mercoledì, Ottobre 28, 2020
DOMESTICI

Ti presento la cavia

La cavia, o porcellino d’India, ha le sue origini nelle Ande ma si è diffuso in tutto il mondo. Sia come modello per la ricerca scientifica sia come pet. Ha la fama di un animale poco impegnativo, ma ha esigenze specifiche come tutti: vediamo quali sono.

Inizialmente domesticate per la carne, le cavie, o porcellini d’India, sono diventati pet già a partire dal XVI secolo circa, e successivamente anche comuni animali da laboratorio. Piccoli e mansueti, per molti possono essere visti come animali “a basso mantenimento”, semplici da gestire. Ma, come sempre, questo è vero solo fino a un certo punto e non esclude affatto la necessità di cure e attenzioni al benessere psicofisico.

Abbiamo parlato con Paolo Scalvi, veterinario che si occupa di animali esotici e non convenzionali, per iniziare a conoscere un po’ meglio le cavie e alcuni degli aspetti cui prestare attenzione quando si convive con loro, o si medita di acquistarne o adottarne una.

Un pet antico

I piccoli mammiferi non sono gli animali più diffusi come pet in Italia, ma non sono neanche pochi: 1,8 milioni, secondo il Rapporto ASSALCO-ZOOMARK 2020, tra criceti, furetti, conigli e altri roditori. Come le cavie, appunto. Dette anche porcellini d’India, hanno in realtà ben poco a che fare con l’India. Provengono infatti dalle Ande, in Sudamerica, dove venivano (e sono tutt’ora) allevate per la carne e impiegate anche nella medicina tradizionale. Secondo gli studi, sono state domesticate in epoca pre-colombiana e, dalla metà del XVI secolo circa, è cominciata la loro importazione in Europa, dove venivano tenute come pet (alla National Portrait Gallery di Londra si trova un dipinto, datato intorno al 1580, ritenuto essere il primo a rappresentare la cavia sul continente).

«Nel loro ambiente naturale, dove vivono a quote elevate e in zone semi-aride, le cavie scavano tane sotterranee dove abitano in gruppi ampi suddivisi in sottogruppi più piccoli, formati da un maschio e alcune femmine, tra le quali si osserva un’organizzazione gerarchica», spiega Scalvi. Ci sono alcune differenze nella struttura sociale delle diverse specie di cavia (quella domestica è Cavia porcellus), ma la natura sostanzialmente sociale di questi animali ci offre una prima indicazione sulle sue necessità quando tenuta come pet: patisce la solitudine.

Le cavie hanno da tempo una grande popolarità come pet nei Paesi anglosassoni, dove si trovano anche club e associazioni di allevatori e appassionati (negli Stati Uniti e in Canada esiste per esempio l’American Cavy Breeders Association). «In Italia, si sono diffuse come pet in tempi più recenti. In parte credo che debbano il loro successo alla grande mansuetudine: è davvero raro che una cavia morda. Ma spesso sono invece scelte come un ripiego rispetto ad altri animali più impegnativi, magari per genitori che vogliono far felici i figli e prendono una cavia pensando che abbia vita breve, costi poco e non richieda particolari cure», spiega Scalvi. «In realtà, una cavia correttamente gestita può vivere tra i cinque e i sette anni, molto più per esempio di un criceto. E hanno bisogno di vivere con altri individui, siano umani oppure, se il proprietario è poco presente, con altre cavie. Come avviene con quasi tutti gli animali, quando il rapporto con la nostra specie è assiduo e corretto, è possibile stabilire una buona relazione».

Imparare ad ascoltare

Anche imparando a comunicare: il porcellino d’India è infatti ben noto per le sue vocalizzazioni che, a differenza degli ultrasuoni emessi per esempio dai ratti, sono facilmente percepibili anche dal nostro orecchio. Sono stati distinti almeno dieci diversi segnali acustici della cavia, impiegati in differenti contesti, come durante un’interazione agonistica, oppure, tra i più studiati, quelli emessi nell’interazione della madre con la prole. Per esempio, sono note le “fusa” della cavia, associate a situazioni piacevoli e momenti di grooming (o coccole da parte del proprietario). Imparare a prestare attenzione e a riconoscere le diverse vocalizzazioni (online sono disponibili anche diverse registrazioni, qui per esempio le fusa) è quindi senz’altro un ottimo modo per capire se la cavia sta bene o è impaurita e stressata.

Qualche anno fa, inoltre, uno studio ha provato a stabilire come la domesticazione abbia influito sulla comunicazione della cavia. Si sa, infatti, che cani e gatti hanno modificato la propria comunicazione vocale (abbaiano/miagolano molto di più del conspecifico selvatico). Ma che dire delle cavie? Analizzando le vocalizzazioni di allarme e quelle emesse durante il corteggiamento, i ricercatori hanno scoperto che le prime sono più frequente nelle cavie selvatiche, le seconde nelle domestiche. Anche in questo caso, quindi, la domesticazione ha influenzato la comunicazione – con una differenza, però, rispetto a quanto avvenuto in cani e gatti. La cavia, infatti, è stata domesticata e allevata per la carne; quindi, scrivono i ricercatori, è difficile credere che le vocalizzazioni siano state selezionate in modo più o meno volontario. Più probabile, invece, che la diversa vocalizzazione sia un effetto pleitropico della domesticazione o, in altre parole, che sia un tratto selezionato involontariamente insieme ad altri utili per la riproduzione in cattività.

Con altre cavie

Al di là della buona relazione che la cavia può instaurare con la nostra specie, come avevamo già scritto per il coniglio, la possibilità di stare con conspecifici resta una buona pratica, perché aiuta a soddisfare le sue esigenze etologiche. «I gruppi ideali sono quelli formati da un maschio e una o più femmine, oppure da femmine senza maschio o maschi senza femmine, così che non vi sia competizione per la riproduzione», spiega Scalvi. «Ed è anche bene ricordare che, se si tiene un maschio con alcune femmine, il maschio dev’essere sterilizzato: le cavie sono molto fertili, e le femmine raggiungono la maturità sessuale ad appena due mesi».

A questo proposito, per chi invece vuole far riprodurre le proprie cavie, una particolare attenzione va data ai tempi: «Anche se le femmine sono mature a due mesi, non hanno ancora dimensioni adeguate per un parto sicuro ed è meglio che non si riproducano prima dei tre mesi di vita. Allo stesso tempo, la prima riproduzione deve avvenire prima dei sette mesi perché, successivamente, la sinfisi pubica della femmina, che si deve allargare durante il parto, va incontro a un processo di calcificazione: di conseguenza, il parto richiede un intervento cesareo, altrimenti la cavia rischia di morire», continua il veterinario.

Un approccio delicato e buoni nascondigli

In natura, le cavie sono prede. Come per altri pet non convenzionali, questa è una caratteristica importante da tenere in considerazione se si sceglie di accoglierne in casa. OggiScienza ha già raccontato quanto sia importante maneggiare i conigli in modo corretto per evitare loro lo stress psicologico (ma anche possibili traumi fisici), e per la cavia le cose non sono diverse.

«La maggior parte dei predatori naturali della cavia sono uccelli, per cui un primo, importante accorgimento è evitare di afferrarla dall’altro, un comportamento che può ricordarle l’attacco del predatore», spiega Scalvi. Inoltre, è utile passare un po’ di tempo nella stanza senza toccare la cavia se l’animale non ci conosce, magari anche parlando in modo tranquillo, e cercare di avvicinarsi lateralmente, tenendo una postura bassa. Può anche essere utile sapere che, secondo uno studio pubblicato nel 2017 su Applied Animal Behaviour Science (condotto però su cavie da laboratorio, quindi molto meno abituate a un contatto stretto con l’essere umano), esiste una forma di apprendimento sociale, per il quale le cavie sono meno spaventate dalla nostra specie se si trovano in compagnia di altri individui abituati a essere maneggiati.

Ancora, in natura le cavie si costruiscono comodi nascondigli dove rifugiarsi, e la stessa possibilità dovrebbe essere data loro in appartamento. «La gabbia in cui si tengono le cavie dev’essere il più ampia possibile e, oltre a contenere tutti gli accessori necessari (dal beverino alla lettiera, fino ai giochi per l’arricchimento ambientale), deve avere un rifugio dove le cavie sanno di poter stare in sicurezza, magari contenente fieno e verdure», continua il veterinario.

«Inoltre, sia per fornire loro quanto più spazio possibile sia per far sì che possano stare anche in nostra compagnia, è una buona idea anche allestire una o più stanze in sicurezza dove possano muoversi liberamente. Attenzione, però, alle necessarie precauzioni. Per esempio, niente porte aperte, e non solo perché la cavia può scappare: con un animale così piccolo, una porta che sbatte può essere letale! O ancora, bisogna prestare attenzione ai fili elettrici, perché le cavie sono roditori… Una possibile soluzione è infatti quella di allestire più recinti all’interno delle stanze. Le cavie saltano pochissimo e non si arrampicano, quindi non è necessario che il recinto sia particolarmente alto e nemmeno che sia chiuso – a meno che non vi siano in casa altri animali domestici: anche se una cavia può “andare d’accordo” con un cane o un gatto, la convivenza con un predatore è comunque una potenziale fonte di rischio».

Qualche parola sull’alimentazione

Di nuovo come il coniglio, la cavia è un erbivoro obbligato e, come tutti gli animali specializzati, tollerano male le deviazioni rispetto all’alimentazione naturale. Che, essendo appunto erbivora (ben diversa dalla dieta vegetariana!), non prevede cereali o legumi bensì fieno ed erba, verdura e frutta. «Fondamentale è fornire alla cavia fieno ed erba che possa masticare a lungo: come tutti i roditori, infatti, le cavie hanno denti a crescita continua che devono essere molati con la masticazione, e sono anche grandi sfruttatori delle fibre vegetali. Purtroppo, l’alimentazione scorretta è alla base di molti dei problemi che vediamo in clinica, in particolare quelli legati alla dentizione», spiega Scalvi. «E se nel coniglio possiamo rimediare, non si può dire lo stesso per le cavie: meglio quindi evitare di dare loro troppo mangime pronto, che favorisce il senso di sazietà e non li spinge a masticare ulteriormente, e fare in modo che abbiano a disposizione abbondante fieno».

C’è, poi, una cosa che la cavia ha in comune con noi: a differenza di altri animali, infatti, non è in grado di sintetizzare la vitamina C, che assume esclusivamente dall’alimentazione. Quindi sì a frutta e verdura ricche di vitamina C, come i peperoni, ma allo stesso tempo attenzione a non esagerare con la frutta: è molto zuccherina e un eccesso può portare per esempio a problemi di sovrappeso (premurarsi anche di non lasciare mai il nocciolo, che in molti frutti è tossico!).

«Per la cavia è anche particolarmente importante predisporre l’alimentazione in maniera corretta fin da quando è un cucciolo, perché crescendo tende a riconoscere come cibo solo ciò cui si era abituato da piccolo», spiega Scalvi. «Se è necessario cambiare alimentazione, i nuovi cibi devono essere introdotti in modo molto graduale, anche per evitare i frequenti problemi gastrointestinali».

Infine, non c’è da spaventarsi se la trovate la vostra cavia intenta a mangiare le feci. Anche se in misura minore rispetto ai conigli, infatti, la cavia può mangiare i cosiddetti ciecotrofi, un particolare tipo di feci da cui riescono ad assimilare i nutrienti che non sono riusciti a digerire in un primo momento.


Leggi anche: Caro serpente, buon appetito

Articolo pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

Immagine: Pixabay

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Anna Romano
Biologa molecolare e comunicatrice della scienza, amo scrivere (ma anche parlare) di tutto ciò che riguarda il mondo della ricerca.
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