martedì, Dicembre 18, 2018
AMBIENTE

L’oceano acido che scioglie le conchiglie

Crediti immagine: Tillwe

AMBIENTE – L’acidificazione degli oceani sta già mietendo le prime vittime. Un team di ricerca internazionale, guidato da Nina Bednaršek, ha scoperto che le conchiglie degli pteropodi, piccoli molluschi marini, si stanno sciogliendo per via delle concentrazioni troppo elevate di CO2 nell’acqua di mare, per cause soprattutto legate all’attività umana.

Lo studio, pubblicato su Nature Geoscience, mostra per la prima volta in concreto gli effetti dell’acidificazione dei mari sugli organismi marini. Alcuni esperimenti di laboratorio avevano già rivelato i potenziali rischi in cui possono incorrere molte specie, ma fino a oggi non erano emerse prove di un impatto diretto sugli organismi in natura.

Durante una crociera scientifica, nel 2008, il team anglo-statunitense ha però osservato danni dovuti alla dissoluzione dei gusci di numerosi esemplari di Limacina helicine antarctica, una specie di mollusco di un centimetro di lunghezza che abita le acque dell’Oceano Antartico, dove rappresenta un’importante fonte di cibo per pesci e uccelli e svolge un ruolo cruciale nel ciclo del carbonio.

La zona esaminata costituiva un’area di upwelling, una zona di risalita di acque profonde ricche di sostanze nutritive. Le acque di risalita avevano un’acidità maggiore delle acque circostanti, tale da sciogliere l’aragonite, il minerale costituito da carbonato di calcio che forma le conchiglie dei molluschi. Come spiega la principale autrice, Nina  Bednaršek, della National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA), “l’acqua del mare diventa più corrosiva per i gusci di aragonite al di sotto di una certa profondità, chiamata saturation horizon, che di norma è localizzata a circa 1.000 metri di profondità. Tuttavia, in uno dei nostri siti di campionamento, abbiamo scoperto che questo punto è stato raggiunto ad una profondità di 200 metri, attraverso una combinazione di upwelling naturale ed acidificazione degli oceani.  Gli pteropodi vivono in questo strato superiore dell’oceano. Le proprietà corrosive dell’acqua hanno causato un forte scioglimento dei gusci degli animali vivi e questo dimostra quanto gli pteropodi siano vulnerabili all’acidificazione dell’oceano”.

Evidenze come queste destano una certa preoccupazione per salute dell’ecosistema marino nel prossimo futuro. Come sottolinea Geraint Tarling del BAS (British Antactic Survey), coautore dello studio, “casi in cui gli upwelling porteranno il livello del saturation horizon  a 200 m diventeranno sempre più frequenti, a causa di un’intensificazione dell’acidificazione degli oceani negli anni a venire”.

Previsioni ancora più drastiche sono quelle delineate da un’altra autrice,  Dorothee Bakker dell’Uea, University of East Anglia, che afferma che “il saturation horizon per l’aragonite raggiungerà gli strati superficiali dell’oceano australe entro il 2050 nella sola stagione invernale e nel 2100 durante tutto l’anno”.

Allargare il campo d’indagine ad altre creature marine potrà farci avere un quadro più preciso sul pericolo corso dai nostri mari. E’ questo l’obiettivo che si prefiggono gli autori dello studio in futuro. Conclude Tarling: “ora stiamo avviando un programma molto più completo, interamente focalizzato sugli effetti dell’acidificazione degli oceani, non solo sugli  pteropodi ma su una più ampia gamma di organismi”.

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