venerdì, Settembre 17, 2021
LIBRI

La storia dell’Europa in 24 pinte

24 sorsi di storia, scienza e cultura della birra nel nostro continente: aneddoti curiosi e racconti inaspettati vi faranno scoprire l’importanza di questa bevanda attraverso i secoli

Se per alcuni la birra è solo un prodotto di massa che permette di raggiungere un senso di ebbrezza a basso costo e per altri si tratta di una bevanda “di compagnia”, leggendo “La storia dell’Europa in 24 pinte” di Mika Rissanen e Juha Tahtavainen si rimarrà sorpresi dall’importanza che ha avuto nel corso dei secoli. O, forse, dovremmo dire dei millenni: “la storia della birra è lunga tanto quanto la capacità dell’uomo di coltivare la terra. […] C’è un’ipotesi secondo cui l’arte di trasformare l’orzo in malto per ottenere la birra abbia suggerito l’utilizzo del lievito nella panificazione e l’invenzione di un prodotto lievitato da servire in accompagnamento alla birra. Se così fosse, allora la birra potrebbe considerarsi un alimento di base persino più antico del pane.” Già all’epoca dei sumeri, intorno al 4000 a.C., si parlava del suo consumo ed era un’importante merce di scambio.

Nel corso di queste 24 “pinte”, o tappe nella storia, si scopre l’origine del conosciutissimo monumento del “Manneken-Pis” di Bruxelles – spoiler: sì, è legata alla birra – oltre che le ragioni storiche dell’antica suddivisione che distingue l’Europa del vino da quella della birra. Quest’ultima, insieme al calcio, riuscì a riunire i popoli addirittura durante la Prima guerra mondiale, quando, nel dicembre 1914, in molti luoghi lungo il fronte occidentale i soldati deposero le armi per Natale e fraternizzarono nella terra di nessuno. Dopo le persone e insieme ai giornali fu la prima merce a essere trasportata su un treno a vapore in Germania, in particolare in Baviera, nel 1836. Per l’occasione, sul posto accorse quasi lo stesso numero di giornalisti presenti alla grande inaugurazione della linea ferroviaria. E anche Lutero aveva una particolare predilezione per questo liquido ambrato, che parrebbe essere stato d’aiuto anche nella preparazione per l’audizione alla Dieta di Worms. Insieme alla pubblicazione delle tesi di Lutero, si scopre come il passaggio al luppolo divenne una scelta politico-religiosa.

C’è spazio anche per la scienza nel libro: se il consumo di alcolici durante l’allattamento non è raccomandabile, è però scientificamente provato che la nostra protagonista aumenti la produzione di latte: i responsabili sarebbero i beta-glucani, carboidrati a catena lunga contenuti, per esempio, in orzo e avena. Lo stesso effetto si può ottenere anche con la birra analcolica o con l’estratto di malto… E addirittura la bibbia dei produttori di birra di tutta Europa fu pubblicata nel 1876 da Louis Pasteur, che ne studiò in dettaglio i metodi di produzione sia in patria che in Inghilterra: “Pasteur si rese conto che esistevano batteri in grado di rovinare la birra e altri che causavano nell’uomo infezioni ai tessuti, e che entrambe le tipologie potevano essere distrutte con il calore. La sterilizzazione degli strumenti chirurgici e delle medicazioni con acqua bollente o vapore che oggigiorno diamo per scontata, è stata introdotta solo negli anni settanta dell’Ottocento. Ci volle quindi appena un decennio perché l’idea di Pasteur si trasformasse in una pratica diffusa. In seguito, sulla base della sua ricerca sui microbi, Pasteur sviluppò i primi vaccini per le malattie batteriche.” E tutto ebbe inizio dai suoi studi sulla birra

Essa fu anche fonte d’ispirazione in campo artistico, sia come bevanda in sé, sia come soggetto artistico, soprattutto per i fiamminghi del XVI e XVII secolo, in particolare Pieter Bruegel il Vecchio e Adriaen Brouwer, che seppero ritrarre con un grande gusto per i dettagli le baldorie dei banchetti contadini e le gozzoviglie delle birrerie. Grazie ai loro dipinti è possibile conoscere le differenze regionali nella cultura brassicola, oltre al grado di benessere, in base a quali recipienti venivano utilizzati per bere.

All’epoca della guerra dei trent’anni la birra rivestiva una grande importanza anche dal punto di vista militare: i soldati morivano più a causa delle malattie – soprattutto infezioni intestinali – che per i colpi dei nemici. Quando uomini e cavalli si spostavano in massa, era molto comune che l’acqua dei pozzi si contaminasse. “Poiché il mosto, secondo la regola brassicola, è prima bollito e poi lasciato a fermentare in recipienti accuratamente puliti in cui le sostanze amare nel luppolo e l’alcol risultante inibivano la crescita batterica, la birra era una bevanda sicura: rispetto all’acqua allora disponibile, si può dire che fosse praticamente sterile. In passato non si sapeva nulla di batteri o di altri microrganismi, ma divenne evidente nella pratica che chi beveva birra era più sano di chi, invece, si riempiva la pancia solo d’acqua. Non sorprende, dunque, che gli strateghi pianificassero i movimenti delle truppe e le tattiche di battaglia anche in base alle riserve di birra presenti nella regione teatro di guerra. Ovviamente, sarebbe un’esagerazione affermare che progettassero le azioni militari soltanto in base a quello. Rimane tuttavia il dato di fatto che quando le truppe entravano in un insediamento abbeverassero i cavalli con l’acqua e spegnessero la loro sete prima dando fondo alle riserve di taverne e birrifici, poi servendosi nelle cantine di fattorie e case di città, e che passassero all’acqua solo dopo aver bevuto tutta la birra disponibile.”

Se quindi siete amanti di questa bevanda, oppure siete semplicemente curiosi di conoscere quale sia stata la sua importanza nella cultura gastronomica europea, nei suoi usi e costumi, nella storia, nell’arte e nella scienza, questo è il libro che fa per voi… Al termine di ogni capitolo c’è anche una scheda di presentazione di un’etichetta di birra in qualche modo coinvolta in quel racconto – 24 provenienti da 18 diversi Paesi europei – e c’è anche l’Italia. Buona lettura e… Prosit!


Leggi anche: La vita in un boccale di birra

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

Immagine: Pixabay

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Giulia Negri
Comunicatrice della scienza, grande appassionata di animali e mangiatrice di libri. Nata sotto il segno dell'atomo, dopo gli studi in fisica ha frequentato il Master in Comunicazione della Scienza “Franco Prattico” della SISSA di Trieste. Ama le videointerviste e cura il blog di recensioni di libri e divulgazione scientifica “La rana che russa” dal 2014. Ha lavorato al CERN, in editoria scolastica e nell'organizzazione di eventi scientifici; gioca con la creatività per raccontare la scienza e renderla un piatto per tutti.
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: