martedì, Agosto 3, 2021
LIBRI

“Una vita degna di essere vissuta”, di Marsha Linehan

La discesa negli abissi della sofferenza è il punto di partenza del coraggioso viaggio di Marsha Linehan, una delle scienziate più visionarie e geniali dell’ultimo secolo.

Institute of Living, istituto psichiatrico di Hartford in Connecticut, giugno 2011. È una bella giornata d’estate e nell’aula dell’auditorium dell’Istituto circa duecento persone, tra colleghi, studenti e familiari aspettano il discorso. Il palco è tutto suo: psicologa americana di fama internazionale, Marsha Linehan, all’età di 68 anni, si trova a raccontare il lungo percorso scientifico che l’ha portata a sviluppare, durante la sua carriera da ricercatrice clinica, la Dialectical Behavior Therapy, un tipo di trattamento comportamentale per persone altamente suicidarie. 

Non è la prima volta che la Linehan si trova di fronte a un pubblico per descrivere l’efficacia di questa terapia, ma è certamente la prima volta che lo fa per raccontare quale sia davvero l’origine di tutto ciò. “I semi della Dialectical Behavior Therapy (DBT) sono stati piantati nel 1961, quando a diciotto anni, sono stata internata proprio qui, all’Institute of Living”. Così inizia Una vita degna di essere vissuta, il libro in cui la stessa Marsha Linehan racconta la sua storia professionale e personale. Da paziente psichiatrica considerata incurabile a psicologa di fama mondiale, Linehan tratteggia la sua vita, come donna e scienziata, complessa e letteralmente straordinaria: l’angoscia assoluta della malattia mentale, la potente spiritualità in cui rifugiarsi e l’eccezionale lavoro scientifico di eco internazionale.

Una promessa mantenuta

Dieci anni dopo i dirompenti novanta minuti di conferenza-confessione e dopo la comparsa della sua prima rivelazione sul New York Times, le quattrocento pagine di questo libro raccontano i dettagli più intimi della “rapida discesa all’inferno” di una Marsha Linehan adolescente.  Attraverso le cicatrici reali e metaforiche, testimoni della sua profonda sofferenza, l’autrice racconta da un lato l’inadeguatezza delle cure psichiatriche a cui veniva sottoposta, e dall’altro il fortissimo impegno – che matura poi in un voto a Dio – di sopravvivere per poter aiutare le persone che soffrivano del disturbo a lei diagnosticato, cioè il disturbo borderline di personalità. Il lungo percorso di guarigione, gli innumerevoli ostacoli e i pregiudizi di genere legati al mondo della ricerca sono raccontati nel libro come le tappe necessarie per compiere la promessa. “Sono sopravvissuta” scrive nelle prime pagine del libro “e la Dialectical Behavior Therapy è stata, ed è, il mio miglior sforzo per mantenere questo voto”. 

A dimostrazione della sua creatività intellettuale, dell’ostinazione ma anche del suo coraggio è il fatto che Marsha Linehan sia, insieme ad Aaron Beck, noto per aver sviluppato la terapia cognitiva, la più importante innovatrice nel campo della salute mentale nell’arco dell’ultimo mezzo secolo. Nel 2018, è stata inclusa in un numero speciale curato dal Time tra “I grandi scienziati. I geni e i visionari che hanno cambiato il nostro mondo”, insieme a Galileo Galilei, Albert Einstein, Marie Curie, Charles Darwin, Margaret Mead, Sigmund Freud e molti altri.

Le origini di Marsha Linhean

In quella giornata di giugno 2011 all’Institute of Living, tra le prime file del pubblico, sedevano i suoi familiari. La figlia adottiva con il marito, ma anche la sua famiglia di origine, i suoi fratelli e sua sorella Aline, presenza e assenza centrale nella sua vita. Marsha nasce a Tulsa in Oklahoma. Terza di sei figli, vive in un contesto famigliare molto conservatore ed estremamente cattolico. La spiritualità è un tratto che Linhean coltiverà durante tutta la sua vita. Pochi anni dopo le dimissioni dall’istituto psichiatrico, Linehan prende i voti come suora laica e fa promessa di vivere in povertà. In tutte le città in cui si trasferisce frequenta assiduamente le comunità cattoliche e mantiene sempre attiva la spiritualità grazie a pratiche di preghiera contemplativa. 

Come accade per alcuni aspetti della sua vita, anche la spiritualità subisce un brusco cambiamento: il forte sessismo dell’istituzione della Chiesa diventa intollerabile e Marsha decide di interrompere questo lungo rapporto. È solo a questo punto che la sua spiritualità comincia a diventare trans-confessionale e trans-religiosa per indirizzarsi verso quelle comunità in cui il misticismo cristiano si integra alle tradizioni Zen e alle moderne conoscenze scientifiche. Dopo qualche anno diventa maestra Zen e da questa esperienza intuisce l’importanza di inserire pratiche meditative, come la mindfulness, nel metodo terapeutico che sta mettendo a punto.

Diversamente dalla spiritualità, il lato più conservatore e bigotto della sua famiglia di origine costituisce, sin dalla prima adolescenza, la pesante eredità con cui Marsha deve fare i conti. Il suo carattere irriverente e libero la rendono, agli occhi della madre giudicante, inadeguata e fuori dalle aspettative. “C’era sempre qualcuno in punizione, perché, in qualche modo, non aveva soddisfatto i loro requisiti. Mio fratello descrive i nostri genitori come persone molto giudicanti, che non hanno mai fatto commenti positivi, che non ci hanno mai lodato”, leggiamo nel capitolo Un ambiente traumatico e invalidante. Sono proprio questi, traumatico e invalidante, gli aggettivi che Marsha Linehan usa spesso nel libro per descrivere la costante disapprovazione e la continua sollecitazione a essere qualcun altro. 

La chiusura del cerchio

In questo clima familiare teso, il carattere estroverso e vitale di Marsha scivola piano piano in una grave depressione. “In men che non si dica, fui internata alla Thompson Two, un reparto sicuro, chiuso a doppia mandata, che ospitava i pazienti più disturbati dell’istituto”. Proprio lo stesso istituto in cui, nel giugno 2011, Marsha Linehan decide di chiudere il cerchio.

Per il resto della vita, si impegna con tutta l’ostinazione che la contraddistingue a mettere a punto una terapia che possa essere efficace per trattare i pazienti con il disturbo a lei diagnosticato. La Dialectical Behavior Therapy è il risultato della sua promessa: una terapia per trattare tutti coloro che soffrono come ha sofferto lei.


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Articolo pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

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Giulia Rocco
Pensa e produce oggetti multimediali per il giornalismo e l’editoria. L’hanno definita “sperimentatrice seriale”.
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