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Un oceano al posto del Sahara (non ci sarà, ma poteva esserci)

519px-Falklands-Gondwana.svgRICERCA – Se le cose fossero andate diversamente, lì dove oggi c’è il deserto arido più esteso del mondo, il Sahara, avrebbe potuto esserci un oceano. Lo sostiene una recente ricerca geologica dell’Università di Sydney, Australia, e del Centro tedesco di ricerche geoscientifiche di Potsdam.

Coi se e coi ma non si fa la storia, dice la saggezza popolare. E neanche la geologia. Ma ciò non significa che chiedersi ‘come sarebbe andata a finire se…’, non sia utile. Ed è proprio quanto fa lo studio australo-tedesco, che ipotizza che, se le placche terrestri si fossero scisse lungo un’altra direzione rispetto a quella che si è poi verificata, lo spaccamento del subcontinente Gondwana, 130 milioni di anni fa, avrebbe potuto generare un’Africa e un Sudamerica completamente differenti da come le conosciamo oggi. Con l’Africa occidentale attaccata al Brasile, e un oceano al posto della zona sahariana occidentale, oggi divisa tra Algeria, Niger, Mali e Mauritania. Simulando al computer complessi fenomeni di tettonica a zolle, e usando programmi di modellizzazione numerica tridimensionale, i ricercatori hanno ottenuto un modello rappresentante la possibilità ‘perdente’, quella che storicamente non si è verificata.

Lo studio, pubblicato sul numero di marzo della rivista Geology, sottolinea l’importanza, per prevedere secondo quale direzione avverrà una frattura tettonica, dell’orientamento della frattura rispetto a quello dell’estensione predominante della placca. Se, per esempio, la placca è più estesa in direzione est-ovest, è più probabile una spaccatura in direzione sud-nord. Sarebbe questo il fattore chiave nel determinare la creazione, nell’interno di un continente, di un bacino oceanico o, invece, di un cosiddetto bacino di rift abortito. I rift sono regioni in cui la crosta terrestre si trova in condizioni tettoniche tali da fratturarsi sotto l’azione di forze originate nel mantello terrestre sottostante. Nei rift abortiti, la formazione di una spaccatura continentale viene innescata, senza però riuscire a compiersi.

Per centinaia di milioni di anni, i continenti antartico, sudamericano, africano, australiano e indiano sono stati uniti nel supercontinente Gondwana. Se le cause della frammentazione del Gondwana sono ancora dibattute, è chiaro che il questo si fratturò inizialmente lungo la costa orientale africana, formando una parte occidentale e una orientale, prima che avvenisse la separazione tra Sudamerica e Africa. I margini continentali attuali lungo l’oceano Atlantico meridionale, e la struttura del sistema del Rift occidentale africano, che si estende dalla Nigeria alla la Libia, forniscono indicazioni preziose sui processi di formazione dell’Africa e del Sudamerica attuali.

Christian Heine e Sascha Brune hanno cercato di capire perché la parte meridionale di questa enorme fratturat si sia evoluto in un bacino oceanico, mentre la sua parte settentrionale sia rimasta attaccata alla regione del Rift africano occidentale. “L’estensione lungo i cosiddetti sistemi di rift sud-atlantico e africano occidentale stava per separare la parte africana-sudamericana del Gondwana in parti quasi uguali secondo una direzione nord-sud, generando un Atlantico meridionale e un Atlantico sahariano”, spiga Brune. “In una drammatica deformazione tettonica, invece, una spaccatura formatasi lungo quello che è oggi il margine equatoriale dell’Atlantico ha prevalso sul rift dell’Africa occidentale, facendolo estinguere, evitando la spaccatura del continente africano e la formazione di un oceano Atlantico sahariano.

I complessi modelli numeri usati dai due geologi forniscono una spiegazione sorprendentemente semplice: quanto più grande è l’angolo tra l’orientamento del rift e la direzione della sua estensione, tanto maggiore è la forza necessaria a mantenere un sistema di rift. Il rift dell’Africa occidentale era orientato quasi ortogonalmente alla sua estensione verso ovest: quindi sarebbe stata necessaria una forza molto maggiore di quella del rift ‘concorrente’ dell’Atlantico equatoriale, che alla fine ha prevalso.

La ricerca tedesco-australiana non dà soltanto informazioni sulla storia geologica del nostro pianeta, ma potrebbe anche rivelarsi utile alla ricerca di materie prime ed energia. Infatti le zone di frattura e i margini continentali contengono vaste riserve di acqua e minerali. I modelli predittivi dell’evoluzione dei bacini di rift potrà orientare le iniziative sull’energia geotermica, e portare a metodi più eco-compatibili nell’industria estrattiva.

Crediti immagine: Lenny222, Martinvl, Wikimedia Commons

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