sabato, Agosto 24, 2019
LIBRI

“Mutanti” di Gavin Francis

Il quarto libro del medico scozzese Gavin Francis è un “viaggio nelle trasformazioni del corpo umano”. Tra casi clinici e divagazioni storiche, artistiche e filosofiche, senza mai dimenticare l'umanità.

“Non so forse che avviare una vita significa metterle la morte alle calcagna?”

La domanda si affaccia alla mente di Benjamin Malaussène, lo stravagante eroe dello scrittore Daniel Pennac, non appena scopre che sta per diventare padre. Ed è davvero così: dopo il concepimento, l’unica cosa sicura è che a un certo punto arriverà la morte. Ma in mezzo c’è la vita con tutti i suoi incessanti cambiamenti, istante dopo istante a ogni livello possibile, da quello chimico – perché il corpo è chimica – a quello mentale. Proprio di questi cambiamenti si occupa l’ultimo, colto e coinvolgente libro del medico e scrittore scozzese Gavin Francis: Mutanti, viaggio nelle trasformazioni del corpo umano (EDT, Torino 2019, 301 pagine, 22 €). Un libro ricchissimo di racconti, spiegazioni scientifiche (mai noiose), divagazioni, incursioni nei mondi dell’arte, della filosofia, della letteratura.

Partendo dalle vicende e dai bisogni dei suoi pazienti – Francis è medico di famiglia a Edimburgo – o dai casi clinici incontrati durante i suoi studi o i suoi viaggi (un esempio: nel 2003 ha prestato servizio medico presso la Halley Research Station, in Antartide), l’autore racconta come cambiano o possono cambiare il corpo e la mente nel corso dell’esistenza. A volte per ragioni fisiologiche, perché la vita è necessariamente costellata di “passaggi di stato”: nascita, pubertà, gravidanza, menopausa, morte, ma anche, in modo meno ovvio, sonno o riso. Altre volte perché sono malattie o incidenti a causare trasformazioni: fratture, amputazioni, squilibri ormonali, tumori, allucinazioni, demenze. E altre volte ancora perché siamo noi stessi a cercare un cambiamento, che si tratti di scolpire i muscoli con la pratica del culturismo (e, magari, l’assunzione di sostanze che sarebbe meglio evitare), di decorare con un tatuaggio un braccio, una caviglia o una schiena, di “avvicinarci ulteriormente a quello che consideriamo il nostro io più autentico”, come nel caso di trattamenti o interventi per la varianza di genere.

Un capitolo per ogni trasformazione

Ogni trasformazione, un capitolo. In uno dei primi c’è la storia di Joanne, arrivata in ambulanza al pronto soccorso in preda a un “delirio eccitato”. La sua diagnosi di porfiria (rara malattia metabolica causata da alterazioni delle porfirine, molecole fondamentali per la struttura dell’emoglobina) diventa l’occasione per una breve rassegna della licantropia nella letteratura antica e moderna e per smentire l’ipotesi, sostenuta anche da medici, di un influsso della luna piena sulla mente umana.

Francis spiega brevemente ma con chiarezza che proprio certe manifestazioni di varie forme di porfiria possono spiegare molti dei segni caratteristici dei “lupi mannari”: la crescita di peli sulla fronte e sulle guance, gli ululati (in realtà urla di dolore per coliche addominali), gli episodi psicotici, l’allontanamento dalla luce per evitare il peggioramento di infiammazioni della pelle. Nel capitolo sulla nascita, invece, la storia della cardiopatia del piccolo Connor è lo spunto per una brillante descrizione dell’evoluzione del cuore nell’embrione e nel feto, e dei cambiamenti che intervengono immediatamente dopo la nascita. E in quello sulla bioingegneria le storie di Olivia, Andrew e Jamie, che hanno tutti subìto amputazioni di uno o più arti, ci catapultano nel pieno di una discussione sugli aspetti tecnologici ed etici dell’utilizzo di protesi, anche in paesi a basso reddito.

Mentre racconta, Francis conduce il lettore in giro per il mondo: nel parco di olmi e ciliegi che attraversa ogni giorno per raggiungere l’ambulatorio, o sulle Salisbury Crags, un gruppo di falesie affacciate sul centro di Edimburgo. Sulle piattaforme di ghiaccio dell’Antartide, scenario di un approfondimento sulle alterazioni dei ritmi circadiani e il jet lag. A Torino – “una città dell’Italia settentrionale dall’atmosfera francese, larghi viali, palazzi settecenteschi, legno verniciato e lucido ottone; e poi platani, passeggiate e il Po” – per parlare di gigantismo, fisico e intellettuale. In Gambia, dove la gamba rotta di un bambino di otto anni permette di far luce su insolite relazioni tra algebra e medicina:

«Il termine algebra deriva dall’arabo al-jabr, che tra le altre cose significa “aggiustare le ossa”. Benché siano presenti degli accenni all’algebra già in alcuni antichi testi greci, come gli Elementi di Euclide e gli scritti del medico Galeno, l’algebra che conosciamo oggi fu concepita a Baghdad nel ix secolo. Il calcolo algebrico ha preso questo nome perché separa due lati di un’equazione, li pareggia, poi si applica per trovare soluzioni, proprio come è possibile separare un osso rotto mettendolo in trazione per poi farlo guarire. Nel sud della Spagna, grazie al retaggio degli arabi, fino all’epoca moderna gli aggiusta-ossa e i cerusici venivano chiamati algebristas».

Ma al di là delle tante gradevoli narrazioni e spiegazioni, ciò che più colpisce alla lettura di questo libro è il grandissimo senso di umanità dell’autore. Di rispetto per le vite dei pazienti. Di proposta di una medicina che dove non arriva a guarire, sappia almeno dare conforto concreto alle sofferenze. Sono commoventi, per esempio, le parole dedicate alla varianza di genere:

«La varianza ci costringe a riflettere sulla polarizzazione del genere nella nostra società che ci chiede implacabilmente ed enfaticamente di scegliere, quando è ormai risaputo che forzare la decisione potrebbe rivelarsi dannoso, e che non c’è alcuna prova scientifica a sostegno di questo atteggiamento: traiamo tutti beneficio permettendo ad alcuni elementi della nostra identità di rimanere fluidi».

Ed è memorabile il capitolo finale dedicato alla morte, con una descrizione dettagliata ma incredibilmente riguardosa e delicata di un’autopsia, che diventa pretesto di celebrazione della vita.

«E allora che cosa ne pensi?» mi chiede (la dottoressa che l’ha eseguita, NdR).
«Vedi così tanta morte» le rispondo, sistemandomi la cravatta, «che effetto ti fa?».
Lei resta in silenzio, riabbassa gli occhi sui fogli. «Non ci penso troppo» dice alla fine. «Però» fa un lungo respiro, poi sorride di nuovo, «una mattinata di autopsie mi fa venire voglia di festeggiare il fatto di essere viva».


Leggi anche: Complessità, dalla scienza alla società

Articolo pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

Valentina Murelli
Giornalista scientifica, science writer, editor freelance

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: