sabato, Settembre 26, 2020
LIBRI

Oltre il colore c’è di più: storia, cultura e scienza dietro 75 sfumature

“Atlante sentimentale dei colori. Da amaranto a zafferano 75 storie straordinarie” è un saggio che ci fa comprendere come vediamo i colori, perché alcuni abbiano un certo valore simbolico, qual è stato il modo di produrli e apprezzarli e molto altro ancora, dalla preistoria a oggi.

Cos’è il colore? Per utilizzare le parole del pittore Turner, “la luce è colore, e l’ombra è la sua assenza”. È curioso, però, che quella che vediamo fissando un oggetto è proprio l’unica sfumatura di cui è privo, riflessa e captata dai nostri occhi. “Se i colori esistano davvero, fisicamente, o se siano solo manifestazioni interiori, è il cuore di un dibattito metafisico che infuria almeno dal Seicento”. La fase dell’interpretazione sembra la più caotica di tutte, e lo abbiamo imparato con la disputa virale sui veri colori di “The dress”, nel 2015. Per qualcuno era blu e nero, per qualcuno bianco e oro, questa ambiguità ci ha lasciato un po’ tutti smarriti, malgrado le innumerevoli spiegazioni pubblicate: milioni di persone si sono trovate davanti alla stessa foto, senza vedere la stessa cosa.

Probabilmente è per questo che vorrei rassicurare gli amici daltonici, o convinti di non essere nemmeno in grado di distinguere 75 diverse sfumature: “Atlante sentimentale dei colori. Da amaranto a zafferano 75 storie straordinarie” non perde di splendore anche se non si riescono a distinguere tutte le tinte di cui parla. E posso testimoniarlo in prima persona, avendolo letto su un ebook reader in scala di grigi, e riguardato solo in una seconda fase a colori. Potrebbe sembrare un tema estremamente astratto, impalpabile, quasi inconoscibile, invece si tratta della storia di 75 personaggi, di donne, uomini, pigmenti, chimica e tentativi. Si parla di moda, di commercio, di cultura: “il colore è una costruzione culturale, e così va trattato. Abbiamo una struttura biologica che ci permette di distinguere la luce dal buio e un colore scuro da uno chiaro, ma il modo in cui interpretiamo questi fatti non è universale, e ci sono tantissimi modi diversi di definire una sfumatura che ci pare inequivocabilmente tale. La lingua si mette di mezzo e quel porpora che per noi è un rosso per gli inglesi è un viola; per noi il carne appartiene alla famiglia dei rosa mentre in questo volume l’autrice lo inserisce tra gli arancioni. 

Come mediare tra queste differenze culturali e linguistiche?

Più che di traduzione, in questo caso si parla di adattamento. Alcune voci sono state modificate per avvicinarle all’esperienza del lettore italiano: quando l’autrice parla di pigmenti notoriamente utilizzati da pittori inglesi, per esempio, si è cercato di menzionare gli artisti italiani ed europei che hanno lavorato con lo stesso pigmento per ripristinare un orizzonte di familiarità.”

Suddivisi a partire dalle principali famiglie, incluse quelle del nero, del marrone e del bianco, anche se non fanno parte dello spettro di Newton, i diversi colori acquistano vita e personalità. A volte sono pigmenti, a volte coloranti, altre sono quasi più vicini a idee o costrutti socio-culturali. Non sono tutti i colori, non potrebbero mai essere un manuale con pretese di completezza, non dopo tutti i tentativi di elencarli e classificarli nel corso della storia, miseramente falliti.

In passato era pratica comune che fossero gli artisti stessi o i loro apprendisti a produrre i propri pigmenti, pestando pietre, maneggiando ingredienti velenosi o complicati da trattare, oppure rivolgendosi ai “fabbricanti di colore”, i quali a volte vendevano misture instabili e che sbiadivano in pochi giorni. Con l’invenzione dei tubetti morbidi di stagno nel 1841, gli artisti potevano affidarsi ai pigmenti commerciali, dipingendo all’aria aperta con tinte che lasciavano disorientati persino i critici: colori così luminosi non erano mai stati visti. Con il passare del tempo il colore che risponde a un certo nome può variare, e anche quando ci troviamo di fronte a un dipinto, che dovrebbe rappresentare una “prova documentata” dei colori che lo compongono, questi potrebbero essersi deteriorati col passare del tempo, oppure appaiono semplicemente diversi a causa della differente illuminazione con cui li guardiamo.

Il lavoro congiunto di Kassia St Clair e della traduttrice Claudia Durastanti ci accompagna in viaggi in paesi esotici, tra ingredienti raccapriccianti e preparazioni tossiche, in un mondo in cui, a seconda dei periodi, poteva essere un reato terribile quello di mescolare i colori, oppure ci si poteva salvare dall’accusa di collaborazionismo con il regime fascista – e conseguente impiccagione – dimostrando di essere un falsario, grazie al cobalto. Scopriamo che gli scacchi di Lewis, in prezioso avorio, hanno fatto da modello per gli scacchi dei maghi nel primo film della saga di Harry Potter e che la moda dei vestiti da sposa di questo colore è nata nel 1840, con l’abito di satin avorio ricoperto di pizzo inglese della regina Vittoria. Le posate sono spesso d’argento ancora oggi perché si pensava che questo metallo fosse in grado di rilevare la presenza di veleno, cambiando colore a contatto con una sostanza tossica.

Questo saggio è un viaggio stupefacente e interessante, che sarebbe oltremodo riduttivo definire un semplice manuale di colori. Ci racconta chi siamo e come lo siamo diventati, con le nostre superstizioni, come quella del viola malvisto a teatro, le nostre bandiere, le cui scelte cromatiche hanno rispecchiato il valore simbolico attribuito ai colori nelle diverse epoche, i nostri gusti in fatto di arte, moda e design. Dopo averlo letto ci sarà più chiaro perché alle squadre sportive piaccia tanto il rosso, i medici abbiano il camice bianco, le scatole nere degli aerei siano in realtà arancioni e perché l’indaco, da bene di lusso, sia passato a colorare l’indumento più democratico che esista: i jeans.


Leggi anche: Classificare i colori, un gioco da bambini

Articolo pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

Fotografia: Pixabay

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Giulia Negri
Comunicatrice della scienza, grande appassionata di animali e mangiatrice di libri. Nata sotto il segno dell'atomo, dopo gli studi in fisica ha frequentato il Master in Comunicazione della Scienza “Franco Prattico” della SISSA di Trieste. Ama le videointerviste e cura il blog di recensioni di libri e divulgazione scientifica “La rana che russa” dal 2014. Ha lavorato al CERN, in editoria scolastica e nell'organizzazione di eventi scientifici; gioca con la creatività per raccontare la scienza e renderla un piatto per tutti.
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