giovedì, Ottobre 22, 2020
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Le mangrovie: un vero e proprio ecosistema da proteggere

Non solo una pianta, ma un vero e proprio ecosistema a rischio, a causa delle nostre attività e dei cambiamenti climatici, del quale spesso non consideriamo l’importanza

Se si è stati in visita in un Paese tropicale, o si è visto qualche documentario a riguardo, le mangrovie sono sicuramente alcune delle piante in cui ci si è imbattuti. Si tratta di ottanta specie diverse, tra arbusti e alberi, che vivono lungo le coste, i fiumi e gli estuari nelle zone tropicali e subtropicali. Sono resistenti, in grado di vivere su terreni fangosi, sabbia, torba e rocce coralline, con acqua fino a cento volte più salata di quella che la maggior parte delle altre piante è in grado di sopportare, e riescono a prosperare malgrado le inondazioni provocate dalle maree oceaniche due volte al giorno. Sembrano quasi indistruttibili, eppure anche loro hanno dei punti deboli.

Condizioni di vita difficili per le mangrovie

Stando a una ricerca pubblicata recentemente su Science, infatti, anche se sopportano bene le maree, per la mangrovie l’innalzamento del livello dei mari potrebbe essere un problema molto serio. Sfruttando i dati sedimentari relativi agli ultimi 10000 anni, un team internazionale guidato dalla Macquarie University in Australia stima che sia questione di pochi millimetri: se il tasso di crescita del livello delle acque si terrà sotto i 5 millimetri all’anno, da qui al 2050 le mangrovie riusciranno a tenere il passo, mentre se dovesse superare i 6-7 millimetri rischieremmo di perderle su moltissime coste. In alcune zone potrebbero cercare di spostarsi verso l’entroterra, ma lo sviluppo urbano delle aree costiere lo renderebbe impossibile in molti luoghi, destinandole a scomparire se le emissioni di gas serra non dovessero diminuire, rallentando questo fenomeno.

Come fanno, però, queste piante a sopravvivere in condizioni così ostili? Innanzitutto c’è il loro rapporto con il sale: molte specie sono in grado di filtrare fino al 90% di quello presente nell’acqua marina, non appena entra nelle loro radici. Altre lo espellono attraverso ghiandole poste sulle foglie, altre ancora lo concentrano nelle foglie e nella corteccia più vecchie, che quando vengono perse portano lo sgradito ospite con loro.

Un ambiente del genere è quasi assimilabile a un deserto: ecco perché è fondamentale che siano in grado di immagazzinare l’acqua dolce. Ci riescono grazie a foglie grasse, in alcune specie provviste di un rivestimento ceroso che minimizzi l’evaporazione, in altre con piccoli peli che deflettono il vento e la luce solare. Ci sono mangrovie con radici a forma di matita, che spuntano fuori dal terreno zuppo come tanti snorkel, radici a palafitta che si dipartono dal tronco e dai rami più bassi, radici aeree che si allargano dal fondo del tronco come i contrafforti di una cattedrale, per stabilizzare la pianta sul suolo cedevole… Sono senz’altro uno degli elementi distintivi di questi vegetali, e forniscono loro anche aiuto per la respirazione.

L’importanza di queste piante per l’ambiente e per noi

Le mangrovie, insieme alle praterie marine (come quelle di Posidonia e altre piante) e alle barriere coralline, spesso coesistono e lavorano insieme: le prime intrappolano inquinanti e sedimenti, che altrimenti finirebbero in mare, le seconde costituiscono un’ulteriore barriera per limo e fango, che soffocherebbero i coralli, e le ultime proteggono le altre dalla forza delle onde oceaniche. Senza un anello di questa catena, questo tipo di ecosistema collasserebbe.

Forniscono un habitat a numerose forme di vita a ogni livello, dai batteri, ai cirripedi, alle tigri del Bengala: ospitano diverse specie di insetti, richiamando numerosi uccelli, che trovano riparo tra i fitti rami. Queste foreste costiere sono infatti uno dei principali luoghi di nidificazione di uccelli migratori e non, tra cui martin pescatori, aironi, garzette. Moltissimi pesci, gamberi, granchi, molluschi trovano qui il luogo ideale per riprodursi, barracuda, tarponi e lucci si nascondono tra le sue radici quando sono ancora nella fase giovanile. Si stima che il 75% del pescato commerciale trascorra parte della sua vita tra le mangrovie, o dipenda dalla catena alimentare che risale a queste foreste costiere. Macachi di Giava, gatti pescatori e varani cacciano tra queste piante, dove vivono anche diversi animali a rischio di estinzione, come la tartaruga bastarda olivacea, il pesce pappagallo arcobaleno, la cernia gigante atlantica, la nasica, il dugongo.

Le radici di queste piante riescono non solo a filtrare nitrati e fosfati che fiumi e ruscelli portano al mare, ma anche a impedire all’acqua salata di invadere i corsi d’acqua interni. In più, trattengono il limo e i sedimenti che le maree spingono all’interno e i fiumi portano all’esterno verso il mare, mantenendo il suolo in posizione, stabilizzando il bagnasciuga e contrastando l’erosione. Ma è quando le condizioni si fanno davvero estreme che l’importanza delle mangrovie emerge chiaramente: le aree dove sono state rimosse, per realizzare acquacolture o altro, sono le più vulnerabili a cicloni, maremoti, tsunami. Queste boscaglie costituiscono una vera e propria zona cuscinetto che protegge la terra da acqua e vento, riducendo l’altezza delle onde fino al 66%.

Non bisogna dimenticare, poi, l’importanza di queste foreste per la sussistenza delle popolazioni locali: quando c’è bassa marea, sulle piane tidali (ovvero il terreno che rimane scoperto o parzialmente scoperto) si possono raccogliere frutti di mare e crostacei, mentre con l’alta marea questi terreni paludosi si trasformano in acque molto pescose. Per non parlare delle mangrovie in sé, che forniscono combustibile, medicinali, tannini e legno per costruire case e barche.

Situazione attuale e prospettive

Dovremmo preoccuparci, quindi, anche per un tipo di habitat così lontano da noi? Ricapitolando, sì, perché le mangrovie, creando una zona di transizione tra terra e mare, stabilizzano e ancorano il bagnasciuga, mentre smorzano l’azione di uragani e tsunami sulla linea costiera. Proteggono le barriere coralline dalla sedimentazione, catturano l’anidride carbonica e trattengono grandi quantità di carbonio, si adattano – entro certi limiti – all’innalzamento del livello del mare, fungono da nursery e da essenziale fonte di cibo per le forme di vita marina, oltre a essere un habitat fondamentale per alcune specie a rischio.

Purtroppo è solo negli ultimi decenni che abbiamo compreso l’importanza delle mangrovie, e – ironia della sorte – questo è successo proprio quando la loro scomparsa ha avuto una grande accelerazione. Si stima che la Tailandia abbia perso circa l’84% di queste foreste costiere, mentre la Costa d’Avorio, la Repubblica di Guinea-Bissau, la Tanzania, il Messico, la Repubblica di Panama, la Malesia, la Birmania, il Pakistan e le Filippine hanno detto addio a più del 60% delle loro mangrovie. La maggior parte cresce su suolo pubblico, senza alcun tipo di protezione.

Molte migliaia di chilometri quadrati di foresta di mangrovie sono stati distrutti per far spazio a risaie, piantagioni di alberi della gomma, palme da olio e altre coltivazioni. Fertilizzanti, pesticidi e cambiamenti nei naturali flussi di marea dovuti alla creazione di sistemi di irrigazione mettono in crisi anche una pianta così robusta. Lo sviluppo costiero, poi, rappresenta una minaccia: tutti desiderano essere vicino al mare, ma la cementificazione ha il suo prezzo, e un turismo troppo invasivo e poco rispettoso può rappresentare un problema. Anche il settore dell’acquacoltura, soprattutto di gamberi e gamberetti, entra in competizione con questo tipo di habitat: centinaia di migliaia di chilometri quadrati di zone umide verdeggianti e rigogliose sono state spazzate via per fare spazio agli stagni artificiali dove allevare questi animali, attività molto redditizia ma estremamente distruttiva per l’ambiente.

Se nell’immaginario comune la mangrovia è in genere una pianta, in realtà il nome si riferisce a molte specie diverse, o addirittura all’intero ecosistema che ruota intorno a loro, del quale spesso si ignora del tutto l’esistenza e il “peso”. Se a tutte le minacce per la loro sopravvivenza sulle coste si aggiunge il rischio che non riescano a tenere il passo con l’innalzamento dei mari, sarà davvero opportuno cercare di proteggere al meglio questi habitat, per la natura e per noi.


Leggi anche: Lo stato delle foreste

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

Immagini: Pixabay

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Giulia Negri
Comunicatrice della scienza, grande appassionata di animali e mangiatrice di libri. Nata sotto il segno dell'atomo, dopo gli studi in fisica ha frequentato il Master in Comunicazione della Scienza “Franco Prattico” della SISSA di Trieste. Ama le videointerviste e cura il blog di recensioni di libri e divulgazione scientifica “La rana che russa” dal 2014. Ha lavorato al CERN, in editoria scolastica e nell'organizzazione di eventi scientifici; gioca con la creatività per raccontare la scienza e renderla un piatto per tutti.
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