domenica, Luglio 12, 2020
AMBIENTEIN EVIDENZA

La qualità dell’aria a portata di smartphone

Una nuova iniziativa dell’Environment Programme delle Nazione Unite mette a disposizione di tutti una mappa interattiva sulla qualità dell’aria in ogni angolo della superficie del nostro pianeta.

L’inverno è la stagione delle brutte notizie per quanto riguarda la qualità dell’aria. Anche in questi giorni in molte aree urbane del mondo gli alti livelli di inquinamento sembrano generare un’escalation di pessimismo. A Taiwan si prevede una settimana da incubo a causa della mancanza di vento e del fenomeno dell’inversione termica; a Delhi, sesta città più inquinata del mondo, si parla di un tragico fallimento della democrazia nel contenere gli effetti collaterali dell’urbanizzazione; a Budapest tutti i gruppi sensibili sono stati invitati a non uscire all’aperto.

Ma c’è anche chi cerca di reagire proponendo soluzioni innovative. A New York, per esempio, 30 mila veicoli della flotta municipale (macchine della polizia, autobus, camion dei pompieri…) saranno coinvolti nel progetto City Scanner, che prevede l’installazione di un sensore di ultima generazione su ciascuno di questi mezzi mobili. Muovendosi in modo capillare su tutta la superficie della metropoli questi strumenti potranno quindi raccogliere molti più dati sulla qualità dell’aria newyorkese.

Si tratta di una strategia locale che va a braccetto con la nuova iniziativa globale sviluppata dallo UN Environment Programme (UNEP) in partnership con UN-Habitat e IQAir – un’azienda svizzera che sviluppa tecnologie per la misurazione della qualità dell’aria – e lanciata ad Abu Dhabi nella seconda settimana di Febbraio in occasione del World Urban Forum 2020. Si tratta della più grande banca dati mondiale sull’inquinamento da materiale particolato (PM2,5), consultabile facilmente anche per i non addetti ai lavori. Ha infatti la forma di un planisfero digitale aggiornato in tempo reale, nel quale confluiscono le rilevazioni prodotte da migliaia di sensori posizionati su tutta la superficie del pianeta.

Una mappa per monitorare le PM2,5

La mappa interattiva mostra il calore della superficie terrestre, la direzione dei venti, gli incendi in corso e la posizione dei sensori di PM2,5 presenti nel globo, rappresentati come cerchi colorati sui quali campeggia un numero corrispondente alla quantità di microgrammi per metro cubo di particolato presenti nell’aria del luogo in cui il sensore è situato. Cliccando su ciascun cerchio è possibile ottenere altri dati, come l’umidità, la temperatura e la pressione atmosferica, oltre a una piccola infografica sullo storico dei livelli di inquinamento nelle 24 ore precedenti.

Mettendo gratuitamente a disposizione di tutti uno strumento così raffinato, potente, immediato e “user-friendly” l’ONU intende raggiungere un duplice scopo: unificare e arricchire i database già esistenti e instillare nelle persone la consapevolezza che quello della qualità dell’aria è un problema quotidiano al quale nessuno può sfuggire. Le PM2,5 (microparticelle di diametro aerodinamico inferiore ai 2,5 micrometri, quindi molto più piccole anche delle più note PM10) sono infatti emesse dai veicoli a motore, dalle centrali a carbone e dalle industrie, oltre che da altre sorgenti di origine umana e naturale. Esse contribuiscono all’inquinamento dell’ambiente urbano provocando gravi danni alla salute, in quanto le loro ridottissime dimensioni gli permettono di depositarsi persino negli alveoli polmonari.

Per questi motivi l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha fissato a 10 microgrammi per metro cubo d’aria la soglia al di sotto della quale si dovrebbe sempre rimanere per preservarsi dai molti rischi connessi alla respirazione di queste sostanze. Ciononostante, come si può leggere nel report dell’Health Effects Institute (HEI) di Boston, realizzato nel 2019 in collaborazione con il Global Burden of Disease Project (GBD) dell’Institute for Health Metrics and Evaluation (IHME) dell’Università di Washington, nel 2017 il 92% della popolazione mondiale abitava in aree la cui aria non era conforme alle linee guida dell’OMS.

Proprio come il grafico qui sopra, anche la mappa interattiva realizzata dallo UNEP mostra in tempo reale, attraverso una dinamica scala cromatica, i luoghi del globo dove l’inquinamento supera le diverse soglie di sicurezza intermedie stabilite dall’OMS. Nel 2017, in cima alla classifica dei Paesi con l’aria peggiore del mondo si trovava il Nepal, con una concentrazione media annuale di 99,7 μg/m³ PM2,5. A seguire nella Top 10: Niger, Qatar, India, Arabia Saudita, Egitto, Cameroon, Nigeria, Bahrain, Chad.

Il report State of Global Air 2019 mostra che la popolazione dei Paesi in via di sviluppo soffre di un’esposizione alle polveri sottili dalle 4 alle 5 volte superiore rispetto a quella delle regioni più sviluppate e ricche, per via delle alte emissioni di materiale particolato generate dai processi di industrializzazione. I Paesi occidentali sono infatti in maggioranza nella classifica dei primi dieci per aria più salubre, nella quale troviamo Finlandia, Brunei, Nuova Zelanda, Svezia, Canada, Islanda, Estonia, Norvegia, Stati Uniti e Maldive. L’inquinamento dell’aria non rappresenta quindi solo una questione ambientale, ma ha anche ricadute sociali, che rendono ancora più salato il prezzo che i Paesi in via di sviluppo devono pagare per raggiungere i livelli di benessere occidentali.

L’inquinamento da PM2,5 in Italia

Ma a che punto della classifica si colloca l’Italia? Con una concentrazione media annuale di 16,8 μg/m³ di PM2,5 l’aria italiana ha un “sapore” simile a quella di Venezuela e Colombia, accaparrandosi il 111 posto nella classifica dei 162 Paesi considerati dallo studio dell’HEI. Un altro studio realizzato per il Global Burden of Disease, e pubblicato nel 2016 dalla Banca Mondiale, ha anche permesso di calcolare la variazione (tra il 1990 e il 2016) della percentuale della popolazione della penisola che di anno in anno è stata esposta a livelli di inquinamento superiori alle soglie fissate dalle linee guida dell’OMS. Il grafico qui sotto mette la situazione dell’Italia a confronto con quella di alcuni altri Paesi del continente Europeo.

Dopo un picco di inquinamento osservabile tra il 2013 e il 2014 sembra che l’Italia stia faticosamente tornando al trend decrescente degli anni precedenti, evidente anche in molti altri Paesi con l’eccezione di Spagna e Croazia, i cui livelli di inquinamento sembravano nel 2016 di nuovo in crescita. Tuttavia, esplorando la mappa interattiva dello UNEP, si può intuire che numerosi sensori posti sul territorio italiano riportano spesso valori che si discostano anche ampiamente dalla media. Si tratta soprattutto di quelli collocati in pianura Padana, i quali, nel momento in cui scriviamo, rilevano concentrazioni di particolato superiori ai 25 (e talvolta anche ai 35) μg/m³. Ci sono dunque aree geografiche della nostra penisola dove lo sforzo collettivo per abbassare l’inquinamento dell’aria dovrebbe essere ben più pronunciato che altrove.

Al di là di tutti i possibili aggiustamenti statistici, infatti, ciascun cittadino respira solo l’aria del luogo in cui vive per la maggior parte del tempo, indipendentemente dalla salubrità di quella respirabile nelle zone più incontaminate del proprio Paese. Per questo motivo rendere accessibili a tutti i dati delle rilevazioni dei singoli sensori potrà avere un grande impatto sociale, accrescendo la consapevolezza che l’aria degli spazi urbani è spesso di scarsissima qualità.

Gli effetti a medio-lungo termine delle PM2,5 sulla salute

Molteplici sono i modi in cui l’inquinamento da PM2,5 può peggiorare le condizioni di salute delle popolazioni urbane. Nello State of Global Air Report 2019 si legge che nel 2017 le PM2,5 disperse nell’ambiente esterno sono state responsabili di almeno 3 dei 4,9 milioni di morti premature riconducibili a una scarsa qualità dell’aria (il che corrisponde al 5,2% del totale delle morti annuali globali). I rimanenti 1,9 milioni sono infatti legati soprattutto all’inquinamento da ozono troposferico (cioè che si forma a bassa quota), oppure a quello da altro particolato proveniente dalla combustione di carburanti solidi utilizzati per cucinare in ambiente domestico, specialmente nei Paesi più poveri dell’Africa Subsahariana e del Sud-Est Asiatico.

Dei 3 milioni di morti premature associabili all’inquinamento da PM2,5, inoltre, la metà sono avvenute tra Cina e India, spesso a seguito di patologie legate a problemi cardiovascolari, del cancro ai polmoni, di malattie polmonari ostruttive croniche, di infezioni alle basse vie respiratorie o di diabete di tipo 2. Si stima infatti che un’esposizione costante a una concentrazione di PM2,5 sopra il livello di sicurezza sia in grado di ridurre mediamente l’aspettativa di vita di una persona anche di poco più di un anno. Nonostante queste lapidarie statistiche, come mostrato nel grafico seguente il tasso di mortalità prematura relativo all’inquinamento da PM2,5 è in discesa in buona parte del mondo, grazie al continuo aumento della prosperità e degli standard di vita e di sanità anche in molti Paesi in via di sviluppo.

Tuttavia, globalmente il numero complessivo delle morti connesse all’inquinamento da PM2,5 continua a salire: da 1,75 milioni nel 1990 si è passati, come già detto, a quasi 3 milioni nel 2017. Questa apparente contraddizione è dovuta al fatto che nelle statistiche sul tasso di mortalità prematura viene applicata una standardizzazione dell’età. In altre parole, poiché l’avanzare dell’età accresce la probabilità che un individuo vada incontro a patologie collegate all’inquinamento dell’aria, nel calcolo si cerca di attribuire un peso minore alle morti premature di individui anziani, in modo da eliminare le distorsioni relative al fatto che questi ultimi sono più vulnerabili alle insidie delle polveri sottili. Ciò permette di osservare che, se tutta la popolazione mondiale avesse la stessa età, il numero di morti sarebbe in calo. Poiché invece la popolazione mondiale è in crescita, così come il numero degli anziani, sempre di più sono le persone che oggi si trovano in una condizione di alto rischio per un tempo prolungato.

Dal 1990, le morti premature di bambini al di sotto dei 5 anni causate dall’inquinamento dell’aria si sono lievemente ridotte, mentre quella delle persone fra i 55 e gli 85 anni sono quasi raddoppiate (State of Global Air Report 2019, p.15). È un monito da non dimenticare: quello che l’uomo fa all’ambiente può avere ricadute sulla sua salute e sulle sue possibilità di permanenza sulla Terra anche nel medio-lungo termine. Molti stanno pagando oggi il prezzo di azioni decise più di trenta anni fa. Quale prezzo dovranno pagare le generazioni future? Affinché la situazione non si aggravi ancora sarà necessario continuare ad assecondare le timide tendenze di miglioramento già in campo, innescando processi di riconversione ecologica virtuosi e almeno altrettanto esponenzialmente efficaci.


Leggi anche: Inquinamento dell’aria, come reagisce il nostro corpo?

Articolo pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

Immagine: Pixabay

Alessandro Cattini
Laureato magistrale in filosofia, si è occupato principalmente di etica sociale e filosofia dell’ecologia, seguendo poi corsi di datajournalism e data visualization presso Big Data Lab. Scrive soprattutto di cambiamento climatico, sostenibilità e cinema ed è attivamente impegnato nella promozione degli obiettivi dell'Agenda2030, collaborando con varie associazioni. Ama la comunicazione multimediale e l'educazione non formale e studia la facilitazione di gruppi, il pensiero sistemico e il design thinking.

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