venerdì, Settembre 17, 2021
CERVELLI ARTIFICIALIRUBRICHE

Elea 9003, il primo cervello elettronico a transistor italiano

C’è stato un momento storico in cui l’informatica italiana era in competizione ad armi pari con le più importanti aziende statunitensi. Il primo calcolatore a transistor commerciale, sviluppato tra Pisa e Ivrea, è stato un successo dal punto di vista tecnologico e scientifico e un modello innovativo sotto molti aspetti.

Negli anni ‘50 del secolo scorso in Italia non si usava ancora la parola computer, ma si parlava di calcolatori o “cervelli elettronici”. C’è stato un momento, proprio in quel periodo storico, in cui aziende e laboratori di ricerca del nostro Paese riuscivano a competere con i grandi nomi statunitensi del settore. La storia che riesce a raccontare molto bene tutto questo è quella dell’Elea 9003, il primo computer a transistor commerciale, sviluppato tra Ivrea e Pisa dai tecnici della Olivetti e dell’Università di Pisa. 

“L’Elea non nasce in Italia per un caso fortuito”, spiega Maurizio Gazzarri, autore del saggio “ELEA 9003 – Storia del primo calcolatore elettronico italiano” (Edizioni di Comunità, 2021). Nel libro, che è il risultato di un lungo lavoro di ricerca sugli archivi dell’azienda di Ivrea e di una serie di interviste, l’autore ripercorre le tappe che hanno portato alla progettazione e realizzazione del cervello elettronico.

Esemplare di Elea 9003 esposto al Museo Storico della Comunicazione di Roma

Dentro un computer

Partiamo da un’importante premessa: l’aspetto dei primi calcolatori elettronici era molto diverso da quello dei portatili che oggi abbiamo in casa.

Prima di tutto, le dimensioni erano decisamente differenti (l’Elea occupava un’intera stanza), poi non c’erano tastiere, né strumenti di interazione semplici e intuitivi come il mouse. Non c’era neppure un vero e proprio sistema operativo, ma solo delle serie di armadi separati da corridoi lungo i quali i tecnici potevano muoversi. Era possibile, letteralmente, camminare all’interno del computer.

“Il design dell’Elea ha rappresentato una grande novità per l’epoca”, prosegue Gazzarri. Il calcolatore era infatti sì composto da tanti moduli, ma questi non raggiungevano il soffitto, come si era visto fino a quel momento, ma rimanevano più bassi, a misura d’uomo.

L’attenzione verso l’interazione  e l’usabilità valsero il premio Compasso d’Oro per Ettore Sottsass, che curò il disegno industriale. 

Ma l’Elea 9003 non rappresentava un’innovazione solo dal punto di vista estetico.

L’innovazione tecnica

Il primo computer commerciale a transistor fu fortemente voluto da Adriano Olivetti, che già nel 1949 intravedeva le potenzialità del settore dell’elettronica.

“Una figura determinante per lo sviluppo tecnico dell’Elea è Mario Tchou”, racconta Gazzarri. Figlio di un diplomatico cinese, Tchou era cresciuto in Italia, dove aveva studiato ingegneria. Non aveva neanche trent’anni quando, nel 1954, Olivetti lo portò in azienda, per poi affidargli il compito di dirigere il laboratorio di Barbaricina, a Pisa, con lo scopo di progettare e costruire un calcolatore elettronico per applicazioni gestionali.

“Tchou ragionava sull’utilizzo dei transistor, più efficienti ed economici rispetto alle tradizionali valvole, già da un paio d’anni – rivela Gazzarri – e questo rende bene l’idea della lungimiranza che c’era in quel momento storico. Oltre a mettere in risalto la figura di questo ingegnere, incredibile non solo da un punto di vista tecnico ma anche manageriale e culturale”. Basti ricordare che in quegli anni l’informatica non era praticamente ancora nata, le informazioni in materia scarseggiavano e le riviste di settore erano poche e arrivavano solo dagli Stati Uniti.

È in questo contesto che nasce l’Elea, che viene presentato sul mercato nel 1959.

La visione

Nei cinque anni successivi furono costruiti e commercializzati diversi esemplari, uno dei quali fu venduto alla Banca Monte dei Paschi di Siena (e oggi si trova – unico esemplare ancora funzionante – presso l’Itis “Enrico Fermi” di Bibbiena, ad Arezzo, che lo utilizza a fini didattici).

“Questa storia ci insegna che l’intelligenza collettiva è più forte di quella dei singoli, oltre al fatto che investire sui giovani e l’innovazione spesso ripaga. Olivetti aveva dato fiducia e carta bianca a un gruppo di ragazzi guidati da un trentenne”, commenta Gazzarri. 

Nella primavera del ‘55 uscì l’annuncio che reclutava i primi 12 ingegneri e fisici per lavorare al progetto. Per scegliere tra le oltre 230 candidature, al colloquio veniva chiesto anche l’ultimo libro letto o l’argomento del tema della maturità. “Anche questo è indicativo dell’aria di apertura che si respirava all’epoca in quegli ambienti”.


Leggi anche: Contro il mito dell’intelligenza artificiale

Articolo pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Viola Bachini
Mi occupo di comunicazione della scienza e della tecnologia. Scrivo su giornali e riviste, collaboro con case editrici di libri scolastici e con istituti di ricerca per la comunicazione dei risultati al grande pubblico. Ho fatto parte del team che ha realizzato il documentario "Demal Te Niew", finanziato da un grant dello European Journalism Centre e pubblicato in italiano sull'Espresso (2016) e in spagnolo su El Pais (2017). Sono autrice del libro "Fake people - Storie di social bot e bugiardi digitali" (Codice - 2020).
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: