sabato, Settembre 18, 2021
CERVELLI ARTIFICIALI

Contro il mito dell’intelligenza artificiale

Secondo Matteo Loglio, l’Ai è solo una tecnologia, per quanto importante. Per affrontare meglio le sfide del futuro, l’interactional designer suggerisce di ridurre il fenomeno alle sue reali dimensioni, combattendo l’hype che lo circonda

Ha lavorato per Arduino e Google prima di aprire una propria società e dedicarsi allo studio di un design che avvicini la tecnologia alle persone. Matteo Loglio è un interactional designer e da alcuni anni vive a Londra. Con Simone Rebaudengo ha aperto l’anno scorso Io, un’azienda che si occupa sia di consulenza per grandi aziende, start-up e scuole, sia della creazione di prodotti propri. Al centro del loro lavoro, l’intelligenza artificiale.

“Oggi c’è molto hype attorno a questa tecnologia e si generano aspettative enormi, soprattutto tra i non esperti” sorride Loglio. “Nel medio-lungo periodo cose che oggi ci sembrano futuribili entreranno certamente a far parte del nostro quotidiano ma, a breve termine, l’intelligenza artificiale non cambierà drasticamente le nostre vite”.

Per il designer parte della fascinazione collettiva sarebbe legata anche ai grandi investimenti che le big tech stanno facendo nel campo: “Le potenzialità ci sono e sono enormi. Le aziende più importanti al mondo l’hanno capito da tempo e hanno iniziato a lavorare e in alcuni casi a divulgare progetti che sembrano fantascienza e che affascinano chi li ascolta. In realtà stanno sperimentando quale sia il modo più efficiente per gestire e utilizzare l’enorme mole di dati che producono quotidianamente. Per chi lavora in questo mondo, l’Ai è solo un’altra tecnologia”.

Demistificare l’intelligenza artificiale

Detto questo, proprio perché a medio-lungo termine avrà un impatto importante sulle nostre vite, è giusto iniziare a familiarizzare a poco a poco: “L’idea di Io è cercare di demistificare un pochino l’intelligenza artificiale e portarla a una versione più domestica – spiega Loglio – Tra pochi anni non avremo a che fare con i robot umanoidi che vediamo in alcuni film di fantascienza, mentre è molto probabile che avremo nelle nostre case elettrodomestici che sapranno quando accendersi, luci che si regoleranno da sole in base alle nostre preferenze e orologi che ci sveglieranno nella fase migliore per iniziare con energia la giornata. Non una mega intelligenza, quindi, ma una piccola intelligenza artificiale diffusa”.

Per realizzare questo, i designer (e non solo loro) devono riuscire a rispondere a alcuni interrogativi che al momento restano aperti e che hanno a che fare soprattutto con l’apprendimento delle nostre preferenze. “È possibile che la lavastoviglie non parta quando noi lo desideriamo. Quindi va prevista, almeno inizialmente, una certa flessibilità e la possibilità di procedere per tentativi. “In realtà è quello che succede sempre – sorride Loglio – Pensiamo ad esempio agli smartphone: quando sono arrivati sul mercato, le domande erano tante. All’inizio, ci si chiedeva per esempio come poter pagare con il telefono. A poco a poco siamo riusciti a fornire risposte. Succederà la stessa cosa anche con l’Ai”.

Altro tema caro a Loglio è avvicinare la tecnologia alle persone il prima possibile: in un’azienda precedente aveva realizzato Cubetto, un oggetto che consentiva a bambini dai 3 ai 6 anni di capire la programmazione: “A quest’età sfruttavamo ovviamente il gioco, ma Cubetto era un modo per far acquisire in modo divertente il mindset del programmatore. Ecco, penso che la stessa cosa debba essere fatta con l’Intelligenza artificiale. Oggi ricevo molte richieste per formare ragazzi che stanno frequentando l’università. Penso che anticipare queste competenze sia utile per tutti”. In un suo libro dedicato a bimbi con più di 6 anni Loglio affronta il tema delle diverse intelligenze, sempre calato in una dimensione domestica: descrive un mondo popolato di pentole, macchine e tostapane intelligenti quanto noi e a volte di più. “L’idea è quella di descrivere l’intelligenza come una forza dell’universo che ha tra le sue manifestazioni quella artificiale – spiega l’autore – A livello filosofico si tratta di mettere l’intelligenza in prospettiva: ormai non è più una prerogativa solo nostra”.

Il copyright

Le sfide aperte sono tante e gli aspetti che ci toccheranno più da vicino nei prossimi anni secondo l’esperto avranno a che fare con i dati e il copyright delle informazioni. “Con il machine learning diamo in pasto agli algoritmi enormi quantità di dati – ricorda Loglio – Sono i cosiddetti dati di allenamento, che servono alla macchina per imparare. Ebbene, che cosa succede se i dati inseriti hanno licenze diverse? L’output che si ottiene grazie a quei dati potrà essere di tipo commerciale? Dovrà essere distribuito con più licenze? È un problema tuttora aperto. Probabilmente la via più semplice sarà quella di creare licenze ad hoc, che però al momento ancora non esistono”.

Questo tema è diventato di attualità recentemente, quando GitHub, un sistema per lo sviluppo di software in modo collaborativo, utilizzato da programmatori di tutto il mondo, ha lanciato Copilot, uno strumento che, come suggerisce il nome, affianca gli sviluppatori nella scrittura del codice. L’iniziativa ha alzato un doppio polverone: da una parte gli informatici si sono rivoltati contro uno strumento che, lungi dal semplificare loro la vita, rischia di appiattire il loro mestiere, basato sulla logica e sulla risoluzione di problemi, a semplice compilazione. Dall’altra – ed è forse l’aspetto più interessante – molti si sono chiesti come sarà distribuito questo prodotto basato su dati di allenamento caricati su GitHub e quindi in open source. Ad affiancare GitHub in questo progetto c’è infatti Microsoft ed è probabile che, terminata la fase di test, Copilot diventi un servizio a pagamento. “Il dibattito è aperto e la soluzione ancora non esiste, ma è proprio questo l’aspetto interessante di misurarsi con le nuove tecnologie: è tutto ancora da scrivere”, conclude Loglio.


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Articolo pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

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Michela Perrone
Appassionata di montagna e di tecnologia, scrivo soprattutto di medicina e salute. Curiosa dalla nascita, giornalista dal 2010, amo raccontare la realtà che mi circonda con articoli, video e foto. Freelance dentro e fuori, ho una laurea in Comunicazione e un master in Comunicazione della Scienza.
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