mercoledì, Settembre 30, 2020
AMBIENTEATTUALITÀ

La banca dei semi alle Svalbard supera quota 1 milione di varietà

Il nuovo deposito di sementi è il primo dopo i problemi di allagamento e la costruzione del nuovo tunnel di accesso

Sotto un cielo invernale, con la luce tutta particolare che si può trovare solamente oltre il circolo polare artico in questo periodo dell’anno, il 25 febbraio scorso la banca dei semi delle Svalbard ha accolto 35 nuove accessioni. Il conto delle varietà conservate nella struttura scavata nel permafrost ha così superato la simbolica quota di 1 milione.

A sottolineare l’importanza politica e mediatica dell’evento è stata la presenza della prima ministra della Norvegia, paese di cui fanno parte le isole, Erna Solberg e di Addo Dankwa Akufo-Addo, il presidente del Ghana. I due co-presiedono il gruppo delle Nazioni Unite dei testimonial del Sustainable Development Goals.  “Si tratta di un deposito particolarmente tempestivo”, ha dichiarato alla stampa Solberg, “poiché il 2020 è l’anno di scadenza per raggiungere l’obiettivo 2.5”, cioè preservare la varietà genetica dei semi, delle piante coltivate e degli animali domesticati e delle loro varietà selvatiche. Patrimonio da spendere per un’obiettivo ancora più grande: la sicurezza alimentare e la sconfitta della fame nel mondo.

L’arrivo della prima ministra norvegese, del presidente del Ghana e dei rappresentanti delle banche che depositavano i semi (Credit: Svalbard Seed Vault).

Che cosa è stato depositato

Le nuove accessioni ammontano a circa 60 mila semi. Alcuni di loro arrivano da banche o altre organizzazioni che depositato per la prima volta. È il caso, per esempio, della nazione Cherokee che ha portato varietà di mais che nella loro cultura è una pianta sacra, e del Julius Kühn Institute (Germania) che ha depositato le sementi di melo selvatico (Malus sylvestris).

Tra coloro che erano alla loro prima volta anche i Kew Gardens di Londra. Le loro accessioni sono in totale 27 e comprendono piante selvatiche provenienti da una residenza di campagna del principe Carlo, tra cui una carota selvatica (Daucus carota) e diverse piante foraggere: la festuca (Festuca rubra), il trifoglio (Trifolium sp.) e il loglio (Lolium perenne).

A cosa serve la banca delle Svalbard

Costruita a partire dal 2006 e gestita dal Crop Trust, un’organizzazione internazionale che si dichiara indipendente e riceve finanziamenti dalla FAO e altre istituzioni sovranazionali, la banca alle Svalbard è anche definita la “banca per il giorno del giudizio universale”. Capace di ospitare fino a 4,5 milioni di accessioni, è stata ideata come una gigantesca riserva di biodiversità agricola – ma non solo – allo scopo di avere materiale di partenza in caso scenari apocalittici: guerra, fall-out nucleare, sconvolgimenti climatici. I semi sono conservati all’interno del caveau della banca, costantemente a una temperatura di -18 °C, protetti dal permafrost artico.

Parte della collezione di semi nel caveau della banca. Si notano i contenitori marcati ICARDA, International Center for Agricultural Research in the Dry Areas (Crediti: Svalbard Seed Vault)

Finora, solo una volta c’è stata la richiesta di un prelievo. È avvenuto nel 2015 quando l’International Center for Agricultural Research in the Dry Areas (ICARDA) ha richiesto il ritiro di 116 mila campioni che lo stesso istituto aveva precedentemente depositato. L’ICARDA è nato nel 1977 e aveva la sede principale ad Aleppo, in Siria. Dopo lo scoppio della guerra che ancora oggi si combatte nel paese le collezioni di semi sono state fatte uscire dal paese in modo piuttosto rocambolesco. Oggi sono divise tra Libano e Marocco. Il bancomat effettuato nel 2015 doveva consentire all’istituto di continuare le ricerche, rimpinguando le collezioni che non si sapeva bene in che condizioni di salute fossero a causa della guerra.

Quella di ICARDA è una “collezione preziosa”, racconta Salvatore Ceccarelli, agronomo italiano che dal 1980 al 2006 a ICARDA ad Aleppo ci ha lavorato. Questa storia l’ha anche raccontata in un libro, Ci vediamo stasera a Damasco, pubblicato nel 2019 da Pentàgora. “Comprendeva non solo i progenitori selvatici di frumento, orzo, cece e lenticchia, ma anche nuovi materiali raccolti da varie spedizioni che si spinsero fino alle ex-repubbliche sovietiche, oltre ad accessioni ottenute da altre banche del germoplasma. La banca del germoplasma dell’ICARDA, donata dal Governo Italiano, era stata dedicata a Nazareno Strampelli, il genetista Italiano che ha selezionato gran parte dei frumenti che molti amano chiamare ‘antichi’, e fu inaugurata dal Ministro dell’Agricoltura siriano nel 1989”.

Reggerà al surriscaldamento del Pianeta?

Presentata dai promotori come un’arca di Noè della biodiversità, la banca delle Svalbard nel corso del tempo è stata comunque criticata.  Alcuni osservatori sono critici all’idea che la banca possa garantire le condizioni di temperatura promesse nonostante il surriscaldamento globale. Il permafrost che dovrebbe aiutare a garantire i -18 °C costanti si è già sciolto una volta, nel 2016, causando un parziale allagamento della struttura di accesso. Per fortuna non sarebbero stati intaccate le collezioni. Da allora, il Crop Trust ha rimodernato il tunnel di accesso alla cavità sotterranea rendendolo teoricamente waterproof. Il deposito del 25 febbraio scorso è il primo che avviene dal termine dei lavori.

Il nuovo tunnel di accesso a prova di allagamento (Credit: NordGen)

Non tutti la amano

Un altro problema che alcuni ricercatori sottolineano è di carattere puramente concettuale. Nel mondo esistono più di 1500 banche dei semi. Alcune sono di comunità, e servono da mutuo soccorso per gruppi di villaggi o poco più. Altre sono istituzioni pubbliche molto grandi, con centinaia di migliaia di accessioni disponibili per la ricerca. C’è, con le eccezioni del caso, una certa facilità di accesso per motivi scientifici al germoplasma di queste ultime e, di norma, hanno un registro della accessioni che è consultabile.

Questo non avviene per le Svalbard, per cui, secondo Ceccarelli, tecnicamente “banca in realtà non è, perché non offre alcuno di quei servizi di cui parlavo sopra e non ha un elenco dettagliato delle accessioni depositate, non è considerato un sito di duplicazione”. Il Crop Trust che la gestisce garantisce che tutte le accessioni che vengono depositate rispettino il Trattato Internazionale sulle risorse genetiche (in particolare l’articolo 15, che regolamenta la conservazione ex situ di materiale genetico). Ma, lo si può leggere direttamente sul sito, il sistema di accesso garantisce che “solo chi deposita possa prelevare i semi e aprire i contenitori”.

In poche parole, il Crop Trust fornisce una struttura di conservazione, ma non costituisce una vera banca condivisa e accessibile all’umanità. L’idea è più quella di una serie di cassette di sicurezza in cui ogni paese o istituzione rimane proprietario inalienabile del proprio deposito. Una situazione che, secondo la visione di alcuni ricercatori in ambito di biodiversità agricola, cozza con la filosofia di una ricerca condivisa e propriamente internazionale.


Leggi anche: L’effetto del disturbo umano sulla dispersione dei semi in Amazzonia

Articolo pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

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Marco Boscolo
Science writer, datajournalist, music lover e divoratore di libri e fumetti datajournalism.it
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