domenica, Novembre 17, 2019
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Anatomia di uno sbadiglio

È presente nella nostra vita di tutti i giorni, eppure non ci soffermiamo mai troppo a pensare allo sbadiglio. Ma per gli scienziati è un elemento di grande interesse.

sbadiglio

A cosa servono gli sbadigli? Sono presenti in tutti gli animali? E c’è differenza tra uno sbadiglio e l’altro? Quest’ultima domanda è particolarmente importante, perché c’è una differenza fondamentale da tenere in considerazione quando si parla di sbadigli. Bisogna infatti distinguere tra lo sbadiglio spontaneo e quello frutto di contagio, che si manifesta in risposta allo sbadigliare di un altro individuo. «Il primo, inteso come comportamento che si manifesta in modo simile a livello esteriore, è stato osservato in specie appartenenti a tutti i gruppi di Vertebrati, dai pesci fino ai mammiferi, dagli uccelli ai rettili e anfibi. Anche se non è noto quanto sia effettivamente assimilabile allo sbadiglio come lo conosciamo per la nostra specie, si osserva un’apertura delle mandibole estrema e prolungata associata, a seconda dell’anatomia dell’animale in questione, a una maggiore, minore o nessuna rotazione della testa. Negli esseri umani, inoltre, il “picco” dello sbadiglio è accompagnato da una fase di apnea», spiega Ivan Norscia, antropologo, primatologo e professore associato all’Università di Torino, che ha studiato lo sbadiglio in diverse specie animali, compresa la nostra.

Il meccanismo fisiologico che origina lo sbadiglio spontaneo e la sua funzione hanno affascinato gli scienziati per anni. Una review del 2013 riporta alcune delle ipotesi proposte per spiegare il meccanismo dello sbadiglio, una delle quali suggerisce, sulla base di studi condotti sui ratti e sui parrocchetti, che consenta di abbassare la temperatura cerebrale. Secondo un’altra ipotesi, invece, lo sbadiglio potrebbe rappresentare un modo di fornire più ossigeno al cervello quando ci troviamo in condizioni d’ipossia. «A oggi, però, non abbiamo dimostrazioni definitive che ci consentano di stabilire e collegare il meccanismo e la funzione dello sbadiglio in modo definitivo», spiega Norscia.

Lo sbadiglio spontaneo: ciò che sappiamo

«Ciò che sappiamo, almeno per quanto riguarda la nostra specie, è che lo sbadiglio spontaneo è in generale correlato a un cambiamento dello stato fisiologico dell’individuo», spiega ancora il professore. «È associato a condizioni di noia, sonnolenza, passaggio dal sonno alla veglia o viceversa e lievi stati di ansia». Quest’ultimo aspetto è forse il meno noto e intuitivo; alcuni studi, tuttavia, hanno in effetti correlato lo sbadiglio ad aumentati livelli di cortisolo, l’ormone associato allo stress.

Neanche in questo caso si tratta di conferme definitive, ma è interessante notare che anche alcuni studi di etologia, tra cui uno condotto proprio da Norscia e dai suoi colleghi sui lemuri, hanno evidenziato una maggior frequenza di sbadigli nei minuti immediatamente successivi a un evento stressogeno (presenza di serpenti, irruzione di turisti rumorosi e così via), fornendo un collegamento empirico tra l’ansia e lo sbadiglio. E lo sbadiglio sembra essere comunemente associato agli stati d’ansia anche nel cane.

Uno sbadiglio contagioso

Questo per quanto riguarda lo sbadiglio spontaneo; ben diverso è lo sbadiglio frutto di contagio. «Proprio perché è stato osservato in pressoché tutti i gruppi di Vertebrati, lo sbadiglio spontaneo è ritenuto un comportamento antico. Al contrario, lo sbadiglio da contagio sembra essere evolutivamente più recente. Finora è stato dimostrato solo in poche specie, in parte perché gli studi sono ancora pochi, in parte anche perché alcune delle specie già indagate si sono rivelate non suscettibili al contagio», spiega Norscia. «Ad esempio, è stato osservato nel bonobo, ma non nei lemuri né nei gorilla, e neppure nelle tartarughe». (Per inciso, lo studio che ha indagato il contagio da sbadiglio nelle tartarughe ha meritato il Premio Ig Nobel nel 2011).

Naturalmente, lo sbadiglio da contagio è diverso dallo sbadigliare insieme. «Due soggetti possono sbadigliare insieme semplicemente perché entrambi si trovano in una situazione simile (sono entrambi stanchi), così come due persone possono ridere contemporaneamente al cinema perché stanno guardando la stessa scena comica. Il contagio prevede proprio che lo sbadiglio di una persona (o una risata per mantenere l’analogia) provochi lo sbadiglio (o risata) nell’altra. Questo rende lo sbadiglio da contagio anche più difficile da studiare», spiega ancora il professore.

Empatia e sbadigli

L’interesse, tuttavia, non manca. Se, infatti, il contagio prevede che lo sbadiglio di un individui agisca da stimolo scatenante per quello di un altro, significa che tra i due si deve stabilire una qualche forma di connessione. «È stato ipotizzato che il contagio di sbadiglio sia dovuto al cosiddetto meccanismo percezione-azione, secondo il quale percepire l’espressione facciale altrui e riprodurla permette anche di attivare tutto ciò che a quell’espressione è correlato, incluso lo stato emotivo», spiega Norscia. Lo stesso meccanismo è stato ipotizzato anche per il sorriso e, soprattutto, la risata: spiegherebbe, in pratica, perché vedere qualcuno ridere di gusto fa venire da ridere anche a noi, e ci trasmette allegria. «Questa mimica motoria potrebbe sottendere un contagio emotivo che, secondo il modello proposto da Frans De Waal e Stephanie Preston, rappresenterebbe la forma più basilare di empatia. Su tale base s’inserirebbero tutti gli altri livelli, che dipendono dalla complessità cognitiva della specie, fino ad arrivare ai comportamenti di consolazione, preoccupazione per l’altro (sympathetic concern) e alla possibilità di assumere la prospettiva altrui (perspective taking).

Sapere se la mimica facciale del contagio dello sbadiglio sottende anche un contagio emotivo diventa quindi particolarmente interessante, perché permetterebbe d’indagare le radici evolutive dell’empatia e se e come questa si manifesti nel mondo animale. Ma come capire se nel contagio dello sbadiglio vi è anche un contagio dello stato emotivo?

Una possibile prova dell’avvenuto contagio emotivo viene dagli studi di neurobiologia. «Tramite risonanza magnetica funzionale è possibile vedere se le aree del cervello attivate dal contagio di sbadiglio coinvolgono in una qualche misura anche quelle associate alla lettura di stati emotivi altrui», spiega Norscia. Ad esempio, due studi (qui e qui) condotti sugli esseri umani riportano una maggior attività neurale durante lo sbadiglio da contagio nella corteccia cingolata posteriore, nella circonvoluzione frontale inferiore, nel precuneo e in altre zone coinvolte nell’auto-processamento delle informazioni e nell’attribuzione degli stati emotivi e mentali. Tuttavia, questo tipo d’indagine è più complicato da condurre, soprattutto per quanto riguarda gli animali non umani, per cui gli studi sono ancora limitati.

Sbadigli tra amici

«Un secondo tipo di evidenza è correlativo: si può osservare, infatti, che il contagio si presenta maggiormente quando due individui sono amici o familiari tra loro e significativamente meno quando si tratta di due semplici conoscenti o addirittura sconosciuti», spiega Norscia. «Ciò consente infatti di correlare il contagio sbadiglio anche al gradiente di empatia che esiste tra gli individui». Tale meccanismo è stato osservato ad esempio nell’essere umano e nei bonobo, e un altro studio, sempre firmato da Norscia e dai suoi colleghi, ha anche individuato una maggior sensibilità al contagio nelle femmine della nostra specie rispetto ai maschi (come OggiScienza ha raccontato qui), un risultato che gli scienziati correlano al fatto che le femmine probabilmente presentino abilità empatiche più sviluppate.

Non solo. Tra i pochi animali in cui è stata dimostrata la presenza di sbadiglio da contagio vi è il cane; in questo caso, il contagio osservato è inter-specifico: i cani hanno più probabilità di sbadigliare se vedono sbadigliare un essere umano. Non uno qualunque, però: la risposta risulta infatti più frequente se lo “sbadigliatore” è il proprietario, e meno frequente se è uno sconosciuto. Quest’osservazione sembra quindi indicare che, tra noi e i cani, debba esistere un certo livello di vicinanza emotiva affinché avvenga il contagio.

«Secondo alcuni, la capacità di entrare in connessione affettiva con l’uomo sarebbe il risultato del processo di domesticazione», spiega Norscia. Un lavoro del 2014 ha analizzato il comportamento anche nel parente selvatico del cane, il lupo, mostrando che anche in questa sottospecie è presente il contagio da sbadiglio,  preferenzialmente tra lupi che hanno tra loro un legame sociale più stretto all’interno del branco. «Il contagio di sbadiglio è quindi probabilmente un tratto ancestrale comune tra le due sottospecie, forse legato ad un’elevata socialità che è declinata in modo diverso nella versione domestica (cane) rispetto a quella selvatica (lupo)», spiega ancora il professore. Interessante notare che anche in questo lavoro è stata evidenziata una differenza di genere: le femmine sembrano infatti avere tempi di reazione minori rispetto ai maschi.


Leggi anche: Il contagio dello sbadiglio colpisce più lei che lui

Articolo pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

Immagine: Pixabay

Anna Romano
Biologa molecolare e comunicatrice della scienza, amo scrivere (ma anche parlare) di tutto ciò che riguarda il mondo della ricerca.

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