mercoledì, Dicembre 2, 2020
AMBIENTEATTUALITÀ

Convivere con gli alberi

Il 21 novembre è la Giornata Nazionale degli Alberi. Giorgio Vacchiano dell’Università Statale di Milano e Luisa Ravanello di Arpae Emilia Romagna raccontano come gli alberi siano in grado di ridurre gli impatti negativi del riscaldamento globale sull’ecosistema cittadino e perché pianificare l’infrastruttura verde urbana è importantissimo per il futuro della città

Quando si è circondati dal grigio minerale delle città, è facile dimenticare di essere parte di un ecosistema e di condividere spazio e risorse con altri esseri viventi.

Giorgio Vacchiano è tra coloro che, invece, non possono scordarlo. Ricercatore e professore di Gestione e pianificazione forestale all’Università Statale di Milano, studia e promuove la convivenza con gli alberi fuori e dentro alle metropoli.

In occasione della Giornata Nazionale degli Alberi, ha voluto rimarcare perché questi siano dei preziosi alleati.

Isole di calore, oasi verdi

«Tendenzialmente, in città fa più caldo rispetto ai territori circostanti». È una conseguenza dei materiali usati per la costruzione di edifici e strade, della morfologia dei palazzi e del dispendio energetico dovuto alle attività umane. La città insomma rappresenta un’isola di calore e, se in inverno questo può sembrare un vantaggio, in estate diventa un pericolo, specie per le persone più fragili.

In un simile contesto gli alberi si comportano come dei climatizzatori. Sono infatti in grado di rinfrescare l’ambiente attraverso la loro ombra e l’evapotraspirazione. «Come gli umani sudano per abbassare la temperatura del proprio corpo, così gli alberi fanno evaporare acqua dalle loro foglie, mitigando anche l’aria che li circonda». Non si tratta di un abbassamento simbolico. Dove la loro presenza è abbondante, la temperatura può calare anche di 4-6 gradi.

«Ogni albero ha la stessa azione rinfrescante di un condizionatore di media potenza, per chi ci sta sotto. Allontanandosi l’effetto si smorza, ma non se metti tanti alberi vicini. Pensiamo ai viali alberati: conosciamo tutti la sensazione di piacere che si prova a camminarci sotto in un torrido pomeriggio d’estate». Questa azione rinfrescante si esercita per decine di metri se il gruppetto di alberi è sufficientemente ampio e, nel caso dei parchi, può estendersi per due, tre isolati.

Ombrelli verdi…

Ma gli alberi non sono utili soltanto col bel tempo. Anche in caso di piogge intense si rivelano preziosi. Asfalto e cemento sono impermeabili: invece di far percolare l’acqua sotto terra, la accumulano in superficie. Gli unici accessi al sottosuolo rimangono allora i tubi del sistema fognario che, però, non sempre sono in grado di accogliere troppa acqua tutta assieme.

«Ovviamente, gli alberi non possono impedire la pioggia» scherza Vacchiano, «ma possono rallentare la corsa delle gocce, intercettandole con le foglie prima che arrivino a terra. L’effetto finale ricorda quello di una spugna: trattiene l’acqua e dopo un po’ la rilascia. A quel punto, però, il picco della pioggia è passato».

E acchiappa polveri

Il terzo beneficio che Vacchiano menziona è legato alla qualità dell’aria. Traffico, processi industriali e riscaldamenti emettono sostanze inquinati, prevalentemente sotto forma di particolato.

Ma per particelle sottili più di un capello, come quelle degli inquinanti pm2.5 o pm10, le foglie di alcune specie arboree rappresentano vere e proprie trappole. «Funzionano come depositi adesivi: le polveri si attaccano fisicamente e, quando piove, vengono dilavate sul terreno e scorrono via».

Le specie di alberi in città vanno scelte con cura

«Non tutti gli alberi sono uguali: ogni specie ha le sue esigenze, la sua personalità. Perciò, a seconda della città in cui ci troviamo, bisogna scegliere con cura quale pianta mettere a dimora e dove».

Tipo di suolo, esposizione al sole, spazio disponibile per la crescita della chioma e delle radici, vicinanza di muri o di altre strutture, quantità di suolo lasciato libero attorno al tronco sono tutti fattori che influenzano la crescita e la salute degli alberi urbani. Di conseguenza, influiscono anche sulla loro efficacia nell’aiutarci, per questo dovrebbero essere presi in considerazione ogni volta che scegliamo di collocare nuove piante. «Spesso, invece, sono collocate in posti in cui non sappiamo cos’altro fare, e non è affatto detto che questi siano luoghi ottimali».

Di costi e investimenti

Vacchiano solleva un problema. «Ancora oggi, molti comuni vedono la gestione del verde meramente come un costo e, in tempi di ristrettezze, preferiscono gestirlo con operazioni economiche e sbrigative. Penso, ad esempio, a potature troppo drastiche e grossolane».

Così facendo, però, non solo viene minata la capacità delle piante di abbassare la temperatura e filtrare gli inquinanti, ma anche la loro resistenza ai colpi di vento e alle malattie, trasformando il risparmio in un problema di sicurezza.

C’è anche un altro aspetto che andrebbe tenuto in considerazione. Se gli alberi assorbono parte delle sostanze inquinanti, meno persone presenteranno problematiche cardio-respiratorie. Se rinfrescano, meno cittadini soffriranno i colpi di calore e i condizionatori lavoreranno di meno, con conseguente risparmio in termini di energia consumata e di ulteriore calore prodotto. Se frenano l’acqua che cade, i danni creati dalle piogge intense saranno inferiori. I servizi ecosistemici forniti dal verde perciò possono essere considerati anche come una riduzione di costi che, altrimenti, la comunità sarebbe comunque costretta a pagare.

Progettare l’infrastruttura verde urbana

Diventa evidente la necessità di cambiare prospettiva sulle piante: non concepirle più come un semplice ornamento, ma trasformarle in alleate di cui prendersi cura. È qui che entra in gioco Luisa Ravanello. Architetta e urbanista, lavora al Centro Educazione alla sostenibilità di Arpae — Emilia Romagna, dove si occupa di educazione e formazione sui temi del clima e della natura in città.

Con Elena Farnè è co-ideatrice di Rebus — Renovation of Public Buildings and Urban Spaces, un laboratorio basato sulla gioco-simulazione, in cui squadre interdisciplinari elaborano progetti di rigenerazione urbana per l’adattamento climatico, ripensando il verde, la gestione del ciclo urbano dell’acqua e le strutture degli spazi pubblici di un’area cittadina.

A lei ci siamo rivolti per capire l’importanza di una corretta pianificazione e progettazione del verde urbano e quale sia il ruolo giocato dagli spazi pubblici. 

I valori della rete verde

Secondo Ravanello, il problema maggiore è dato dalla frammentazione delle aree verdi. Progettare, allora, significa connettere e migliorare ciò che già c’è.

«L’idea è quella di realizzare una vera e propria infrastruttura verde urbana, cioè una rete che tenga assieme le diverse realtà naturali presenti in città. Questo perché uno stesso numero di alberi ha un’efficacia di raffrescamento diversa se disposto casualmente o se in relazione con le altre piante. In quartieri densamente costruiti, ad esempio, si riesce a fare mitigazione termica solo dando continuità all’ombra creata e all’effetto di evapotraspirazione. Questo è un principio importante per chi progetta gli spazi pubblici. Noi l’abbiamo imparato grazie alla collaborazione con gli agronomi, in particolare Maria Teresa Salomoni, e valutato attraverso modelli di simulazione come Envimet».

Collegare le zone verdi, in particolare gli spazi pubblici, in un’unica infrastruttura non rappresenta soltanto un beneficio in termini di adattamento o mitigazione: produce anche un incremento del valore paesaggistico e sociale.

«Dopotutto, gli spazi verdi pubblici sono a disposizione di tutti e vi si possono esercitare molti diritti diversi: quello al benessere, al comfort e alla salute, al gioco e alla socialità. Insomma negli spazi verdi si possono fare molte delle cose che rendono interessanti la nostra vita, esercitando una funzione che va al di là dell’ambiente e della qualità del contesto in cui viviamo».

Dall’approccio settoriale a quello transdisciplinare

In Italia, cultura tecnica e istituzioni hanno iniziato a interessarsi degli spazi verdi come parte integrante della città a partire dagli anni Sessanta. È del 1968, infatti, la legge che ha fatto del verde uno standard urbanistico, stabilendo una quantità minima obbligatoria proporzionata al numero di abitanti.
«Uno standard però è una quantità, una superficie. Non si esprime sulla qualità degli spazi. E, negli ultimi cinquant’anni, nei piani urbanistici ci si è sforzati di rispettare lo standard senza però occuparsi realmente delle funzioni che il verde svolge».

Quello che sia Giorgio Vacchiano che Luisa Ravanello chiedono, oggi, è qualità. «Bisogna integrare la pianificazione del verde a quella urbanistica, imparando a tenere assieme discipline diverse sia a livello amministrativo che professionale». Rebus è nato anche per rispondere a questa esigenza.

Rigenerare la città attraverso la natura è una faccenda complessa, destinata a fallire se non coinvolge attori e competenze diverse. Per questo è importante che urbanisti, architetti del paesaggio, agronomi, forestali e ingegneri idraulici parlino tra loro e collaborino nel trovare soluzioni che sappiano trasformare gli spazi pubblici in modo innovativo.

«Prendiamo il problema del deflusso delle piogge. Gestire in maniera sostenibile e integrata le acque piovane significa evitare che tutto finisca in una fogna, governandole in superficie e lavorando sulla permeabilità dei suoli. Un modo possibile per farlo è creare parchi-giardini che possano essere invasi dalle acque, all’occorrenza. Per gran parte dell’anno svolgono le funzioni che caratterizzano uno spazio pubblico verde. In caso di piogge intense, per un periodo di 48-72 ore al massimo non saranno agibili oppure lo saranno parzialmente attraverso i percorsi in quota».

Immagine: SOS4LIFE, Emilia-Romagna

Resistere assieme

Imparare a tener conto delle necessità specifiche degli alberi, concedere loro i giusti spazi e le risorse per prosperare, passare dal considerarli semplici ornamenti a concittadini nelle nostre metropoli sono la ricetta che Vacchiano e Ravanello suggeriscono per beneficiare al meglio della loro presenza.

Questo significa che, nell’affrontare le criticità urbane esacerbate dal cambiamento climatico, la specie umana non è sola: può contare sull’aiuto di altri esseri viventi. A patto che se ne prenda cura.

Buona Giornata Nazionale degli Alberi.


Leggi anche: Lo stato delle foreste

Articolo pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Elisa Baioni
Laureata in Scienze Filosofiche all'Università di Bologna. Frequenta il Master in Comunicazione della Scienza 'Franco Prattico' di Trieste. Ha scritto per Galileonet; per Rickdeckardnet e per Animal Studies. Collabora con le scuole per attività di didattica formale e informale. Appassionata di scienza, etiche ambientali e postumanesimo. Preoccupata per il brutto clima.
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: