sabato, Ottobre 31, 2020

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Tonno al cesio

AMBIENTE - Dopo le alghe allo iodio radioattivo, ora tonni pinna blu (Thunnuns orientalis) al cesio: effetti collaterali dell’incidente di Fukushima nel Marzo 2011. La notizia, apparsa ieri su PNAS, potrebbe non stupirci del tutto, considerato lo sversamento massiccio di acqua radioattiva in mare avvenuta a seguito dell'incidente e tenuto conto che il tonno è un grande predatore che compie lunghe migrazioni attraverso l’Oceano Pacifico. Il tonno pinna blu, infatti, si riproduce lungo la costa giapponese e uno-due anni più tardi i nuovi nati raggiungono la California e la baia del Messico. Proprio per questo cinque mesi dopo Fukushima i ricercatori americani hanno deciso di misurare i livelli di cesio 134 e 137 in quindici tonni di età inferiore a due anni pescati lungo la costa di San Diego. Di quei tonni - quindi - che hanno nuotato nel cesio tutta la loro vita. I livelli identificati, seppure non pericolosi per la salute pubblica, sono risultati 10 volte superiori alla norma. Ciò ha sorpreso gli studiosi che non si aspettavano la persistenza del fallout giapponese in questi animali considerati in grado di metabolizzare e liberarsi delle sostanze radioattive durante la crescita.

Autostrade oceaniche

AMBIENTE - In questi giorni sono apparsi su Nature i risultati di uno dei più consistenti progetti biologici mai finanziati ad oggi, denominato progetto TOPP (Tagging of Pacific Predators), che negli ultimi 10 anni ha coinvolto più di 75 fra biologi, oceanografi, ingegneri e informatici. Un’indagine di portata senza precedenti, assimilabile ad quelle che coinvolgono per lo più la fisica e l’astronomia, che ha permesso di comprendere i tragitti percorsi da 23 specie diverse di predatori marini dell’Oceano Pacifico, visibili anche qui Attraverso l’applicazione di alcune piccole trasmittenti sul dorso degli animali, quest’ultimi stati letteralmente spiati via satellite per conoscerne le migrazioni e gli habitat più frequentati. Dai medesimi ‘tag’ elettronici sono state ottenute anche informazioni riguardanti la temperatura dell’acqua, salinità e la profondità degli spostamenti effettuati.
LA VOCE DEL MASTER

Addio tonni nel mar di Trieste

LA VOCE DEL MASTER - Il Conte Agapito, nella sua Descrizione della città di Trieste pubblicata nel 1824, raccontava: “nelle pesche di Barcola e di Grignano si prendono tonni dei quali vengono fatte annualmente delle salagioni che spediti vengono per gli Stati austriaci, per la Germania ed anche per la Sicilia”. Le tonnare di Trieste oggi sono solo un ricordo, o forse nemmeno quello, visto che di tonni nel golfo friulano non se ne vedono più. Molto si è scritto e detto, anche in questo blog, dello stato preoccupante in cui versano le popolazioni di tonno rosso (Thunnus thynnus). In un articolo pubblicato nel 2009 su Conservation Letters, Brian McKenzie e colleghi denunciavano l’inadeguatezza delle quote ICCAT, l’ente preposto alla definizione delle quote di pesca del tonno per il Mediterraneo e l’Atlantico, per la conservazione della specie, prevedendo che nel 2011 la popolazione adulta di tonni si sarebbe ridotta del 75% rispetto il 2005. Ma se andiamo un po’ più indietro nel tempo, il declino di questa specie ci sembrerà ancora più drammatico.

Una pesca molto INN

AMBIENTE - Colombia, Ecuador, Panama, Portogallo, Venezuela e Italia. Cosa li accomuna? Secondo un rapporto biennale della NOAA (National Oceanic and Atmospheric Admistration) si tratta di Stati la cui pesca è molto, anzi troppo INN. Che non sia un gran complemento lo si comprende dal significato dell’acronimo: INN sta per pesca Illegale, Non dichiarata e Non documentata.

Tonno rosso avremo il tuo scalpo

Che il tonno non navighi in buone acque, l’avevo già detto, così come avevo detto che l’ICCAT (International Commission for the conservation of Atlantic Tuna), cioè l’ente preposto alla definizione delle quote di pesca del tonno per il Mediterraneo e l’Atlantico, non sembrava l’attore più affidabile a cui demandare la conservazione della specie

Identità alla prova

AMBIENTE - Perché quando apriamo la confezione di un cellulare ci aspettiamo di trovare esattamente l’oggetto raffigurato sulla scatola e non pretendiamo lo stesso con il cibo che mangiamo? Potrebbe essere questo il motivo che ha spinto Greenpeace ad aprire le scatolette di tonno per analizzarne il contenuto. A un anno dalla campagna Rompiscatole, in cui l’associazione ambientalista aveva controllato tutti i passaggi della filiera ittica e le scelte in tema di sostenibilità dei principali produttori di tonno, questa volta l’esame del DNA ha permesso di capire cosa mangiamo quando apriamo una scatoletta di tonno.

Sushi al mercurio

Estimatori del sushi siete avvisati: cambiare il proprio piatto preferito, oltre a salvaguardare l’ambiente, vi risparmierà un sacco di grane...

Tonno rosso take(n) away

IL CORRIERE DELLA SERRA - Prima di tutto c’era il fatto: secondo misurazioni accurate, lo stock riproduttivo (gli animali in...
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