Ribosomi danneggiati nelle api malate

Crediti: Automania/MikeSecondo una ricerca dell’Università dell’Illinois, la moria delle api è causata da un cocktail di molti virus

Sono state avanzate molte ipotesi sulle cause dell’epidemia, battezzata colony collapse disorder (CCD) dagli esperti, che sta decimando le popolazioni di api d’allevamento in gran parte del mondo occidentale. Secondo lo studio più recente condotto da May Berenbaum, entomologa dell’Università dell’Illinois, questi insetti così importanti per l’impollinazione di diverse specie vegetali, molte delle quali vitali per l’agricoltura umana, sarebbero colpiti non da un singolo virus ma da un insieme di patogeni che danneggiano la capacità delle cellule di produrre proteine per la difesa immunitaria.

Le cellule raccolte dalla scienziata, provenienti da api di colonie colpite dalla CCD ,erano zeppe di pezzetti di RNA ribosomiale. Secondo  Berenbaum questo potrebbe indicare che le cellule facevano difficoltà a tradurre il materiale genetico in proteine funzionanti.

Lo studio ha analizzato migliaia di campioni provenienti da colonie sia sane che colpite dalla CCD, provenienti da tutto il territorio degli Stati Uniti, da est a ovest. I frammenti di RNA osservati sono il risultato di un malfunzionamento dei ribosomi. Infezioni multiple causate da una famiglia di virus simili al picornavirus, che sono stati osservati nelle api colpite da CCD, possono causare questa condizione. Le api con i ribosomi danneggiati farebbero difficoltà a sintetizzare le proteine che le proteggono da altre infezioni virali o batteriche o che le aiutano a far fronte a carenze alimentari.

La ricerca di Berenbaum, pubblicata sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences, non risolve il grave problema che affligge gli apicultori in tutto il mondo, ma almeno permette di escludere altre cause che sono state avanzate in precedenza. Per esempio l’ipotesi che gli insetti siano indeboliti dai pesticidi usati normalmente in agricoltura non è compatibile con le osservazioni della scienziata. Molto lavoro resta però da fare per riuscire a capire cosa esattamente provoca la moria e per trovare un rimedio efficace.

Federica Sgorbissa
Federica Sgorbissa è laureata in Psicologia con un dottorato in percezione visiva ottenuto all'Università di Trieste. Dopo l'università, ha ottenuto il Master in comunicazione della scienza della SISSA di Trieste. Da qui varie esperienze lavorative, fra le quali addetta all'ufficio comunicazione del science centre Immaginario Scientifico di Trieste e oggi nell'area comunicazione di SISSA Medialab. Come giornalista free lance collabora con alcune testate come Le Scienze e Mente & Cervello.

1 Commento

  1. Tante sono in effetti le possibili cause dell’evidente crisi di api e apicoltura nel mondo: cambio climatico, impressionante perdita di quantità delle terre coltivate e della loro fertilità, impoverimento crescente della varietà botanica ecc…ma c’è una constatazione banale, semplice, evitata accuratamente da “ricercatori” privi dell’indispensabile indipendenza materiale e intellettuale. I principali paesi che denunciano nel nuovo millennio fenomeni di crescente difficoltà di sopravvivenza e produttività delle api sono nell’ordine: U.S.A., Canada, Francia, Spagna, Italia,Inghilterra, Germania, Giappone e Argentina. Una specie di G8 dell'”agricoltura” basata su crescenti imput energetici e chimici.
    Questa constatazione “spiega” l’accanimento per battezzare come patologica la crisi delle api, per trovare questo o quel patogeno causale da parte di gran parte della ricerca scientifica nordamericana ed europea. L’individuazioni di “colpevolezza” di questo o quel agente si susseguono per essere puntualmente smentite dalla loro natura condizionata. Nel contempo limitatissime risorse e attività sono concentrate sull’accertamento della molteplice polluzione chimica, prevalentemente d’origine agroindustriale, che arriva e reidua nel corpo di questo animale. Se vengono effettuate indagini e analisi su api, nettare e miele non vengono resi noti tipologia e quantità dei contaminanti individuati. Non vengono effettuati, se non episodicamente, studi suggli effetti comportamentali e cronici che tale polluzzione determina nel complesso ciclo biologico degli alveari. Insomma come nel caso dello studio citato la preoccupazione principale sembra una sola: non indagare e assolvere preventivamente la possibile implicazione che potrebbe mettere in discussione una delle principali fonti di finanziamento della “ricerca” stessa. Non a caso l’agricoltura è l’unico settore energetico dovil 75% della fornitura di mezzi tecnici, di soluzioni produttive, di ricerca è nelle mani di un “cartello” costituito da 5 multinazionali. Che anche nell’attuale crise economica mondiale vedono il loro monopolistico businnes andare a gonfie vele mentre….natura api e cittadini ne pagano le conseguenze.

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