sabato, Gennaio 23, 2021
DOMESTICIRUBRICHE

Anche i cani litigano

Una lite può capitare, non è certo prerogativa della nostra specie: ma come si rapportano i cani al conflitto? Quali sono le differenze tra cani e lupi e che influenza abbiamo noi umani?

Ogni tanto litigare è inevitabile: può capitare con il convivente che non lava i piatti, con lo sconosciuto che ci ruba il posteggio, con un genitore che vuol farci fare qualcosa che non vogliamo fare… Confrontarsi, vivere con gli altri porta inevitabilmente a qualche conflitto. I cani sono una specie sociale, per cui non c’è nulla di strano che, anche tra loro, a volte vi sia una lite. Quello del conflitto è un tema vasto e complesso, cui sono stati dedicati libri, saggi e studi; ed è importante, anche, perché le “liti” possono avere effetti a lungo termine sul comportamento del cane. Qui proviamo a fare un primo quadro generale sugli elementi significativi del conflitto e del suo ruolo nel mondo canino.

Perché litigare?

Da una parte, saper affrontare un conflitto è importante in natura: è il modo con cui gli animali possono tutelare da altri individui le proprie risorse, siano il cibo o il territorio o, per esempio, i propri cuccioli. «D’altra parte, però, il conflitto dovrebbe essere l’ultima scelta per un animale sociale. Rappresenta infatti un dispendio di energie e, soprattutto, un rischio, sia perché si può finire per “prenderle”, quindi procurarsi lesioni, sia perché può danneggiare la coesione del gruppo», spiega a OggiScienza Angelo Gazzano, presidente dell’Associazione Veterinari Esperti in Comportamento, membro del comitato scientifico dell’Associazione Istruttori Educatori Cinofili Italiani e professore del Dipartimento di Scienze Veterinaria dell’Università di Pisa.

In questo senso, la comunicazione ha un ruolo importante nell’evitare che si arrivi al conflitto vero e proprio. Ci sono, cioè, diversi segnali usati dai cani per indicare all’altro individuo le proprie emozioni, come rabbia o paura, e le intenzioni, come mantenere il controllo di una determinata risorsa (fosse pure un osso di plastica). Come spiega un bell’articolo delle ricercatrici Barbara Smuts e Camille Ward, infatti, dei tanti comportamenti che si possono osservare in un contesto agonistico, come ringhiare o slanciarsi verso un altro cane (senza però morderlo), molti non sono necessariamente un preludio all’attacco ma sono anzi un modo per segnalare le proprie intenzioni ed evitare la lotta.

Anche per questa ragione, scrivono le ricercatrici, parlare di “aggressività” nei cani è piuttosto difficile, perché comportamenti che ci appaiono aggressivi (come una ringhiata, appunto) possono essere semplicemente parte di un pattern di comunicazione che mira proprio a evitare la “litigata”.

Vengo in pace

«I cani condividono anche una serie di segnali che servono a segnalare all’altro individuo di non avere intenzioni aggressive», spiega ancora Gazzano. «Sono i cosiddetti “segnali di calma”, studiati già dalla fine degli anni Ottanta, che comprendono per esempio il leccarsi il naso, distogliere lo sguardo per guardare da un’altra parte, mettersi ad annusare in giro, o ancora avvicinarsi seguendo una traiettoria non rettilinea… In tutto, ne sono stati descritti una trentina».

Diversi studi hanno indagato i segnali di calma e il loro ruolo. Una ricerca pubblicata nel 2014 sulla rivista italiana Veterinaria e che vede come primo autore Gazzano, per esempio, ha analizzato 96 incontri tra 24 cani in coppie combinate in vario modo (conosciuti e sconosciuti, maschi e femmine), analizzando 21 diversi segnali di calma messi in atto in risposta e l’effetto sull’interazione. «Questo ci ha permesso di osservare come tali segnali possano far calare la tensione tra i due individui: se un cane emette con un segnale aggressivo verso un altro e questo risponde con un segnale di calma, cioè, è probabile che cali l’aggressività del primo», spiega Gazzano.

Un confronto con il parente prossimo

«Secondo alcuni ricercatori, questi segnali di calma si sono raffinati nel cane rispetto al lupo», continua il veterinario. «In quest’ultimo sono invece stati descritti i segnali detti di cutoff, che però avrebbero più la funzione di bloccare l’interazione agonistica quando questa è già in atto, mentre per i cani i segnali di calma avrebbero una funzione preventiva».

È stato anche suggerito che il processo di domesticazione abbia portato i cani a sviluppare una maggior tolleranza, come se avesse “alzato la soglia” oltre la quale s’innesca un comportamento legato all’interazione agonistica. Questa caratteristica è strettamente legata alla cooperazione: in pratica, la selezione del cane su tratti come docilità e tolleranza avrebbero facilitato la cooperazione con la nostra specie. Alcuni studi condotti da ricercatrici del Wolf Science Center di Vienna, però, suggeriscono che le cose non siano esattamente così. Per esempio, secondo un lavoro del 2015 sarebbe proprio la tolleranza dei lupi (nei confronti dei loro conspecifici) ad aver fatto da base per la capacità di cooperazione del cane con l’essere umano.

Una ricerca pubblicata su Scientific Reports nel 2019 approfondisce l’ipotesi confrontando la capacità di cani e lupi di collaborare con la nostra specie, e mostrando come entrambi siano in grado di farlo con successo, ma in modo differente: il cane, infatti, aspetta che sia l’umano a iniziare l’azione. Secondo le ricercatrici, questo potrebbe significare che la selezione ha puntato soprattutto le “inclinazioni per la sottomissione” (submissive inclinations), così da minimizzare il conflitto per le risorse.

Fare la pace

Cani e lupi mostrano le loro differenze anche sotto altri aspetti. Per esempio, se l’interazione agonistica è più frequente nei lupi e meno frequente nei cani, sono soprattutto questi ultimi che “arrivano alle mani”, cioè al contatto fisico. E, secondo uno studio del 2018, i cani sarebbero anche meno bravi a “fare la pace”, o meglio a mettere in atto comportamenti di riconciliazione: rispetto ai lupi, preferiscono evitare l’individuo con cui hanno avuto il conflitto piuttosto che riavvicinarlo con comportamenti affiliativi (come leccare il naso o il muso).

Questo non esclude, comunque, che anche i cani sappiano riconciliarsi. «E possiamo osservarlo anche a livello inter-specifico, cioè nel rapporto con la nostra specie», spiega Gazzano. «Il problema è che spesso mal interpretiamo questi comportamenti. Può capitare, per esempio, che un cane morda il proprio umano e poi lo vada a leccare. Questo è spesso letto come una sorta di “mi viene a chiedere scusa”: in realtà, il cane ci sta dicendo “quello che hai fatto mi ha dato fastidio e ho reagito, però possiamo essere amici come prima”».

Capire i cani, capirsi tra cani

Saper interpretare questo tipo di comunicazione è importante. Nell’esempio appena fatto, non comprendere il segnale di riconciliazione può portarci a rifare la stessa cosa che ha dato fastidio al cane (magari prendendoci un altro morso). «Inoltre, dobbiamo ricordare che i cani imparano dai propri comportamenti. Se, quindi, un cane si accorge che ringhiare o mordere gli serve a ottenere ciò che vuole, lo userà come strategia anche in futuro», continua il veterinario. «Questo avviene anche quando il cane si mostra aggressivo verso i conspecifici per paura. E spesso anche il proprietario ha un ruolo nel rafforzare il comportamento. Se, per esempio, un cane attacca gli altri perché ne è spaventato, il fatto che il proprietario lo porti subito via gli insegnerà che attaccare è il modo per essere allontanato da ciò che lo spaventa».

Così come noi abbiamo bisogno di capire la comunicazione canina per evitare fraintendimenti, anche i cani stessi devono aver la possibilità d’imparare a relazionarsi con i conspecifici. «Avere pochi contatti con gli altri cani rende più difficile imparare a relazionarsi in modo corretto al conflitto, e questo è spesso – per usare una metafora in tema – “un cane che si morde la coda”: un cane che si mostra aggressivo con gli altri cani viene tenuto di più in casa o portato in luoghi dove non incontra suoi simili, per cui ha ancora meno occasioni d’imparare», conclude Gazzano.

«Naturalmente, questo non significa che per affrontare un problema comportamentale basta far stare il proprio cane con altri cani (semmai, è bene rivolgersi a un esperto) ma evidenzia, in generale, l’importanza della socializzazione. Poter socializzare con i propri consimili, soprattutto da cuc8cioli, è infatti fondamentale per poter imparare a leggere i segnali degli altri. Il gioco, in particolare, è una palestra importantissima che permette di acquisire le regole sociali (per esempio in termini di potenza del morso), imparare i segnali e l’autoregolazione».


Leggi anche: Gatto, il rapporto si costruisce anche con gli occhi

Articolo pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

Immagine: Pixabay

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Anna Romano
Biologa molecolare e comunicatrice della scienza, amo scrivere (ma anche parlare) di tutto ciò che riguarda il mondo della ricerca.
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