martedì, Settembre 22, 2020
ANIMALI

Ritratto animale: il cinghiale (e la sua gestione) in Italia

Sempre più spesso sentiamo sui giornali di avvistamenti, incidenti o danni arrecati dai cinghiali. Ma quanto sappiamo di questi animali e del nostro impatto su di loro?

Grufolano, ribaltando humus e zolle di terra col loro grugno. Frugano, alla costante ricerca di cibo. Sono onnivori ed opportunisti, perciò raccolgono ciò che trovano. Con gli uomini condividono la passione per frutta, noci e ortaggi, ma non disprezzano affatto tuberi, ghiande e cereali. Talvolta inghiottono uova o carne di altri animali. Se già morti, meglio. Sempre più spesso i cinghiali (Sus scrofa, come gli stessi maiali d’allevamento del resto) arrivano alla ribalta della cronaca locale e nazionale. Incidenti stradali, danni alle colture, avvistamenti, proteste: da nord a sud, sembra ci sia un unico filo conduttore, fatto di setole ispide.

In effetti, negli ultimi trent’anni, in Europa si è assistito ad un incremento, sia per numero che per distribuzione geografica, delle popolazioni di cinghiali, a cui è conseguito un generale aumento delle relative problematiche economiche e sociali: dal numero di sinistri a quello dei risarcimenti danni per i campi saccheggiati.

Ma perché sono diventati così numerosi? Come mai si spingono fin dentro le città? Cosa possiamo fare per convivere pacificamente con questi animali? Queste domande sono state poste ad Andrea Mazzatenta, che insegna all’Università G. D’Annunzio di Chieti-Pescara. Mazzatenta ha chiaro un punto: se si esula dalla biologia, non siamo in grado di comprendere perché siamo entrati in conflitto con questa specie, né come risolvere la questione. Un loro ritratto è perciò d’obbligo.

Cinghiale su tela

Originari dell’Eurasia e del Nordafrica, i cinghiali sono oggi diffusi in tutto il mondo. In Italia spaziano ovunque, dalle Alpi agli Appennini, Sardegna compresa. Si tratta di animali estremamente plastici e adattabili, anche se prediligono gli ambienti caratterizzati da una vegetazione bassa e fitta, nella quale penetrano con sorprendente abilità.

«Basta pensare che, tipica della macchia mediterranea, è la smilacea, una pianta caratterizzata da spine molto importanti. In gergo viene detta strappabrache, perché è in grado di perforare persino il tessuto dei jeans. Bene, il cinghiale crea i suoi calatoi, cioè le sue viottole, in mezzo a questa pianta». Vivono in società matriarcali, al cui vertice c’è «una femmina anziana che prende il nome gergale di matrona. Lei è la madre delle altre figlie presenti nel branco e, in condizioni normali, l’unica a riprodursi». Governa un piccolo territorio, che funge da home range per la famiglia, solitamente non più grande di qualche centinaio di metri quadri.

«Più famiglie ricadono all’interno di un territorio più ampio: quello dei salengani, ossia i maschi anziani e potenti. Questi controllano ciascuno più home range di matrone, con le quali si accoppiano. Hanno una vita difficile e complessa, dedita alla continua difesa del loro territorio riproduttivo». Nell’impresa, possono essere aiutati da uno o due maschi giovani, detti scudieri. «Sono un po’ dei cinghiali che imparano il mestiere».

Ombre sfuggenti

Ma i cinghiali non sono soltanto animali intelligenti, capaci di sopravvivere in territori molto diversificati tra loro, mangiare un po’ di tutto e penetrare in boscaglie inaccessibili a buona parte delle altre specie (umani inclusi). Sono soprattutto creature elusive.

«Come tutte le prede, non amano esporsi ai predatori. Per tal ragione tendono a uscire al crepuscolo e, solo quando le scrofe hanno i piccoli, si muovono anche in altri orari del giorno. Ma questo perché allattare i cuccioli è un impegno importante e la fame le spinge a cercare più cibo». Avvistare frequentemente una specie che di carattere dovrebbe essere sfuggente suggerisce «un’alterazione del suo normale comportamento» dovuta a fattori diversi accomunati — tuttavia — da una causa comune: la specie sapiens.

Influenze antropiche

Per il professore di Chieti non ci sono dubbi sul fatto che il conflitto sia figlio delle influenze antropiche sull’ambiente.

«Le cause più remote risalgono agli anni cinquanta, quando, per scopi venatori, sono stati introdotti grossi contingenti di cinghiali dall’est Europa, senza tenere conto delle differenze tra i due animali. Il cinghiale dell’est è di dimensioni maggiori, per esempio, e tende a fare più figli. Aspetti che fanno piacere al cacciatore» ma che possono, a lungo andare, diventare problematici.

Bloccate le immissioni da altri paesi, si è proceduto con quelle da allevamenti italiani, oggi per fortuna considerate anch’esse illegali. Alle introduzioni si sono poi aggiunti altri due fattori importanti: il progressivo spopolamento delle campagne, che ha contribuito ad aumentare la superficie boschiva utile al cinghiale, e i cambiamenti innescati dal riscaldamento climatico, che hanno inciso positivamente sulla disponibilità di cibo e sulle chance di sopravvivenza durante gli inverni.

«Tutti questi aspetti messi assieme hanno hanno portato al conflitto di cui parliamo oggi: ci sono voluti settant’anni di attività umana». Al pasticcio, in realtà, manca ancora un ingrediente, ossia la costante pressione venatoria. Quando il disturbo antropico modifica la tranquillità del territorio in cui abitano, ecco che i cinghiali cambiano molti aspetti della loro vita: da cosa mangiano agli orari in cui cercano cibo, dai posti che frequentano ai chilometri percorsi ogni giorno. Intraprendono transumanze, colonizzano nuove aree, creano danni mentre si spostano o si insediano in luoghi prima estranei. Soprattutto, però, cambiano le dinamiche interne alla popolazione.

Strategia K, Strategia r

«La pratica venatoria rimuove le matrone e i grandi maschi» poiché, essendo gli animali più grandi, sono anche i trofei migliori. «Ma togliendo le grandi femmine, le figlie che stavano con esse entrano in estro e si accoppiano. Uccidendo i salengani, si sostituiscono maschi potenti ma con bassa carica spermatica con animali giovani e ad altissima carica».

Dietro questo effetto c’è la chimica. Le femmine anziane producono particolari feromoni che inibiscono la riproduzione delle più giovani. È così che, nelle famiglie tradizionali, la matrona conserva il monopolio dell’accoppiamento. Tolta lei, però, tolti anche i feromoni. È un via libera generale, il cui risultato è un passaggio «dai 4-6 cuccioli per stagione della capofamiglia, ai 20-30 di tutte le figlie assieme». Rimuovere gli anziani dai branchi provoca un aumento delle nascite e, più in generale, un ringiovanimento della popolazione. In termini tecnici, questo corrisponde a uno slittamento delle strategie riproduttive da K a r.

Si tratta di due diversi modi di sopravvivenza del mondo animale, dettati dalla reazione alle avversità: «Nella strategia K la popolazione invecchia e si stabilizza sulla base della disponibilità di risorse. La strategia r invece si innesca quando la speranza di vita è bassa e produrre molti piccoli può voler dire, per la specie, riuscire a sopravvivere».

Effetto spugna

E non è finita qui. La caccia non altera soltanto la dinamica di popolazione, ma anche la mobilità della specie, innescando una seconda conseguenza rilevante, chiamata effetto spugna.

«Quando l’animale è sottoposto a pressione venatoria, gli individui spaventati cercano di raggrupparsi in aree dove questa è ridotta: i luoghi abitati, tra le case infatti non si può sparare, lungo il bordo strada, nei parchi e nelle riserve protette. Questi diventano dei luoghi dove i cinghiali si concentrano, snaturando tutto quello che gli direbbe la territorialità e il retaggio comportamentale». Così però «diventa anche difficile stabilire se un’area ha raggiunto la saturazione o meno, perché, a causa di transumanze ed effetto spugna, non sappiamo realmente quanti animali sono presenti».

Controllo e selezione

A regolare la gestione della fauna selvatica è un documento ufficiale: il piano faunistico venatorio, il cui obiettivo è non solo mantenere e tutelare le forme di vita presenti sul territorio, ma anche aggiornare e regolare la pratica venatoria secondo le conoscenze biologiche acquisite nel tempo. A realizzarlo sono Regioni e Province (non c’è uniformità), cui compete anche la possibilità di attivare interventi straordinari, in quelle zone in cui la sovrabbondanza di animali stia creando eccessivi problemi.

Per capire come, è necessario anzitutto distinguere tra caccia sportiva, attività di controllo e caccia di selezione. Mentre la prima rientra nel concetto più ampio di hobby, la seconda si fonda su basi ecologiche: non incide sulle componenti degli ecosistemi non soggette a contenimento; è selettiva sugli animali da influenzare; sceglie, attraverso valutazioni biologiche ed ecologiche, chi o cosa colpire; si avvale di una strumentazione più ampia e variegata del semplice fucile.

Una via di mezzo tra le due è la caccia di selezione, portata avanti da cacciatori armati, ma condotta nuovamente con accortezza ecologica, tant’è che chi vuole diventare selecontrollore deve necessariamente seguire dei corsi di formazione e superare un esame.

Provvedimenti possibili

A fronte dell’incremento di problematiche causate dai cinghiali, gli enti demandati alla gestione della fauna tendono spesso, anche su pressione dei cittadini più o meno coinvolti, più o meno preoccupati, a rafforzare l’attività di selezione e di controllo del cinghiale. Per Mazzatenta, però, questa è una soluzione boomerang, proprio per le conseguenze prodotte dalla pressione venatoria sopra descritte. «Fermo restando che, se ci sono voluti 70 anni per produrre questa realtà, è impossibile risolvere il problema con la bacchetta magica. Si possono però mettere a punto una serie d’interventi che provino a stabilizzare e invecchiare la popolazione di cinghiale presente su un territorio».

Questo significa anzitutto limitare la pressione venatoria, riportandola entro i mesi previsti dal calendario venatorio per la caccia sportiva e limitando gli interventi straordinari che, proprio per il loro carattere emergenziale, possono essere attuati fuori dal periodo della normale attività venatoria e in aree in cui questa non è consentita. Si dovrebbero poi istituire delle «free shot-fire zone: aree di tranquillità in cui non si può sparare che consentirebbero agli animali di ridistribuirsi dalle città, dalle strade e dalle riserve, evitando l’effetto spugna».

Infine, adottare sistemi di prevenzione dei danni, che spaziano dai modelli di studio delle zone più a rischio alla selezione accurata delle colture da impiantare, dall’installare recinzioni elettrificate alla realizzazione di colture a perdere, cioè campi lasciati a disposizione degli animali, nelle aree in cui li si vuole indirizzare.

«Per quanto riguarda gli incidenti stradali, ci sono delle tecnologie molto semplici che, percepito l’avvicinarsi di un animale a bordo strada, emettono luci e suoni in modo da spaventarlo e avvertono il guidatore del pericolo». Queste soluzione sono ormai validate da una corposa letteratura scientifica che ne attesta efficacia e sostenibilità economica. Eppure il loro uso è ancora oggi incentivato poco e a macchia di leopardo. Il che è un peccato: «si potrebbero salvare danni e vite umane con un investimento davvero limitato».


Leggi anche: Zoonosi e allevamenti animali: perché è necessario che qualcosa cambi

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Immagine: Pixabay

2 Comments

  1. Articolo molto interessante. Io abito in campagna e sovente si sentono discorsi dove la soluzione consisterebbe nell’aprire la caccia. Qui invece vengono ben descritte le cause che ci hanno portato a questo fenomeno e diventa tutto molto più chiaro.

  2. misura complementare potrebbe essere risparmiare gli anziani e concentrare il contenimento sui cuccioli

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Elisa Baioni
Laureata in Scienze Filosofiche all'Università di Bologna. Frequenta il Master in Comunicazione della Scienza 'Franco Prattico' di Trieste. Ha scritto per Galileonet; per Rickdeckardnet e per Animal Studies. Collabora con le scuole per attività di didattica formale e informale. Appassionata di scienza, etiche ambientali e postumanesimo. Preoccupata per il brutto clima.
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