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Lesula, la nuova scimmietta congolese

CRONACA – Due grandi occhi luminosi, un po’ ravvicinati e dall’espressione pensosa, un lungo naso color crema, un musetto glabro circondato da una soffusa massa di peli dorati che proseguono sul dorso. È il ritratto in breve di lesula –  nome scientifico Cercopithecus lomamiensis – una nuova specie di cercopiteco identificata per la prima volta nella Repubblica democratica del Congo nel 2007 e ora descritta in dettaglio su PLoS One dall’équipe di John e Teresa Hart del museo Peabody di storia naturale dell’Università di Yale e della Lukuru Wildlife Research Foundation.

Una nuova specie, dunque, la terza scoperta in Africa a partire dal 1984, di casa nel bacino del fiume Lomami, in un areale che occupa circa 17.000 km quadrati. Il primate è timido e piccino – lungo tra 40 e 65 cm (coda esclusa), con i maschi che possono arrivare fino a 7 kg di peso – vive in piccoli gruppi e si nutre di frutti, foglie e germogli. È stato osservato per la prima volta nel corso di una spedizione sul campo, tenuto in cattività dal preside della scuola elementare del villaggio di Opala: negli anni successivi, i ricercatori hanno avuto modo di osservarne numerosi altri esemplari, sia in cattività sia liberi.

In effetti, la specie è nuova alla scienza, ma non ai locali, che la conoscono da tempo e da tempo la cacciano per cibarsene. Per gli studiosi, la prima sfida è stata capire se si trattasse davvero di qualcosa di nuovo o non fosse invece una semplice variante di una specie molto simile, Cercopithecus hamlyni. Per sciogliere il dubbio, Hart e colleghi hanno condotto un confronto tra dati genetici dei due cercopitechi, arrivando alla conclusione che in effetti si tratta di specie strettamente imparentate, ma differenti.

“Come spiegano gli autori nell’articolo, le due specie si sono generate con un meccanismo di tipo allopatrico, cioè dovuto alla presenza di barriere geografiche che interrompono lo scambio genetico tra popolazioni, facendole evolvere in specie differenti” spiega la primatologa Elisabetta Palagi del museo di storia naturale del territorio dell’Università di Pisa. “In questo caso, la barriera è rappresentata dal territorio tra i fiumi Lomami e Congo,  inospitale per queste specie”.

Scoperta la specie, i ricercatori ne hanno subito descritto anche la vulnerabilità: poiché vive in una zona piuttosto ristretta, una pressione eccessiva da parte della caccia potrebbe portarla rapidamente alla minaccia di scomparsa. Per questo, pensano, tutta la regione, per altro ricca di varie specie di primati alcune delle quali endemiche, cioè presenti solo lì, andrebbe protetta.

Resta la meraviglia di potersi trovare ancora oggi di fronte alla scoperta (per quanto rara) di nuovi mammiferi. “Del resto quando si ha a che fare con specie che occupano zone difficilmente accessibili è fisicamente difficile trovarle” precisa Palagi. “Questo non vuol dire che i locali non le conoscano, ma che dal punto di vista scientifico devono comunque essere studiate sotto molteplici aspetti”. Oltre al bacino del Lomami, di aree così ce ne sono ancora diverse nel mondo, specie quelle coperte da foreste pluviali a elevato tasso di biodiversità: centro Africa, buona parte del Sud-Est Asiatico e America meridionale.

Immagine: John Hart

Valentina Murelli
Giornalista scientifica, science writer, editor freelance

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