venerdì, Dicembre 3, 2021
DOMESTICIRUBRICHE

La dieta del cane, orientarsi tra patologie e rischi

Negli Stati Uniti si sta indagando la possibilità che particolari diete, nello specifico quelle "grain free", possano essere correlate allo sviluppo di cardiomiopatia dilatativa nei cani. Un’occasione per riflettere su quanto sia fondamentale una dieta completa e personalizzata.

Ad agosto di quest’anno, l’American Kennel Club ha pubblicato un articolo riportando i risultati di uno studio pubblicato su Scientific Reports e dedicato alla possibile associazione tra casi di cardiomiopatia dilatativa, una grave patologia nella quale il muscolo cardiaco perde la capacità di contrarsi correttamente e pompare il sangue nell’organismo, e dieta nei cani. Lo studio, una dettagliata indagine dei composti biochimici presenti in alcuni tipi di dieta, rappresenta in realtà la più recente pubblicazione sulla possibile correlazione tra dieta e cardiomiopatia dilatativa (dilated cardiomyopathy, DCM). Correlazione su cui la Food and Drug Administration statunitense aveva iniziato già alcuni anni fa, nel luglio 2018, a indagare in seguito a un significativo aumento di casi di DCM, riportati anche in razze che non sono predisposte geneticamente. Una dieta, in particolare, ha attirato l’attenzione degli esperti: si tratta di quella grain free, nella quale i carboidrati provenienti dai cereali sono sostituiti da altre fonti, in genere legumi, tapioca e patate.

Tra gli oltre 800 composti analizzato nello studio apparso su Scientific Reports, i piselli risultano tra i principali ingredienti che possono essere associati alla patologia cardiaca; e poiché sono ampiamente utilizzati nei cibi grain free, l’American Kennel Club ha ribadito l’importanza di leggere attentamente gli ingredienti riportati sulle confezioni di cibo. Il legame tra la DCM e la dieta rimane non del tutto chiaro, anche perché chiama in causa diversi meccanismi biochimici che ne possono essere alla base; ma, intanto, rappresenta un’occasione importante per riflettere sull’importanza di una corretta alimentazione per la salute canina – senza farsi fuorviare da eventuali mode che ne possono compromettere il bilanciamento.

Cardiomiopatia dilatativa e dieta grain free: un legame possibile ma complesso

La cardiomiopatia dilatativa è una patologia per la quale si ipotizza una base genetica: alcune razze sembrano infatti più predisposte di altre a svilupparla (è il caso, per esempio, di boxer, pinscher e alani) e sono state identificate alcune mutazioni associate con la malattia, sebbene non sempre siano presenti nei soggetti malati; inoltre, anche in cani con la stessa mutazione la progressione può essere molto differente. Proprio per questa ragione, si pensa che, al di là dei fattori genetici anche l’ambiente contribuisca all’insorgere della DCM. Il sospetto che uno di questi fattori ambientali possa essere proprio l’alimentazione nasce dal fatto che, nel picco di casi osservati negli Stati Uniti e dai quali sono iniziate le indagini dell’FDA, l’esito è diverso rispetto ai casi classici di cardiomiopatia dilatativa. Se questa, infatti, ha tempi di sopravvivenza ridotti, nei casi statunitensi il cambio di dieta, unito al trattamento veterinario, porta a un miglioramento della funzione cardiaca e aumenta i tempi di sopravvivenza.

«Tuttavia, non è facile capire se e come un’alimentazione grain free possa determinare l’insorgere della DCM, perché possono essere coinvolti diversi meccanismi biochimici», spiega Alice Cardente, veterinaria nutrizionista. «Tra quelli presi maggiormente in considerazione vi è la carenza di taurina, perché nel gatto è nota l’associazione tra taurinemia e cardiomiopatia dilatativa. Nel cane, questo aminoacido non è essenziale e può essere sintetizzato a partire da altri due aminoacidi, la metionina e la cisteina. Tuttavia, la relazione tra bassi livelli di taurina e le diete grain free non è diretta e appare piuttosto complessa: non sappiamo, per esempio, se la grande presenza di fibre in questo tipo di dieta può rendere la taurina indisponibile per l’organismo, forse promuovendo la crescita di batteri del microbiota intestinale che ne aumentano la degradazione, oppure perché stimola la secrezione di acidi biliari che la sequestrano. Ancora, il problema potrebbe invece nascere dalla carenza di altri aminoacidi necessari per la sintesi di taurina o di altre sostanze».

Dalla dieta umana al pet food

Intanto, comunque, i sospetti sull’associazione tra una patologia veterinaria e la dieta portano a riflettere su come l’alimentazione del cane, così come quella del gatto, sia un elemento da gestire nel modo più corretto per garantire loro il benessere. Questo anche evitare di cadere in “mode” che possono essere fuorvianti rispetto a ciò di cui davvero l’animale ha bisogno. Come spiega Cardente, infatti, l’impiego di alimenti grain free è di fatto una scelta mutuata dall’alimentazione umana ma, anche senza considerare il possibile legame con la DCM, non necessariamente di vantaggio per la salute canina: «Partendo dagli alimenti senza glutine, il mercato umano ha influenzato quello veterinario, instillando il dubbio che i cereali possano essere nocivi per i cani. E oggi, infatti, l’alimentazione grain free è piuttosto diffuso: a spanne, potremmo dire che su cinque aziende produttrici di pet food, almeno tre o quattro producono anche linee grain free. Questo vale per il cane, molto meno per il gatto, soprattutto perché i gatti sono molto più esigenti nell’alimentazione ed è difficile che un’azienda si lanci su un prodotto nuovo senza avere un feedback positivo. Eppure esiste un unico studio scientifico, peraltro piuttosto datato perché risale al 1992, nel quale è stata osservata la sensibilità di una specifica razza, i setter irlandesi, al glutine».

«E in questo tipo di dieta ci sono diversi elementi che metterebbero in allerta un nutrizionista, di nuovo anche senza pensare all’eventuale associazione con la cardiomiopatia dilatativa. Per esempio, la digeribilità dei carboidrati impiegati in questi alimenti (legumi, tapioca, patate principalmente) è più bassa rispetto a quella dei cereali. Ancora, i piselli, che sono tra i legumi più impiegati in questo tipo di alimenti, contengono proteine di valore biologico basso, e la concentrazione dei lipidi negli alimenti grain free tende a essere leggermente più alta rispetto a quelli degli alimenti tradizionali. Questo può essere un problema, soprattutto se si considera quanto siano diffusi i problemi di sovrappeso (e disturbi correlati) nei cani di casa», prosegue la veterinaria.

Nostro appagamento o benessere del pet?

D’altronde, sono diversi gli esempi di come la moda o l’appagamento umano possano andare a influenzare la dieta canina, a volte con possibili effetti negativi, a volte senza effetto alcuno. «Mi vengono subito in mente alcuni casi: tra questi, l’impiego di coloranti alimentari nel pet food: poiché il cane ha una visione bicromatica, in realtà i colori del cibo soddisfano solo l’occhio umano, non quello canino!», spiega Cardente. «Oppure, anche se per fortuna questa moda è un po’ in declino, alcune aziende producono snack dolci per cani e gatti, magari al gusto di cioccolata o con tracce di cioccolato. Questo è rischioso per cani e gatti, per i quali il cacao è un alimento molto tossico; per i gatti, in più, appare senza senso, dal momento che la specie ha pochissimi recettori per il dolce e difficilmente apprezzerà un alimento zuccherino». Perfino gli snack classici che usiamo come premio o distrazione per i pet sono in un certo senso qualcosa che serve molto più a noi che a loro. «Sono pur sempre, infatti, alimenti che vanno a incrementare il rischio di sovrappeso, anche perché quasi nessuno si preoccupa infatti del fatto che dando gli snack andrebbe poi diminuito l’introito giornaliero di calorie del cane o gatto, che dal canto loro dello snack potrebbero tranquillamente fare a meno: è qualcosa che serve più al nostro appagamento o per stare tranquilli quando li vediamo irrequieti!», aggiunge la veterinaria.

In generale, negli ultimi anni l’attenzione per la dieta in veterinaria è andata aumentando. E se questo può senz’altro essere un bene per la salute degli animali, perché può evitare patologie come il rachitismo un tempo diffuse e aumentare la speranza di vita, oltre ad aiutare a gestire diverse malattie, è anche vero che paradossalmente l’aumento della scelta può anche creare dei rischi. Per esempio, molti alimenti impiegati nelle diete raw food, anch’esse oggi molto diffuse, presentano liste degli ingredienti incomplete e possono portare a sbilanciamenti nutrizionali importanti. «È per questa ragione che è sempre importante farsi assistere da veterinari esperti in nutrizione per individuare la dieta migliore per il cane o il gatto in base alle loro caratteristiche, come età e stile di vita», conclude Cardente.


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Articolo pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

Photo by Jade Gray on Unsplash

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Anna Romano
Biologa molecolare e comunicatrice della scienza, amo scrivere (ma anche parlare) di tutto ciò che riguarda il mondo della ricerca.
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