giovedì, Ottobre 29, 2020
AGNELLI VEGETALIRUBRICHE

Torturati dalla tecnologia. L’elettrosensibilità

È il nome usato per descrivere un insieme variegato di sintomi provocati da una ipotetica intolleranza alle onde elettromagnetiche.

L’EHS (dall’inglese electromagnetic hypersensitivity) può comportare arrossamenti, formicolii e bruciore alla pelle. Spesso si avvertono stanchezza, difficoltà di concentrazione, nausea, vertigini, palpitazioni cardiache e molti altre sensazioni spiacevoli. Il rapporto di causa-effetto tra l’esposizione a onde elettromagnetiche e l’insorgenza dei sintomi non è mai stato dimostrato e la medicina ufficiale non considera l’elettrosensibilità come una malattia, propriamente definita. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha suggerito l’utilizzo dell’espressione Intolleranza Ambientale Idiopatica per identificare questa apparente – ma invalidante – ipersensibilità alle onde elettromagnetiche presenti nell’ambiente.

La sensibilità alle onde elettromagnetiche

Nel 1907 la Royal Commission pubblicò un report che mirava a fare luce sulle condizioni e sugli orari di lavoro delle operatrici dei centralini telefonici della sede di Toronto della Bell Telephone Company of Canada. La pubblicazione descriveva i ritmi estenuanti, affrontati in spazi angusti e con strumenti che a volte infliggevano scosse elettriche. Una situazione del genere provocava alle lavoratrici una serie di disturbi: stress, ansia, affaticamento, emicranie. Pur trattando la questione da tutt’altra prospettiva, il testo è ritenuto essere una delle prime descrizioni dei sintomi dell’elettrosensibilità. Da allora, con l’aumentare delle sorgenti di campi elettromagnetici, si è arricchita anche la letteratura di studi specifici. Allo stesso modo è aumentato il numero di persone colpite da questo insieme di disturbi ricollegati a una specifica fonte. Resta ancora difficile, però, stimare la prevalenza dell’ipersensibilità ai campi elettromagnetici. Le cifre riportate variano molto tra contesti e nazioni. Resta il fatto che numerose persone riconducono all’elettrosensibilità diversi sintomi non specifici, per i quali, secondo l’OSM, “non esistono evidenti basi tossicologiche o fisiologiche, o verifiche indipendenti”. Al momento, infatti, non esiste la conferma che lʼesposizione ai campi elettromagnetici che caratterizzano le situazioni quotidiane, possa provocare un tale malessere. Il dolore, però, è reale; e le persone che ritengono che la loro sofferenza derivi da questa ipersensibilità si raccolgono in varie associazioni. Il fine ultimo, sia della comunità medica che dei gruppi associativi, è di fare luce su una condizione la cui origine sembra essere ancora sfuggente. 

Dalle antenne ai frigoriferi

La Commissione Internazionale per la Protezione dalle Radiazioni Non Ionizzanti (ICNIRP) si occupa di valutare lo stato di conoscenze sugli effetti sull’organismo umano dei campi elettromagnetici. Le analisi dell’ICNIRP forniscono le indicazioni utili per fissare i limiti di esposizione e le misure da adottare per proteggersi dai campi. In Europa, la direttiva 2013/35/EU stabilisce le regole per proteggere le persone da una eccessiva esposizione. In generale, le onde elettromagnetiche possono avere effetti termici – ampiamente compresi – ed effetti biologici, i quali non sono mai stati definiti con certezza. Studi e analisi tengono in considerazione la grande varietà che intercorre nello spettro di frequenze delle onde elettromagnetiche e tendono a ridimensionare il timore di possibili e seri effetti avversi. L’elettrosensibilità comparrebbe, inoltre, dopo un’esposizione a bassissimi livelli di onde elettromagnetiche, come quelle diffuse da un telefono, da un frigorifero o dall’impianto elettrico di casa. Nel 2001, un questionario compilato da 429 persone che si dichiaravano affette da elettrosensibilità ha fatto emergere come i pazienti collegassero i propri sintomi alle celle radio usate per le comunicazioni (il 74% degli intervistati), ai telefoni cellulari (36%), ai telefoni cordless per la rete fissa (29%) e agli elettrodotti (27%).

Negli anni il mistero è stato indagato. L’equipe guidata da G. James Rubin, dell’Istituto di Psichiatria del King’s College di Londra, ha pubblicato nel 2005 una revisione degli studi condotti in singolo o doppio cieco sul tema. Anni, dopo, nel 2010 gli stessi autori hanno pubblicato una seconda revisione, che confermava i risultati precedenti. I ricercatori avevano individuato 29 studi durante i quali i partecipanti, “affetti” da EHS, sono stati esposti a diversi livelli di campi elettromagnetici e ne sono stati valutati i risultati in maniera oggettiva. Cinque di questi evidenziavano alcuni effetti come la riduzione della frequenza cardiaca o della pressione del sangue, una ridotta attenzione o un’alterazione del riflesso luminoso della pupilla. Nella maggior parte dei casi, però, si è trattato di risultati che è stato impossibile replicare. La revisione concludeva che i campi elettromagnetici non fossero la causa principale dei disturbi della salute che venivano riportati dai pazienti. Nella gran parte dei casi, gli studi hanno conluso che queste manifestazioni riconducibili alle onde elettromagnetiche fossero dovute all’effetto nocebo, provocato da vari altri fattori, fra cui l’autosuggestione. Considerati i risultati fin ora ottenuti, oggi si tende a incentivare la ricerca di altre cause alla base dei sintomi ricondotti a una eccessiva sensibilità all’elettromagnetismo. Fra i filoni di ricerca c’è quello che mira a indagare le possibili cause psichiatriche che portano le persone a sperimentare un disagio a volte estremo e invalidante.

Malati senza una malattia

Le persone convinte di soffrire di elettrosensibilità si trovano davanti al disagio di non vedere riconosciuta la propria malattia in quanto tale. Le storie raccontate da chi si trova a fare i conti con certi sintomi sono significative di quanto il problema sia grave.  Steve Weller, è un tecnico informatico australiano che nel 2013 ha raccontato la sua esperieza con l’EHS. Weller scrive che «il mio primo ricordo di essere sensibile alle radiofrequenze risale alla fine del 2001, quando la rete wireless cominciava a diventare popolare. Non avevo idee preconcette o timori verso la tecnologia, né ero consapevole del fatto che le radiofrequenze potessero essere potenzialmente dannose. (…) Essendo un esperto di informatica, avevo deciso di acquistare il router wireless Wi-Fi più potente disponibile all’epoca, in grado di trasmettere 108Mbs al secondo. Al primo utilizzo del mio router wireless ho iniziato a sentire una pressione nella testa, una pressione nel petto, sensazioni di formicolio nelle mani e nel viso nel giro di pochi minuti dall’utilizzo. (…) Oltre ai sintomi sopra citati, sentivo una sensazione di bruciore nella regione intestinale e la pressione sul petto a volte mi faceva battere il cuore in modo irregolare, seguita da battiti cardiaci più forti del normale, come se il cuore cercasse di saltare fuori dal petto. Mi sono presto reso conto che si stava sviluppando uno schema coerente tra l’utilizzo del mio router wireless e i sintomi che sentivo. Questo non era un effetto nocebo – era reale, concreto e molto spiacevole. È stato a questo punto che ho preso la decisione consapevole di non utilizzare una rete wireless per connettermi a Internet».

Nel 2013, sul Guardian, è stato pubblicato uno speciale fotografico su alcune persone affette da questa non-malattia. I ritratti sono quelli di vite al limite, spesso caratterizzate da una emarginazione non per forza di cose volontaria. Per le persone convinte di soffrire di EHS, la presenza (reale o ipotetica) di un campo elettromagnetico nei paraggi può costituire un problema molto serio. La loro quotidianità non comporta solo la rinuncia all’uso di qualsiasi dispositivo elettronico. Le ricadute sono molto pesanti anche nella sfera lavorativa e in quella degli affetti. È così che queste persone si definiscono “torturate dalla tecnologia” e vivono sulla propria pelle il peso dell’esclusione e, alle volte, dell’ironia altrui. Nonostante la medicina abbia smentito il rapporto di causa-effetto alla base dell’EHS, va ancora fatta luce sui motivi profondi dell’insorgenza di questa varietà di sintomi.


Leggi anche: La terapia chelante e le sue applicazioni alternative

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

Immagine: Pixabay

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Gianluca Liva
Giornalista scientifico freelance.
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