martedì, Ottobre 26, 2021
CERVELLI ARTIFICIALI

Maggiordomo robot: si può fare?

Molto efficienti nel portare a termine un singolo compito, come pulire il pavimento, ma ancora incapaci di destreggiarsi nell’ambiente domestico come gli umani. Ecco le prospettive (reali) a breve termine degli automi per la cura della casa.

A chi non piacerebbe un piccolo automa che si aggira per la casa per aiutarci nelle faccende domestiche? Un robot per esempio in grado di cucinare la cena, stirare i vestiti, spolverare i mobili. 

Cerca di soddisfare questo desiderio l’annuncio di Amazon dell’imminente lancio del suo Astro, un robottino su due ruote alto poco più di mezzo metro che promette di farci da assistente in casa. L’era del robot maggiordomo è davvero alle porte?

Un aiutante in casa

Per capire a che punto siamo con la realizzazione del domestico robot partiamo proprio dall’ultimo progetto dell’azienda di Seattle. Astro potrà essere utilizzato per monitorare l’abitazione, effettuare videochiamate, e soddisfare altre richieste – come far partire la musica – già disponibili sull’assistente vocale Alexa.

A differenza di quest’ultima, però, potrà mappare la casa e andare in stanze specifiche a comando, per esempio per consegnare un oggetto che qualcuno avrà inserito nel suo cestino, a una specifica persona della famiglia. La consegna sarà puntuale, perché Astro è in grado di riconoscere i volti grazie all’intelligenza artificiale.

Se tutto questo non vi sembra abbastanza è perché, nonostante i grandi passi avanti della tecnologia, siamo ancora ben lungi dal realizzare un sostituto tuttofare dei collaboratori domestici in carne e ossa. Come sintetizza la rivista specializzata The robot report: “Astro non può salire e scendere le scale. Non ha braccia per raccogliere e trasportare oggetti. Ha una capacità di archiviazione limitata. Non può uscire. Non scoraggerà un intruso che è già in una casa”. 

Se l’umano è più efficiente

Già negli anni scorsi diverse aziende avevano raccolto la sfida dello sviluppo di un assistente robot. La Blue Frogs Robotics ha lanciato Buddy, un robot da compagnia che può simulare emozioni e il MIT Jibo, un apparecchio in grado di monitorare costantemente i parametri relativi alla sfera della salute e inviare segnali di allarme se necessario. Questi sono solo un paio di esempi, ma la lista è piuttosto lunga. 

Se, al momento, nessun robot è ancora entrato in gran parte delle nostre case è perché i prezzi sono alti rispetto alle prestazioni offerte in un ambiente – quello domestico – che varia continuamente.

Oggi i robot funzionano nelle fabbriche, dove c’è molto spazio, nessun bambino piccolo in giro e schemi ben precisi da rispettare. Qui, gli automi possono portare a termine, con efficienza, un singolo compito ripetitivo, come avvitare una ruota.

Ma più aumentano le variabili in gioco, più diventa complicato (e dispendioso da un punto di vista economico) produrre tecnologie all’altezza. Prendiamo, per esempio, la capacità di manipolare un oggetto: gli umani, grazie alla conformazione delle dita, possono afferrare forme molto diverse. Esistono anche arti robotici con una flessibilità simile a quella umana, ma la loro produzione costa decine di migliaia di dollari.

In altre parole: se vogliamo un aiuto concreto in ambiti diversi, oggi costa meno – e lavora meglio – un maggiordomo in carne e ossa. 

Altri robot domestici

Non è un caso, quindi, se i robot domestici di maggior successo fino ad oggi rimangono quelli in grado di svolgere una sola mansione, come pulire il pavimento. Roomba e simili sono a oggi i più diffusi nelle case.

Un altro possibile utilizzo dei robot nelle case riguarda la cura delle persone anziane. In questo contesto il robot assomiglia più a un caregiver che a un maggiordomo e si occupa di compiti specifici che ruotano intorno all’assistenza di persone fragili, con disabilità o con patologie croniche. Ne esistono diversi tipi, da quelli più semplici che hanno una funzione soprattutto sociale (tenere compagnia) a robot con tecnologia più avanzata, in grado di verificare il livello di attività fisica, ricordare le terapie da prendere e proporre di telefonare ai parenti.

Anche in questo caso, tuttavia, quando gli obiettivi si fanno troppo ambiziosi, i progetti fanno fatica (almeno al momento) a trovare persone disposte a investire nell’acquisto dei robot. La storia di Pepper, l’automa umanoide di Softbank, è molto istruttiva a questo proposito. Prodotto in decine di migliaia di esemplari, non è mai riuscito a incontrare un mercato, al punto da far lievitare le giacenze in magazzino, fino alla decisione dell’azienda produttrice – a giugno di quest’anno – di interrompere la produzione.


Leggi anche: L’intelligenza artificiale per combattere il crimine

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

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Viola Bachini
Mi occupo di comunicazione della scienza e della tecnologia. Scrivo su giornali e riviste, collaboro con case editrici di libri scolastici e con istituti di ricerca per la comunicazione dei risultati al grande pubblico. Ho fatto parte del team che ha realizzato il documentario "Demal Te Niew", finanziato da un grant dello European Journalism Centre e pubblicato in italiano sull'Espresso (2016) e in spagnolo su El Pais (2017). Sono autrice del libro "Fake people - Storie di social bot e bugiardi digitali" (Codice - 2020).
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