojarsk e Irkutsk, nonché più a oriente, la Jacuzia e la Buriazia. L’inerzia delle autorità locali, limitate in nome del bilancio alla sorveglianza finché gli incendi non mettano a rischio la popolazione, hanno permesso che una situazione eccezionale sfuggisse del tutto di mano.

Le temperature record sono infatti la vera causa di questa straordinaria stagione di incendi. Secondo l’Organizzazione Meteorologica Mondiale (WMO) delle Nazioni Unite, che si basa sui dati del programma Copernico di Agenzia Spaziale Europea e Unione Europea, tanto il mese di giugno quanto quello di luglio 2019 sono stati i più caldi delle serie storiche, dapprima eguagliando, e quindi superando, persino l’annus horribilis del 2015. Ad Anchorage, principale città dell’Alaska, a inizio mese la colonnina di mercurio ha toccato i 32° C. Un picco eccezionale, spiegato in parte dalla geografia della città portuale, che tuttavia mette in risalto una tendenza incontrovertibile: in questi mesi, lungo il circolo polare artico, le temperature medie sono state quasi ovunque, e ampiamente, sopra le medie stagionali: quella di giugno nelle regioni della Siberia toccate dagli incendi era quasi dieci gradi superiore alla media del trentennio 1981-2010.

Verso un futuro imprevedibile

“Anno dopo anno, l’atmosfera sopra l’Artico è sempre più imprevedibile e capricciosa” spiega a OggiScienza Marco Tedesco, scienziato polare della Columbia University a New York. Dopo il 2013 gli scienziati si aspettavano condizioni più stabili sopra la regione e soprattutto una maggiore nuvolosità. Così non è stato. “La natura ondulatoria della corrente a getto, che circola alle latitudini settentrionali e mantiene isolata la fredda aria polare, ha finito per intrappolare delle sacche anticicloniche che persistono a lungo portando alta pressione e bel tempo” prosegue Tedesco.

Le conseguenze di questo fenomeno vanno ovviamente sommandosi al riscaldamento provocato dal cambiamento climatico, alle alte latitudini più esasperato che in altre regioni. Un’altra teoria, in corso di verifica, ipotizza una sorta di precondizionamento delle masse d’aria tra autunno e inverno. “La minore copertura nevosa della Siberia, unita alla scarsità di ghiaccio marino, potrebbe alterare la colonna verticale delle masse d’aria tra troposfera e stratosfera sopra la regione, provocando delle specie di singhiozzi” riassume Tedesco.

Secondo i dati del programma Copernicus, nel loro insieme gli incendi hanno liberato oltre 100 megatoni di anidride carbonica, una quantità di emissioni paragonabile a quella prodotta dal consumo annuo di carburanti fossili di un grande Paese come la Nigeria. Il particolato e i gas derivanti dalla combustione della biomassa vegetale possono essere trasportati su lunghe distanze, ammorbando l’aria anche di regioni molto lontane. La cappa di fumo e fuliggine non ha raggiunto solamente i piccoli villaggi ma anche le principali città della Siberia occidentale, della regione dell’Altaj e persino alcune città degli Urali come Čeljabinsk e Ekaterinburg.

Le particelle scure di carbonio, liberate nell’immane combustione, non rendono solamente difficoltosa la respirazione degli abitanti ma potrebbero perfino accelerare il riscaldamento della regione se, trasportate dai venti, si depositassero sulle superfici chiare di ghiaccio e neve: un maggiore assorbimento della radiazione solare aumenterebbe infatti il loro tasso di fusione. Tuttavia, il trasporto delle polveri in direzione del Polo è piuttosto limitato. Mentre il fogliame degli alberi bruciati è di per sé scuro. “La diminuzione dell’albedo, cioè il potere riflettente di una superficie, sarà verosimilmente di scarsa entità. Personalmente, mi preoccupa di più la liberazione in atmosfera di grandi quantità di anidride carbonica e metano”, commenta Tedesco. Quasi due terzi della Siberia giacciono infatti sopra uno spesso strato di permafrost: se si sciogliesse, enormi quantità di metano raggiungerebbero rapidamente l’atmosfera.

Grazie a un imponente dispiegamento di forze, il ministero russo della difesa ha annunciato che tra il 1° e il 3 agosto l’aviazione è riuscita a estinguere gli incendi in 450 mila ettari degli oltre 1,1 milioni in fiamme nei territori di Irkutsk e Krasnojarsk. Sulle aree boschive sarebbero state scaricate 3.586 tonnellate di acqua. A difesa della taiga è scesa in campo pure la magia: il 4 agosto nell’isola di Ol’chon, sul lago Bajkal, una quarantina di sciamani ha invocato le forze della natura affinché plachino gli incendi. Con buona pace degli spiriti, i fedeli sono stati pregati di inviare su Instagram le coordinate degli incendi per indirizzare con maggior efficacia i loro anatemi: in una situazione tanto drammatica, non è proprio il caso di fare gli schizzinosi.


Leggi anche: Da metano ad anidride carbonica per limitare i cambiamenti climatici

Articolo pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

Davide Michielin
Indisposto e indisponente fin dal concepimento, Davide nasce come naturalista a Padova ma per opportunismo diventa biologo a Trieste. Irrimediabilmente laureato, per un paio d’anni gioca a fare la Scienza tra Italia e Austria, studiando gli effetti dell’inquinamento sulla vita e sull’ambiente. Tra i suoi interessi principali vi sono le catastrofi ambientali, i fiumi e gli insetti, affrontati con animo diverso a seconda del piede con cui scende dal letto.

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