CRONACAULISSE

Così è … se ci pare

GHS-pictogram-skull.svgCRONACA – Costanza Quartiglio titola “Con il fiato sospeso” il suo contributo cinematografico al ricordo di una delle tante sconvolgenti e assurde tragedie italiane: il dramma del laboratorio killer dell’Università di Catania. “Non voglio puntare il dito contro l’Università di Catania” dice la regista “ma porre la vera questione: l’Italia non è un paese attrezzato per gestire il progresso”. Ma peggio ancora, lo scandalo di cui si occupa Costanza Quartiglio è uno dei tanti sconfortanti esempi che fanno pensare che l’Italia non solo sia inadatta alla gestione del progresso, ma non sia un paese in grado di prendersi sul serio.

Il 5 dicembre 2003 Emanuele Patanè muore senza aver compiuto trent’anni, arrabbiato, spaventato e frustrato. Non la prima, e purtroppo non l’ultima vittima, dell’incuria, del pressapochismo e dell’illegalità che tristemente caratterizzano molti degli ambienti di lavoro del nostro paese, Università compresa. Nel 2003 aveva terminato il suo dottorato in chimica, iniziato nel 1999. Tre anni dedicati ad una passione che, consapevolmente, l’avrebbe portato alla morte. Emanuele sapeva bene in che condizioni stava lavorando, a cosa andava incontro immergendosi per otto, nove ore al giorno in quel laboratorio, ne parlava con i colleghi e con loro faceva la drammatica conta dei morti, ma non si poteva fare nulla e come l’avvocato gli aveva detto: impossibile mettersi contro i baroni. Ogni giorno, ad ogni respiro in più aumentava consapevolezza del dramma, e a luglio 2002 la diagnosi: tumore al polmone. Prima di lui colleghi, ricercatori, professori: Agata Annino, ricercatrice, stroncata da un tumore all’encefalo, Maria Concetta Sarvà, caduta improvvisamente in coma e deceduta pochi giorni dopo, Giovanni Gennaro, tecnico di laboratorio, tumore all’encefalo e ancora, una giovane ricercatrice, incinta al sesto mese, perde il bambino per mancanza di ossigenazione. Tutti casi non ascrivibili ad una “fatale coincidenza” come scrive Emanuele nel suo memoriale, prima denuncia di un’emergenza che da anni era conosciuta e consapevolmente trascurata.

Nel memoriale, scritto dopo la diagnosi la cui ultima modifica risale al 27 ottobre 2003, Emanuele annota tutto di quei 120 metri quadrati di inferno. Un laboratorio con tre finestre sigillate, cappe non funzionanti, reagenti lasciati all’aria aperta, frigoriferi fuori norma, non ventilati, arrugginiti. Materiali radioattivi, reagenti, solventi abbandonati in cisterne di plastica all’interno del laboratorio stesso. Sistema di aerazione malfunzionante. Esalazioni velenose di benzene, toulene, cloroformio, metanolo e numerose altre sostanze che a fine giornata provocavano “mal di testa, astenia e uno strano sapore al palato che faceva pensare ad un’intossicazione”. Nessun sistema di smaltimento per rifiuti e reagenti e un odore nauseante, insopportabile che denunciava lo stato venefico dell’ambiente.

In queste condizioni lavoravano Emanuele e i suoi colleghi e i molti altri che dagli anni ottanta al 2008 si sono avvicendati in quel laboratorio, fino al sequestro di aprile prima e quindi dell’8 novembre 2008 ad opera della magistratura, per verificare lo stato di eventuale inquinamento della falda sottostante l’edificio e l’esistenza di discarica non autorizzata. Per decenni lo stato del laboratorio di farmacia di Catania, una  bomba ecologica dove le concentrazioni di inquinanti erano da 10 a 100 volte superiori a quelle di una zona industriale, e le sue vittime, sono passati sotto silenzio, ma già nel 2000 erano cominciate le denunce e l’amministrazione universitaria veniva messa al corrente di “odori tossici”, rispondendo con il silenzio, spiega Daniele Leonardi, rappresentante dei lavoratori per la sicurezza (CGIL), in un’assemblea d’emergenza tenutasi all’Università di Catania il 17 dicembre 2008. Santi Terranova, il legale di Emanuele, nella stessa assemblea ricorda come già negli anni ’80 venissero riportati casi di leucemia legati necessariemente alle condizioni del laboratorio. Ma nessun provvedimento, se non la pianificazione di un nuovo edificio che avrebbe dovuto risolvere il problema e sciacquare le coscienze. Una torre biologica per cui erano stati stanziati 50 miliardi, prosegue Leonardi, affidata in un primo momento ad una ditta estera e quindi a tecnici interni, lui compreso. Leonardi non si intendeva molto di laboratori e le necessità peculiari alla messa in sicurezza di questi ambienti. Ma alla sua richiesta di interfacciarsi con studenti e professori si vede revocato l’incarico. Fra il 2004 e il 2005 si susseguono alcune morti sospette, aumentano le denunce così come i malfunzionamenti. Il progetto si blocca e nell’aprile 2008 la magistratura mette sotto sequestro l’edificio.

L’evento dà coraggio a chi fino ad allora era rimasto in silenzio, come il padre di Emanulele Patanè che consegna al legale Santi Terranova il memoriale del figlio, seguito ben presto dalle deposizioni dei parenti delle altre vittime. E allora le voci, prima borbottanti si fanno più forti chiedendo riconoscimento, giustizia e prevenzione. E mentre i geologi procedono al carotaggio per la verifica dell’ inquinamento di falda, la magistratura apre una seconda inchiesta parallela sulle morti sospette.

La sentenza di primo grado dovrebbe arrivare a dicembre. E mentre ancora una volta a più voci, cinematografiche, mediatiche, legali, si chiede giustizia per l’ennesima strage da incuria, fa riflettere il silenzio che ha impedito alle parti offese di farsi sentire prima che fossero più di 15 sacrificati a dare coraggio. La paura ha bloccato la voce. Paura di non poter continuare la propria carriera, paura di vedersi invisi ai “baroni”, paura di non avere un’altra occasione, e di dover pagare con la vita la propria carriera. Ma non è solo il caso di Catania, è la storia di tanti altri ricercatori, di molti altri lavoratori, che pur di non perdere l’occasione chiudono i propri diritti in un cassetto, finché la rassegnazione al “normale” funzionamento anestetizza l’indignazione, ne smussa la lama e cementa la strada con troppi precedenti. Il fatto è che non dovrebbe esserci una sola occasione, e il ricatto sociale “ a queste condizioni o nulla” non dovrebbe avere il potere di obbligare alla rinuncia alle proprie necessità, alla propria sicurezza, alla propria vita. Il caso Catania e il film di Costanza Quartiglio sono un’altra forte occasione per pensarci addosso.

Crediti immagine: Torsten Henning, Wikimedia Commons

6 Commenti

  1. Che enorme tristezza. È come se, in quel laboratorio fosse stata uccisa, assieme alle persone, la decenza morale. Già è triste sentir parlare di morti legate al lavoro, l’attività che più qualifica (dopo i rapporti sociali ed affettivi) il nostro agire nel mondo.
    Fa pensare ai secoli passati dove imprudenza e spregio del valore della vita di alcuni individui e classi sociali hanno portato a stragi incalcolabili. Ed oggi è particolarmente doloroso che la scia di ciò che è già accaduto, non si sia del tutto esaurita, sconfitta dalle conquiste della modernità. Ma ciò che disturba ancor più è che l’ingiusto, inaccettabile sacrificio di quelle persone sia avvenuto nell’ambito della speranzosa costruzione del proprio futuro professionale e nell’ambito della ricerca scientifica, la quale, al di là della ipocrisia di molti proclami istituzionali, è uno degli strumenti legati al miglioramento delle condizioni del vivere quotidiano ed alla speranza di un futuro migliore e “resiliente”. Cari saluti.

  2. E’ molto doloroso dire quello che penso, ma non condivido quel comportamento delle persone coinvolte che viene rappresentato nell’articolo: il coraggio uno se lo deve dare, almeno davanti a cose di questa gravità! Ricordate don Abbondio?
    Dove erano tutti quelli che adesso si fanno sentire? Non esiste società civile se vediamo passare sotto i nostri occhi ingiustizia, violenza, prevaricazione e non riusciamo ad unirci e a difenderci…
    Non verrà nessuno a lottare per noi…

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