COSTUME E SOCIETÀ

Né di Venere né di Marte

(Disclaimer: è più forte di me, fin dall’università il concetto di test e misure dei tratti di personalità mi fa venire l’orticaria. È chiaramente un mio limite, non riesco a credere che sia possibile misurare con precisione millimetrica una cosa così sfuggente, complessa e indefinita come la personalità. Ma, dato che è più di un secolo che esiste un florido filone di studi in materia, prometto di scrivere questo articolo assumendo che i risultati delle ricerche presentate, tutte rigorosamente peer-reviewed, siano accertati. Mi sembrava comunque importante palesare il mio scetticismo)

COSTUME E SOCIETÀ – Leggo oggi che una nuova ricerca (pubblicata su Plos One, guidata da un ricercatore dell’Università di Torino, Marco Del Giudice, che ha lavorato con colleghi dell’Università di Manchester, trovate la notizia anche su La Repubblica), dimostra che per quanto riguarda una selezione di 15 tratti di personalità uomini e donne sono diversi. Lo studio si contrappone a un’altra influente ricerca del 2005, firmata da Janet Shibley Hyde, secondo cui invece le differenze di personalità fra i sessi sono minime.

Come mai conclusioni cosi diametralmente opposte sullo stesso argomento? La parte scettica di me risponderebbe che forse sono gli inconvenienti di una scienza che studia un argomento sfumato e non definibile in maniera univoca, ma c’è un’altra spiegazione più pertinente e legata alle due diverse metodologie adottate. In pratica, semplificando molto, lo studio originale di Hyde ha guardato e confrontato i dettagli, mentre quello di Del Giudice si è allargato alla globalità (per la precisione Del Giudice e colleghi hanno adottato un’analisi multivariata, mentre Hyde ha analizzato i singoli tratti facendone poi una sorta di media).

Commentando lo studio nel community blog di PLoS One, Richard Lippa, ha scritto che se si applicassero le due metodologie sulla forma fisica dell’organismo umano guardando ogni singolo dettaglio e misurando le differenze uomo/donna troveremo piccoli scarti (metodologia di Hyde), ma se ci allargassimo alla figura nel complesso la differenza sarebbe sostanziale (metodologia di Del Giudice).

Le grosse differenze trovate da Del Giudice e colleghi non sono peraltro una novità: gli uomini sono risultati dominanti, sicuri di se, orientati “all’oggetto”; le donne relazionali, calde, meno sicure. Ce lo dicono da decenni che è così.

Non fraintendetemi, io ritengo sia assolutamente possibile che esistano differenze sostanziali fra uomo e donna. Tanto per iniziare basta guardarci: le femmine hanno seni pronunciati, fianchi più larghi rispetto al punto vita, ecc… e  tutto questo riflette una specializzazione funzionale biologica: le femmine partoriscono, i maschi no, le femmine “contengono” lo svilupppo iniziale dei figli, i maschi no. Ci sta che le pressioni selettive non abbiano agito solo sui tratti meramente fisici ma anche su altri di natura psicologica. Non c’è nulla di cui scandalizzarsi.

Ma cogliamo il suggerimento di Del Giudice e colleghi e distacchiamoci per un attimo dal dettaglio per guardare alla questione da un ottica un po’ più globale. Qual è lo scopo di studi come questi? Gli autori lo dichiarano apertamente, serve definire con maggiore precisione se, quali e quante siano le differenze di personalità fra uomo e donna, per capire appunto se esistano pressioni selettive che hanno portato alla differenziazione fra i due sessi nel corso dell’evoluzione.

Alla questione delle pressioni selettive gli autori infatti dedicano un intero paragrafo del paper. Qualche riga più sotto però aggiungono “naturalmente, l’esistenza di ampie differenze sessuali non costituirebbe, di per se, la prova che la selezione sessuale ha avuto un ruolo diretto nel dar forma alla personalità umana.” Per esempio, aggiungono, sono state avanzate teorie alternative in cui la selezione è responsabile delle differenze fisiche ma non quelle psicologiche, che sarebbero invece da ricercare in fattori sociali legati ai modelli sul ruolo dei sessi.

Sia il lavoro di Del Giudice che quello di Hyde non dicono nulla su questo aspetto, ne è loro compito farlo (dati gli scopi dichiarati dei rispettivi studi). Si limitano a fare una misura con metodologie diverse, trovando risultati molto lontani.

Allargando ancora di più la prospettiva diventa però interessante fare una considerazione. Gli studi che misurano le differenza uomo/donna servono per capire se queste differenze ci sono e se in ultima analisi abbiano una base fisiologica (genetica) o culturale. Tutto questo, allontanandoci ancora di più dal dettaglio delle ricerche stesse, per comprendere poi le politiche da adottare.

Mi spiego meglio facendo degli esempi. Uno dei grandi nodi da sciogliere nelle nostre società moderne è per esempio la questione di genere sulle carriere professionali e ancora a monte su quelle scolastiche e formative in genere. Esiste tuttora grande disparità, per esempio sono di meno (parlando in maniera totalmente grossolana) le donne che scelgono carriere scientifiche hard rispetto agli uomini. Come dire, alle donne non piace la matematica. Forse perché non sono portate? Chissà. Uno studio di non molto tempo fa (attenzione non confrontatelo direttamente con i lavori di Del Giudice e Hyde, che si riferiscono alla personalità mentre questo valutava le capacità cognitive) ha per esempio dimostrato che sostanzialmente non ci sono differenze fra le prestazioni in matematica fra maschi e femmine, ma invece varia molto la percezione (egoriferita) su queste prestazioni (e suggerisce che esistano differenze culturali su questo fronte). Anche un altro studio ha dimostrato che se si modifica l’aspetto motivazionale mentre gli studenti svolgono un problema di fisica la differenza si annulla. Insomma La questione è molto delicata e va valutata in un quadro ampio che tenga conto dei fattori culturali.

È importante comprendere l’entità delle differenze di genere e se lo facciamo allo scopo di comprendere se le pressioni selettive abbiano creato una base genetica per queste differenze (come si evince della studio di Del Giudice), e quindi in ultima analisi per capire se se sia lecita una specializzazione “funzionale” fra i due sessi (le donne dovrebbero dedicarsi all’insegnamento e gli uomini a fare gli ingegneri?) sarebbe interessante che entrambi i paradigmi metodologici proposti da Hyde e Del Giudice venissero testati per esempio su popolazioni di cultura diversa, per vedere se l’entità delle differenze sia variabile. Che ne dite?

Immagine: forcefeed:swede (CC)

Federica Sgorbissa
Federica Sgorbissa è laureata in Psicologia con un dottorato in percezione visiva ottenuto all'Università di Trieste. Dopo l'università, ha ottenuto il Master in comunicazione della scienza della SISSA di Trieste. Da qui varie esperienze lavorative, fra le quali addetta all'ufficio comunicazione del science centre Immaginario Scientifico di Trieste e oggi nell'area comunicazione di SISSA Medialab. Come giornalista free lance collabora con alcune testate come Le Scienze e Mente & Cervello.

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