mercoledì, Dicembre 19, 2018
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Una rete da pesca per detriti e rifiuti spaziali

article-2040827-0E0B2B6000000578-366_964x878RICERCA – George Clooney e Sandra Bullock, con il film Gravity della scorsa estate, hanno reso famoso un problema che per i dispositivi spaziali è destinato a diventare sempre più serio. Così come raccontato al cinema, shuttle e satelliti in orbita rischiano in continuazione di essere colpiti dalle migliaia di detriti e frammenti che riempiono lo Spazio appena al di fuori dell’atmosfera terrestre.

Le tonnellate di rottami che derivano da satelliti in disuso e da resti di razzi che rimangono in orbita lassù, ad altissima velocità, minacciano gli strumenti spaziali sperimentali, i sistemi di telecomunicazione e anche l’incolumità degli astronauti in missione sulla Stazione Spaziale Internazionale (ne abbiamo parlato anche qui). Basta solo un frammento grande quanto una pallina da golf per mettere fuori uso un satellite che costa milioni di dollari. Ma una soluzione potrebbe arrivare, dopo una ricerca lunga cinque anni, dall’Agenzia di Esplorazione Aerospaziale Giapponese (Jaxa), che oggi lancerà nello spazio un satellite dotato di una rete elettromagnetica in grado di catturare i rifiuti spaziali.

Ma come funziona questo ingegnoso sistema? Si tratta di un intreccio di fili di alluminio e acciaio inossidabile che, quando è al di fuori dell’atmosfera terrestre, si dispiega completamente e diventa lungo circa 300 metri. I detriti che fluttuano nello Spazio dovrebbero essere attratti dal campo magnetico generato dal moto della rete, e si dovrebbero quindi attaccare alle estremità dei cavi resistenti e flessibili che la compongono, rimanendo imbrigliati. A questo punto, il movimento dell’enorme rete all’interno del campo magnetico terrestre dovrebbe provocare – per induzione elettromagnetica – un rallentamento dei detriti, facendoli scendere su orbite via via più basse. I rottami spaziali si abbasserebbero quindi fino a entrare nell’atmosfera terrestre, dove verrebbero inceneriti ben prima di avvicinarsi alla superficie del nostro pianeta, insieme alla rete che li ha catturati. Dal lancio della rete alla sua distruzione dovrebbe trascorrere circa un anno.

Questo strumento di ripulitura spaziale è stato ispirato dal mondo ittico, tanto che il progetto è stato realizzato in collaborazione con un’azienda che produce reti per catturare pesci. D’altra parte, le uniche differenze rispetto alla tradizionale pesca con la rete sono la folle velocità dei detriti, che viaggiano a oltre 10mila chilometri orari, e la loro altezza variabile, che sappiamo essere compresa tra 800 e 1400 chilometri rispetto alla superficie terrestre.

Un secondo test verrà effettuato poi nel 2015 e, secondo i piani della Jaxa, per il 2019 dovrebbe essere messa a punto una rete completamente funzionante. Nel frattempo, anche le altre agenzie spaziali stanno lavorando su sistemi alternativi che puntano nella stessa direzione. La NASA, con un progetto che è parte del programma LANSAT, vorrebbe creare un sistema per tracciare i detriti e fare in modo che i satelliti siano in grado di evitarli, mentre l’Agenzia Spaziale Europea (ESA) sta sviluppando il Gossamer Sail System che, tramite l’attrito generato da delle vele grandi appena qualche decina di centimetri installate sui dispositivi spaziali, sarebbe in grado di far uscire dall’orbita e precipitare i satelliti dismessi.

Crediti immagine: Wikimedia Commons

Gianluca Dotti
Giornalista scientifico freelance. Sui social sono @undotti

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