LA VOCE DEL MASTER

Appalti verdi

LA VOCE DEL MASTER – C’è un aspetto della green economy di cui non si sente parlare spesso. Si tratta del ruolo che possono svolgere gli enti pubblici nel gioco della domanda e dell’offerta di prodotti ecosostenibili. La pubblica amministrazione è uno dei più grandi consumatori presenti sul mercato: dalle forniture per ufficio, all’energia, alla costruzione di scuole, strade, ospedali, ai servizi di trasporto e di pulizie. Un mercato che secondo le stime della Commissione Europea vale mediamente il 16% del PIL. Abbastanza per fare la differenza. Una possibilità – se non decisiva quanto meno rilevante – di ridurre gli impatti sull’ambiente e di fare leva sul sistema produttivo affinché si orienti verso prodotti e servizi ecosostenibili.

Per gli addetti ai lavori questo si chiama Green Public Procurement (GPP). Una strategia che la Commissione Europea promuove già dalla metà degli anni Novanta e che, almeno in alcuni paesi europei, sta cominciando a produrre risultati visibili. È strumento di politica ambientale volontario che cerca di favorire lo sviluppo di un mercato di prodotti e servizi a ridotto impatto ambientale attraverso la leva della domanda pubblica.

Paolo Fabbri, presidente di Punto 3, la società che ha ideato il portale acquistiverdi, racconta: “in Italia tra le prime esperienze di GPP c’è quella del Comune di Ferrara, che nel 1996 iniziò con le mense biologiche. Una spinta forte è venuta poi dalla Provincia di Cremona, che è diventata il traino per le amministrazioni italiane che si vogliono impegnare in percorsi di questo tipo”.

Un passaggio importante è stata la normativa comunitaria sugli appalti pubblici, che in Italia è stata recepita nel 2006. “Questa legge” spiega Fabbri “riconosce l’importanza negli appalti pubblici di subordinare il principio di economicità a criteri ispirati alla tutela dell’ambiente e della salute”.

La legge c’è, le esperienze anche. E i risultati? La Comunità Europea ha provato a indagare le pratiche di acquisto degli enti pubblici in sette paesi, i Green-7: Austria, Danimarca, Finlandia, Germania, Olanda, Svezia e Gran Bretagna.  Lo studio ha preso in considerazione le dieci categorie di prodotti più acquistate dagli enti pubblici, tra cui i servizi di trasporto e di pulizie, l’elettricità, la carta, le forniture per ufficio. Nei Green-7, circa la metà degli acquisti pubblici tiene conto di criteri ambientali, con una riduzione delle emissioni di CO2 del 25% per le dieci categorie di prodotto considerate. E infine, anche se si è portati a pensare il contrario, acquistare verde non significa spendere di più. Se si prende in considerazione l’intero ciclo di vita dei prodotti, il GPP comporta un risparmio per gli enti pubblici: si spende di più nell’immediato ma questa spesa viene più che compensata da una riduzione dei costi di gestione complessivi.

Più difficile invece è capire cosa sta succedendo in Italia. Spiega Paolo Fabbri: “non conosciamo il numero di enti che usano criteri ambientali per gli acquisti, perché fino alla entrata in vigore del Piano d’azione nazionale sul GPP, nel 2008, non esisteva un riferimento generale e unico su come fare Green Public Procurement.”

La scelta è stata quindi lasciata al buon senso degli amministratori, che però non sempre hanno la volontà o le competenze necessarie a gestire gli appalti con criteri ambientali. “Affinchè il GPP sia una procedura realmente internalizzata nelle politiche d’acquisto pubbliche” precisa Fabbri “è fondamentale che il personale di riferimento conosca l’argomento. Per questo abbiamo promosso un progetto di formazione per il personale degli enti pubblici. I corsi sono gratuiti grazie ai finanziamenti di alcune realtà imprenditoriali interessate allo sviluppo di questo mercato”.

C’è quindi la possibilità di creare un circolo virtuoso tra pubblica amministrazione, protezione dell’ambiente e mercato. “Il GPP” conclude Paolo Fabbri “può stimolare le imprese italiane a una riconversione ecologica che le renda più competitive sul mercato. E per l’ente pubblico possono esserci ritorni di immagine e di efficienza economica. Purché si passi da una visione del GPP come ‘buona pratica’ a una consapevolezza reale e diffusa sugli effetti ambientali dei consumi”.

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