mercoledì, Luglio 15, 2020
AMBIENTE

Gli eventi legati all’ambiente più rilevanti del 2019

Gli scioperi per il clima, sempre più numerosi e influenti anche grazie alla figura di Greta Thunberg, i drammatici incendi che hanno sconvolto la foresta pluviale, lo studio MOSAIC, il Nobel per la chimica e la fallimentare COP 25 sono gli eventi legati a doppio filo ai cambiamenti climatici e all’ambiente secondo noi più rilevanti del 2019.

Greta Thunberg e gli scioperi per il clima

L’attivista svedese Greta Thunberg è ormai la personalità più influente a livello globale per quanto riguarda la lotta contro i cambiamenti climatici. La sedicenne di Stoccolma, che ha ispirato il movimento globale dei Fridays for future e altre iniziative analoghe come Global Strike 4 Future e Youth for Climate, è stata anche nominata dalla rivista TIME come la persona dell’anno. Tutto è iniziato nell’agosto del 2018, quando per un paio di settimane l’attivista, ogni venerdì, manifestava per il clima davanti al Riksdag (il Parlamento svedese) mostrando un cartello con la scritta: “Sciopero scolastico per il clima” per protestare contro la mancanza di azioni del suo governo sulla questione climatica.

La sua iniziativa ha poi dato vita a un gran numero di manifestazioni analoghe in tutto il mondo, sfociate nel 2019 in quattro scioperi globali contro il cambiamento climatico. Il primo si è tenuto il 15 marzo 2019 (ne abbiamo parlato qui) dallo slogan “Climate is changing, why aren’t you?” (Il clima sta cambiando, perché tu no?). Il secondo si è svolto il 24 maggio, il terzo il 27 settembre 2019 (durante la Climate Action Week, quando circa 7,6 milioni di persone scese in piazza) e il quarto il 29 novembre 2019. Gli scioperi per il clima hanno coinvolto numerose scuole, insegnanti e studenti, ma anche ricercatori e attivisti.

Nel 2019 la leader del movimento Fridays for Future non ha solo mobilitato le piazze, ma è anche entrata nei luoghi più importanti della politica mondiale dove ha rivolto messaggi diretti e senza sconti ai potenti di tutto il mondo. A gennaio ha parlato al World Economic Forum di Davos, in aprile ha incontrato Papa Francesco, il 23 settembre ha parlato alla sede dell’ONU durante il Climate Action Summit dove ha pronunciato un discorso energico e commosso.

Immagine: Pixabay

Gli incendi in Amazzonia (e non solo)

Ne abbiamo parlato largamente anche noi (per esempio qui e qui): gli incendi in Amazzonia sono stati, soprattutto lo scorso agosto, una delle notizie legate al clima più riprese dai media in questo 2019. Nella foresta amazzonica sudamericana è stato rilevato un numero molto elevato di incendi: più di 30 mila fuochi sono stati quelli segnalati dai
satelliti di INPE, l’agenzia spaziale carioca nella sola macroregione amazzonica.

Non si tratta di un record per gli incendi nel mese di agosto: nel 2005 gli incendi furono più di 63 mila. Tuttavia, questo non è un motivo di tranquillità. Se calcoliamo la media degli incendi nei mesi di agosto dal 1995 al 2019 otteniamo 25853 fuochi per questa zona del Brasile. L’ultimo anno si colloca quindi ben sopra a questa media e pure il contesto climatico del 2019, non eccessivamente secco, è stato motivo di preoccupazione. Non hanno aiutato le politiche del presidente Jair Bolsonaro, in carica da gennaio 2019, che si è dimostrato particolarmente “morbido” nelle politiche di tutela della foresta, acconsentendo senza troppe remore all’utilizzo di pratiche molto dannose – come gli incendi – per strappare terreni agricoli e industriali alla foresta.

Gli incendi non hanno interessato solo l’Amazzonia: in estate bruciava anche la foresta pluviale africana e in questi giorni è l’Australia a essere interessata da numerosi ed estesi focolai.

MOSAiC, la maggiore spedizione di sempre nell’Artico
Gli scioperi hanno mobilitato le persone, ma la questione climatica è ovviamente oggetto anche di numerosi studi scientifici per capire gli effetti e i meccanismi profondi della crisi climatica. Uno di questi è quello che ha preso il via il 20 settembre 2019. Dalla Norvegia è infatti partita la maggior spedizione di sempre nell’Artico, composta da 600 scienziati provenienti da 20 paesi. I ricercatori, partiti a bordo della nave rompighiaccio tedesca Polarstern, studieranno per un anno il cambiamento climatico nei ghiacci del Polo Nord, ovvero il luogo della Terra dove la temperatura aumenta di più. L’incremento è infatti quasi il doppio rispetto al resto del mondo.

Il budget per questo studio di nome MOSAiC (Multidisciplinary Drifting Observatory for the Study of Arctic Climate) è di circa 140 milioni di euro. A guidare la spedizione è il climatologo tedesco e fisico dell’atmosfera Markus Rex, coadiuvato dal collega dell’Alfred Wegener Institute (Istituto Alfred Wegener per la ricerca marina e polare di Bremerhaven, Germania) Klaus Dethloff e da Matthew Shupe del CIRES, Università del Colorado.

La spedizione resterà al Polo Nord anche durante il rigidissimo inverno: dodici mesi pieni di missione, avventura e ricerca per poter diffondere ai ricercatori di tutto il mondo dati fondamentali per capire come l’Artico stia cambiando sotto i colpi del cambiamento climatico. La spedizione è partita nel 2019 ma ovviamente si svilupperà soprattutto nel 2020: non a caso, la rivista Nature l’ha inserita fra gli esperimenti scientifici da seguire con grande attenzione nell’anno a venire.

Immagine: Pixabay

Il Nobel per la chimica agli inventori delle batterie amiche dell’ambiente

L’americano John B. Goodenough, l’inglese naturalizzato americano M. Stanley Whittingham e il giapponese Akira Yoshino sono i tre vincitori del premio Nobel per la chimica 2019 (ne abbiamo parlato qui). I tre scienziati sono stati premiati in qualità di inventori delle batterie agli ioni di litio, ovvero le batterie che alimentano tutte le tecnologie che ci sono più familiari: smartphone, tablet e notebook. Queste batterie non sono state cruciali solo per compiere la rivoluzione informatica che ha invaso le nostre tasche, ma anche per aprire concretamente la strada alle auto elettriche.  Nonostante sul piano ambientale quello che conta davvero è che l’energia elettrica che alimenta i veicoli venga prodotta con fonti rinnovabili, è altrettanto necessario un sistema di stoccaggio efficace (e ambientalmente sostenibile anche nello smaltimento, problema che resta aperto).

Questo tipo di batterie non interessa solo le auto, ma anche le biciclette a pedalata assistita, altro tipo di mobilità urbana ed extraurbana in espansione che potrebbe favorire un modo di muoversi più salubre e sostenibile.

Quello che è andato storto: il fallimento di COP 25

La conferenza mondiale delle Nazioni Unite sul clima COP25 si sarebbe dovuta tenere in Cile, ma il 30 ottobre scorso il paese sudamericano ha annunciato la propria indisponibilità a ospitarla a causa dei tumulti e delle proteste che hanno interessato il paese. La conferenza internazionale si è poi tenuta a Madrid dal 2 al 13 dicembre (ne abbiamo parlato qui) e ha ospitato i rappresentanti di circa 200 nazioni.

Come abbiamo detto qui, la posta in palio a Madrid era altissima: gli accordi di Parigi del 2015 non si sono a oggi tradotti in un cambiamento tangibile, le emissioni di gas climalteranti non stanno calando (anzi, nel 2018 sono aumentati dell’1,7%) e gli studi scientifici mostrano con una enorme crudezza che anche mantenendo i patti stretti in Francia quattro anni fa la temperatura media aumenterebbe di 3,2°C, più del doppio della soglia auspicata di 1,5°C.

La COP 25 è stata un fallimento perché sostanzialmente si è arenata sulle tecnicalità legate all’articolo 6 dell’Accordo di Parigi, ovvero la possibilità offerta ai paesi che inquinano di più di “acquisire” le quote di inquinamento non sfruttate dai paesi che inquinano meno. Alcuni paesi quali Australia, Brasile e Stati Uniti (con Washington che uscirà dall’Accordo di Parigi nel 2020) hanno poi ostacolato tentativi di accordo per rileggere al ribasso le soglie di emissioni. Inoltre, l’assenza di vincoli legali e sanzioni – visto che gli accordi si basano su impegni volontari dei singoli paesi – rende la violazione degli impegni priva di qualsivoglia conseguenza negativa per chi viene meno al patto.

Insomma, serviva un cambio di passo che non c’è stato. Le residue speranze sono tutte riposte in COP 26, che si terrà a novembre 2020 a Glasgow.


Leggi anche: Nei mari sempre più caldi, gli scenari peggiori sono già realtà

Articolo pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

Francesca Zanni
Ho frequentato un corso di Giornalismo Culturale e tre corsi di scrittura creativa dopo una laurea in Storia Culture e Civiltà Orientali e una in Cooperazione Internazionale. Ho avuto esperienze di lavoro differenti nella ricerca sociale e nella progettazione europea e attualmente mi occupo di editoria. Gattara, lettrice accanita e bingewatcher di serie TV.

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