martedì, Ottobre 27, 2020
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Chi l’ha fatta? Storie di feci di tanto tempo fa

Una nuova tecnica permette di sapere con un certo grado di affidabilità l’autore della pupù di secoli addietro

La facciamo tutti, chi più chi meno. Le nostre feci possono raccontare tantissimo di noi. Da che cosa abbiamo mangiato la sera prima fino a trovare i primi campanelli d’allarme di alcune malattie, come il morbo di Crohn e altri disturbi del tratto gastrointestinale ma anche diabete e obesità. Ma cosa ci raccontano le feci del passato?

Dal Max Planck Institute for the Science of Human History (MPI-SHH) arriva una nuova tecnica per sapere in modo affidabile la provenienza delle feci prestoriche. Si chiama CoproID (coprolite identification) ed è stata sviluppata grazie alla collaborazione del MPI-SHH con l’Università di Harvard e l’Università dell’Oklahoma. Lo studio è stato pubblicato in open access su PeerJ.

Jada Ko, Courtesy of the Anhui Provincial Institute of Cultural Relics and Archaeology

Sarà di uomo, o di cane?

I coproliti, i fossili di feci, sono alcuni dei reperti archeologici da cui i paleontologi possono ricavare importanti informazioni sulle abitudini alimentari di chi li ha prodotti. Ma non solo. Dall’analisi di un coprolite possono emergere informazioni anche sull’habitat, l’evoluzione dei parassiti e del microbioma di una specie. Una vera miniera di dati insomma!

Il problema sorge quando vogliamo sapere chi è l’autore del reperto, cioè se le feci trovate sono umane o di altro animale, per esempio di cane. Domanda non banale, che permetterebbe di distinguere chiaramente ciò che l’apparenza nasconde. Infatti, le feci umane e quelle dei cani sono molto simili tra loro per forma e si possono facilmente trovare mischiate nello stesso campo archeologico perché da molti secoli il cane convive con l’uomo, e per un certo periodo ha fatto parte anche della sua dieta. Test genetici su questi reperti possono riportare, in definitiva, il DNA di entrambe le specie, non sapendo chi abbia fatto la pupù secoli fa.

Con CoproID i ricercatori sono in grado di ricavare dal coprolite sia il DNA dell’autore delle feci sia il DNA della flora batterica contenuta al suo interno. Precisazione. Si tratta di DNA antico, cioè un pacchetto d’informazione genetica della specie che si è conservato per millenni nelle ossa e nei tessuti mummificati, o nei fossili come nel nostro caso. E il passare del tempo ha inciso parecchio su questo materiale, riducendolo in piccolissimi frammenti.

Le sequenze di DNA antico vengono poi date in pasto a un software machine learning che permette di comparare il DNA antico dei microbi e batteri del coprolite con il DNA del microbioma umano preso dalle nostre feci “moderne”. Questa è già una prima scrematura, che permette di concentrarsi sulla ricerca delle feci umane. In altre parole, se non si riesce a capire la provenienza delle feci con il solo DNA dell’ospite, si passa all’analisi del DNA del microbioma per risalire all’autore del reperto.

Verso la storia del microbioma, e oltre!

È  emerso che la maggior parte dei coproliti a nostra disposizione sono feci di cane, come spiega Christina Warinner, autrice senior dello studio. L’intenzione futura è quella di avere set di dati sul microbioma intestinale del cane per migliorare ulteriormente la sensibilità dello strumento.

Ma quali sono i benefici diretti di questa ricerca? È solo una curiosità storica sapere se abbiamo più coproliti umani o di cane? Ovviamente no. La capacità d’identificare in modo accurato la fonte delle feci consente di studiare in modo diretto l’evoluzione del nostro microbioma e approfondire tante altre questioni riguardanti la nostra salute, persino arrivare a una prima analisi del microbioma umano antico, proprio come già succede per il DNA.

Post scriptum

Questa è una ricerca ad ampio respiro, che mette insieme molti campi del sapere umano. Dall’archeologia all’ingegneria genetica, passando per la microbiologia e la storia. E da storica quale sono, l’entusiasmo per queste ricerche è molto alto.

Risultati come questi permettono di conoscere in modo approfondito abitudini e quindi vicissitudini dei nostri antenati. Che cosa mangiavano, quali piante erano le predilette nella dieta in una certa area del mondo, fino agli usi e costumi. Per esempio, si può ipotizzare e capire se in alcune società si era sviluppata l’abitudine a disfarsi delle feci in un preciso punto della zona abitata.

Se gli storici del futuro vedranno quanto sono state rivoluzionarie le reti fognarie e la disponibilità del wc nelle case, constatando i benefici sulla salute dell’intera società, ma non avendo a disposizione i resti fossili della nostra “pupù” (almeno di quelle delle popolazioni di una certa area del pianeta), gli storici di oggi possono iniziare a domandarsi se c’è stata un’evoluzione dell’uso della toilette.


Leggi anche: La genetica incontra l’archeologia per studiare l’Età del Rame in Israele

Articolo pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

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Serena Fabbrini
Storica della scienza di formazione, dopo un volo pindarico nel mondo della filosofia, decido per una planata in picchiata nella comunicazione della scienza. Raccontare storie è la cosa che mi piace di più. Mi occupo principalmente di storie di donne di scienza, una carica di ispirazione e passione che arriva da più lontano di quanto pensiamo. Ora dedico un po' del mio tempo anche alla comunicazione istituzionale e ai progetti di ricerca europei. Nel tempo che mi rimane, mi diverto con gli amici del CICAP a scrivere e raccontare di misteri, scienza e fantascienza per il podcast del Comitato “RadioCICAP”.
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