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Il futuro oscuro del solare sahariano

Here comes the sunATTUALITÀ – Quando un’impresa abbandona un consorzio di cui è stata la fondatrice, di certo non è un buon segno per l’avvenire del resto del gruppo. Quando poi, a quell’impresa, se ne aggiungono altre, il quadro diventa ancora più nero. È quanto è sta accadendo in questi giorni a Desertec, un ambiziosissimo progetto tedesco che prevede la costruzione di una filiera di pannelli solari nel deserto del Sahara, in vista di un successivo collegamento con i sistemi elettrici nordafricani ed europei. Il piano: produrre energia solare corrispondente al 20% dei bisogni elettrici europei entro il 2050. I costi: oltre 400 miliardi di euro. Progetto neocoloniale, secondo alcuni. Risorsa per il Nordafrica, secondo altri.

L’idea di ricavare energia pulita dai deserti, nata nell’ambito del Club di Roma nel 2003, si era concretizzata sei anni dopo nell’istituzione della Fondazione Desertec. Insieme a un gruppo di dodici imprese europee con in testa la tedesca Munich Re, e di cui fa parte anche Enel Green Power, Desertec aveva dato vita al consorzio Dii (Desertec Industrial Initiative). Nel 2011, il consorzio aveva firmato un memorandum d’intesa con Medgrid, un progetto multinazionale d’iniziativa francese, con scopi simili a Desertec – evidentemente creato dai francesi di fronte al pericolo di un’egemonia tedesca sul solare sahariano – al fine di formare l’ossatura della super-rete elettrica europea, che si spera possa collegare un giorno i paesi europei e nordafricani.

Ma nel luglio dell’anno scorso, piuttosto sorprendentemente, Desertec è uscita dal consorzio. In realtà lo sgretolamento era partito già prima, quando la Siemens, altro membro fondatore, si era ritirata nel dicembre 2012, poco dopo la Bosch, e dopo che un’altra impresa tedesca, la MAN Solar Millennium, era andata in bancarotta nel tardo 2011. Fino a quel momento, però, i ritiri non avevano destato particolare preoccupazione, perché le imprese tedesche erano state rimpiazzate da altre, svizzere e spagnole.

L’uscita di scena di Desertec a causa di dissapori sorti con altri membri del consorzio su questioni di governance aziendale e di scarsa comunicazione tra partner, fu invece un segnale forte, perché Desertec era appunto la compagnia che aveva lanciato l’idea del consorzio. Da allora, il progetto-pilota che il consorzio contava di lanciare in Tunisia è stato congelato. Pochissimi giorni fa anche la tedesca E.On, un altro dei maggiori soci del consorzio, ha abbandonato il progetto. Se è vero che, prima dell’uscita di E.On, si erano aggiunte altre imprese di caratura mondiale (per dirne due, la terza maggiore compagnia elettrica cinese e una grossa impresa saudita), è altrettanto vero che questo viavai, se anche non dovesse peggiorare le possibilità di riuscita del progetto, lo blocca in continuazione.

Il perché dello stallo è da rintracciare in una serie di fattori. In primo luogo, i requisiti finanziari particolarmente onerosi: le tecnologie di Desertec, gli impianti a concentrazione solare, costano, e tanto. In secondo luogo, complicazioni tecniche: per esempio, la difficoltà di creare una rete elettrica transcontinentale ad alta tensione e a corrente diretta, soprattutto tra paesi in cattivi rapporti diplomatici, come Algeria e Marocco. Inoltre, i critici hanno avvertito più di una volta che, di fronte alla crescita economica dei paesi africani, e ai conseguenti maggiori bisogni energetici, l’energia rimanente per l’esportazione in Europa sarebbe troppo limitata per giustificare i costi del progetto.

Un ulteriore fattore sono le tempistiche: la crisi economica globale si è unita al boom dei gas da argille statunitensi. Riassumendo all’osso il secondo fattore, l’enorme produzione americana avrebbe provocato indirettamente un abbassamento dei prezzi mondiali del gas. Poiché il solare sahariano, nel lungo termine, avrebbe sostituito proprio il gas nella produzione di elettricità, Desertec è diventato ancora più antieconomico di quanto già non fosse. Infine, il ritiro di alcune compagnie tedesche è stato anche stimolato dalle dichiarazioni post-Fukushima della cancelliera tedesca, Angela Merkel, che ha dichiarato che la Germania avrebbe avviato un processo di abbandono dell’energia nucleare. Una dichiarazione che ha sì spinto la Germania verso un ulteriore sviluppo delle rinnovabili, ma quelle nazionali. È il caso di Siemens e Bosch che, dopo il ritiro da Desertec, si stanno ora concentrando sui loro progetti solari tedeschi.

Se, come suggerisce la rivista Arabian Business, i paesi del Golfo potrebbero complementare i loro progetti nazionali di energia solare con una partecipazione a Desertec, per ora questa resta un’ipotesi. Nella situazione economica attuale, purtroppo, sembra difficile essere ottimisti riguardo a uno sviluppo ulteriore del progetto.

Crediti immagine: Wikimedia Commons

3 Commenti

  1. Ebbene si, qualcuno (forse più di qualcuno) scopre oggi che il solare, in tutte le sue forme, non è e non è mai stato economicamente conveniente. Si dovrebbe aggiungere che anche dal punto di vista delle emissioni di CO2 non lo è affatto: per bilanciare la CO2 emessa nei processi di fabbricazione delle celle FV non è sufficiente l’energia da essi prodotta in metà (o 3/4) della loro vita. Sarebbe sicuramente preferibile dedicare più risorse alla ricerca, scientifica e tecnologica, di nuove tecnologie per lo sfruttamento dell’energia solare. Nel frattempo, una tecnologia per la produzione di energia economicamente conveniente e realmente carbon-free sta per rilasciare sul mercato i suoi primi impianti. Fra qualche mese (meno di un anno) ne parleranno in molti.

  2. Ma l’Italia deve puntare sul solare distribuito. Resto convinto che con una buona legislazione in circa dieci anni l’Italia potrebbe avere un 25% dell’energia utilizzabile dal solare e nello stesso tempo dare inizio allo sviluppo e ricerca di tecnologie all’avanguardia.

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