lunedì, Aprile 19, 2021
IN EVIDENZASALUTE

L’ultima ondata della pandemia

Se la campagna vaccinale avrà successo, potremo lasciarci alle spalle l’emergenza. Dovremo però guardarci dalle varianti, informare meglio i cittadini e distribuire in modo più equo le dosi disponibili.

Ammettiamolo: pochi avrebbero scommesso che, a distanza di appena un anno da quando l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) dichiarò la pandemia, avremmo avuto a disposizione non uno, bensì un ampio ventaglio di vaccini efficaci contro la COVID-19. Per la prima volta nella storia abbiamo la possibilità di gestire un evento pandemico anziché subirlo, superando la fase più critica dell’emergenza senza aggrapparci all’illusoria speranza che, per qualche misteriosa ragione, SARS-CoV-2 sparisca da sé così com’era venuto.

Certo le insidie non mancano: dalla diffusione delle varianti, alle difficoltà di produzione dei vaccini, fino all’esitanza di molte persone nei confronti delle vaccinazioni. È ancora presto per cantare vittoria, ma se la campagna vaccinale avrà successo quella che stiamo vivendo potrebbe essere l’ultima ondata con gravi impatti sanitari ed economici, almeno nei Paesi che possono permettersi dosi sufficienti per immunizzare la popolazione.

La campagna d’Italia

Il governo italiano si propone di vaccinare l’80% della popolazione entro settembre. È un obiettivo ambizioso e alquanto difficile da raggiungere. Basti penare che finora hanno ricevuto entrambe le dosi circa due milioni e mezzo di italiani, pari ad appena il 4% della popolazione. Nei prossimi mesi è prevista una decisa accelerazione, ma siamo ancora molto lontani dagli obiettivi di una vaccinazione di massa.

Nelle prossime settimane, forse ancor più che l’approvvigionamento, l’ostacolo principale sarà l’efficienza organizzativa: per rispettare la tempistica del piano vaccinale si dovrebbero infatti somministrare oltre 500mila dosi al giorno, il triplo di quel che si fa oggi. E il caos a cui abbiamo assistito in diverse Regioni non è un bel segnale.

Nel lungo periodo, inoltre, emergerà anche un secondo aspetto critico, finora ampiamente sottovalutato: l’effettiva disponibilità delle persone a vaccinarsi. In Israele, dove oltre la metà della popolazione ha ricevuto almeno una dose, la riluttanza di alcune fasce della popolazione, come i più giovani e gli ebrei ultraortodossi, ha già avuto l’effetto di rallentare la campagna vaccinale.

Costruire la fiducia

Nonostante la comunicazione sia considerata uno strumento strategico nella gestione del rischio, finora non ha trovato grande attenzione da parte delle istituzioni italiane chiamate a gestire la pandemia. Nel nuovo piano vaccinale è persino sparito ogni richiamo alla necessità di informare i cittadini sui vaccini per la COVID-19. Anche nella vicenda che ha portato alla sospensione temporanea del vaccino AstraZeneca, il governo è rimasto a lungo in silenzio lasciando i cittadini nell’incertezza, mentre l’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) ha avuto un atteggiamento ondivago e incoerente, passando in meno di ventiquattrore dallo stigmatizzare ogni dubbio come “irrazionale allarme” al sospendere le vaccinazioni senza addurre spiegazioni che potessero giustificare l’improvviso dietrofront.

L’assenza di una guida affidabile non può che erodere la fiducia nelle istituzioni ed è quel che è successo anche dopo questa ennesima débâcle comunicativa. Secondo un sondaggio realizzato da Ipsos nei giorni seguenti alla sospensione del vaccino AstraZeneca, gli italiani che non intendono vaccinarsi sono passati dal 9% all’11%, mentre coloro che preferiscono ritardare la somministrazione in attesa di comprendere l’efficacia del vaccino o di poter scegliere quale fare sono passati dal 23% al 28%. Con questi numeri, e tenendo conto che nessun vaccino anti-COVID è stato ancora approvato per i minori di 16 anni, raggiungere una copertura dell’80% appare irrealistico, ma il piano vaccinale non sembra tenerne conto.

Il premier Mario Draghi ha annunciato una campagna informativa che dovrebbe avere come testimonial alcuni personaggi pubblici molto noti. Bisognerà però capire se si tratterà ancora una volta di interventi spot, come i padiglioni a forma di primula o i cortometraggi d’autore finiti ben presto nel dimenticatoio, o se finalmente sarà realizzata una campagna di comunicazione all’altezza della sfida che abbiamo di fronte. Sebbene l’esitanza vaccinale sia un fenomeno molto complesso e sfaccettato, lasciando insoddisfatti dubbi e bisogni informativi delle tante persone esitanti, il rischio di mancare gli obiettivi del piano vaccinale è purtroppo concreto. Una precedente indagine di Observa aveva del resto già evidenziato come tre quarti degli italiani giudicassero le informazioni sui vaccini contro il coronavirus «poco chiare e incomplete».

Proteggere i più fragili

Con queste premesse, è evidente che l’immunità di gregge potrebbe restare un miraggio anche con la più ampia disponibilità di vaccini. In ogni caso la priorità è mettere al riparo le persone più fragili, a partire dagli anziani e dalle persone con patologie pregresse. Così facendo, anche se il coronavirus continuerà a circolare nella popolazione, la gran parte delle infezioni riguarderà persone più giovani e in salute, perciò meno a rischio di sviluppare sintomi gravi, essere ricoverate o morire.

A quel punto assisteremo a una diminuzione delle ospedalizzazioni e delle vittime rispetto ai contagi. In altre parole, la letalità si abbasserà, così come la pressione sui sistemi sanitari che ha costretto a lockdown sempre più insostenibili sul piano psicologico, economico e sociale. Non sarà la fine della pandemia, ma potremo lasciarci alle spalle l’emergenza e liberare posti letto per tornare a offrire cure adeguate anche alle persone con altre patologie.

I dati raccolti nei Paesi più virtuosi nelle somministrazioni come Israele, Gran Bretagna e Stati Uniti sono molto incoraggianti. Secondo quanto riporta la rivista Nature, in Israele, dove circa metà della popolazione ha già ricevuto entrambe le dosi del vaccino Pfizer-BioNTech, si è osservata una sensibile riduzione dei contagi e dei ricoveri fra le persone più anziane che hanno avuto priorità nell’inoculazione.

In Italia, l’Istituto Superiore di Sanità (ISS) afferma che si può già osservare una riduzione relativa di contagi fra gli operatori sanitari e gli ospiti delle residenze per anziani (RSA) che primi hanno ricevuto il vaccino. Ecco perché appare molto discutibile la precedenza data ad alcune categorie meno vulnerabili, come docenti universitari o personale amministrativo in telelavoro, rispetto alle persone nella fascia d’età 70-79 anni, rimaste finora ai margini della campagna vaccinale; una scelta che rischiamo purtroppo di pagare con un maggior numero di vittime.

Dalla primavera all’autunno

Guardando ai prossimi mesi, il ministro della Salute Roberto Speranza ha affermato che, grazie alle misure più rigorose in vigore fino a Pasqua e al progressivo aumento dei vaccinati, vedremo un miglioramento già nella seconda metà della primavera. Forse quest’estate potremo viaggiare in Europa con il “certificato verde digitale” proposto dalla Commissione Europea per salvare la stagione turistica, sebbene tra gli esperti non manchino le perplessità. E magari guardare con meno apprensione all’autunno, ammesso di non ripetere gli errori commessi l’estate scorsa, giacché un’ampia fascia della popolazione sarà ancora suscettibile all’infezione e il coronavirus dovrà essere tenuto a bada con gli accorgimenti di sempre: mascherine, distanziamento, lavaggio delle mani.

Inoltre, almeno finché non saremo certi che i vaccini, oltre a proteggere dalla malattia, siano in grado di prevenire il contagio (è plausibile sia così, e gli studi preliminari hanno fornito importanti conferme, ma non disponiamo ancora di evidenze sufficienti), le medesime precauzioni dovranno essere seguite anche da chi è già stato vaccinato. Scoppieranno altri focolai, perché le persone non vaccinate potranno ancora ammalarsi, perciò il tracciamento resterà uno strumento cruciale. Ma se con l’aiuto dei vaccini e della stagione estiva sapremo riportare l’incidenza al di sotto della soglia di 50 casi giornalieri ogni 100mila abitanti, potremo riprendere il controllo dell’epidemia e la probabilità di subire una quarta ondata il prossimo autunno sarà decisamente più bassa.

La spada di Damocle delle varianti

È però inutile nascondere che le incognite sono ancora molte, sia perché non esiste una vera e propria strategia per uscire dalla pandemia, sia perché con SARS-CoV-2 le sorprese potrebbero non essere finite. La minaccia più seria che grava sul futuro è la diffusione di varianti del coronavirus più contagiose, come la cosiddetta variante inglese che ormai è prevalente anche in Italia, o in grado di rendere meno efficaci i vaccini e le nostre difese immunitarie, come si sospetta possano fare le varianti brasiliana e sudafricana. E nessuno può escludere l’emergere di varianti ancora più pericolose. L’unico modo per difenderci, ancora una volta, è vaccinare il prima possibile gran parte della popolazione, perché ogni trasmissione da un corpo a un altro rappresenta per SARS-CoV-2 un’occasione in più per accumulare mutazioni.

Molti esperti ritengono tuttavia che l’immunità acquisita possa garantire almeno una protezione parziale nei confronti di eventuali future varianti. La piattaforma tecnologica che ha permesso la sintesi dei vaccini a mRNA dovrebbe inoltre consentire di aggiornare i vaccini in tempi relativamente rapidi. Per chi fosse stato già vaccinato, si tratterebbe a quel punto di fare un richiamo. Forse non saremo costretti a ricominciare tutto da capo, ma non ci liberemo tanto facilmente di SARS-CoV-2.

Non basterà infatti vaccinare gli abitanti dei Paesi ricchi: se il sud del mondo continuerà a restare senza dosi, come purtroppo avviene oggi, il coronavirus continuerà a diffondersi e a fare vittime. E poiché nella lotteria dell’evoluzione niente si può escludere, un giorno o l’altro, da qualche parte, potrebbe emergere una nuova variante capace di aggirare le difese immunitarie delle persone già guarite o vaccinate, facendo tornare anche il nord del mondo al punto di partenza. A livello globale solo 270 milioni di persone hanno ricevuto almeno una dose: circa il 3,5% della popolazione mondiale. Ma in gran parte dei Paesi più poveri la vaccinazione rischia di non cominciare prima del 2023.

Da calamità naturale a dilemma politico

Soltanto con l’immunità di gregge della popolazione globale si potrebbe mettere la parola fine alla pandemia. Gli esperti consultati dalla rivista Nature ritengono però che, a causa delle enormi difficoltà di vaccinare almeno tre quarti dell’umanità e delle molte incognite sulla durata dell’immunizzazione acquisita, si tratti di un obiettivo «probabilmente impossibile».

L’ipotesi prevalente fra gli scienziati è che nel lungo periodo la COVID-19 diventi una malattia endemica. Le persone più a rischio dovranno restare caute e forse sottoporsi a un richiamo vaccinale periodico, in modo simile a quel che avviene ogni anno per l’influenza. Il resto della popolazione potrà invece guardare alla COVID-19 come a un malanno di stagione, che nella gran parte dei casi non avrà gravi conseguenze.

Sebbene a lungo termine sia lo scenario più plausibile, nel medio periodo restano diverse zone d’ombra. Per esempio, non è chiaro quali potranno essere le conseguenze sulla salute delle tante persone affette dalla sindrome post-COVID (o Long COVID) che, pur non avendo più tracce del coronavirus nell’organismo, continuano a soffrire per diversi mesi di disturbi molto debilitanti.

Né è chiaro che cosa accadrà nei Paesi più poveri senza una più equa distribuzione dei vaccini disponibili. Secondo un rapporto della Duke University (Stati Uniti), entro la fine dell’anno avremo abbastanza dosi per vaccinare il 70% della popolazione mondiale, ma la gran parte delle scorte è stata opzionata dai Paesi più ricchi che, in previsione di rischi futuri, come la necessità di effettuare un richiamo per allungare il periodo di immunizzazione, potrebbero decidere di tenersi per sé persino le eccedenze.

Come ha scritto lo storico Yuval Noah Harari sul Financial Times, «i successi scientifici e tecnologici senza uguali conseguiti nel 2020 non hanno risolto la crisi del COVID-19: hanno trasformato la pandemia da una calamità naturale a un dilemma politico». A livello locale o globale, riuscire ad avere la meglio su SARS-CoV-2, o subire gli effetti di altre devastanti ondate pandemiche, stavolta dipenderà soprattutto dalle scelte che faremo.


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Photo by Izzy Park on Unsplash

Articolo pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia. 

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Giancarlo Sturloni
Sono un giornalista scientifico esperto di comunicazione del rischio. Svolgo attività di comunicazione, formazione e consulenza in campo sanitario e ambientale. Sono co-fondatore del collettivo NatCom - Communicating nature, science & environment di Trento. Insegno Comunicazione del rischio alla Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati (SISSA) di Trieste, all’Università degli Studi di Udine e all'Università degli Studi dell'Insubria. Sono autore di diversi libri tra cui "La comunicazione del rischio per la salute e per l'ambiente" (Mondadori Università, 2018) e "Il pianeta tossico" (Piano B, 2014). Con Daniela Minerva ha curato il volume "Di cosa parliamo quando parliamo di medicina" (Codice, 2007).
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