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Allattamento materno e pediatra: un rapporto difficile

Senza arrivare ai casi di reato ora in cronaca, molti pediatri non incoraggiano l'allattamento al seno. Eppure...

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GRAVIDANZA E DINTORNI – La notizia è fresca di cronaca: 12 pediatri, per lo più di area toscana, sono stati sottoposti agli arresti domiciliari, insieme a 5 informatori scientifici e a un dirigente di un’azienda di alimenti per l’infanzia, con l’accusa di corruzione. In cambio di qualche regalo più o meno piccolo – dallo smartphone alla crociera – i medici, invece di promuovere l’allattamento al seno, avrebbero indotto le mamme dei loro piccoli assistiti a utilizzare latte artificiale. Se confermato, non è certo il primo caso in cui un medico antepone i vantaggi del suo portafoglio al lavoro secondo scienza e coscienza nel pieno interesse del suo paziente. E però, anche senza arrivare al reato e alla malafede, basta ascoltare i discorsi di qualche neomamma per rendersi conto che non sempre i pediatri sono disponibili a incoraggiare e a sostenere l’allattamento materno. Di questo comune atteggiamento, oltre che del fatto di cronaca e naturalmente dei benefici del latte di mamma e dell’utilità di quello artificiale abbiamo parlato con Riccardo Davanzo, pediatra responsabile del Nido e delle attività di promozione dell’allattamento materno dell’Irccs pediatrico Burlo-Garofalo di Trieste.

Dottor Davanzo, prima di tutto un commento a caldo sulla vicenda…
Se l’illecito verrà confermato è giusto che in qualche modo sia perseguito, ma non mi pronuncio sugli aspetti giuridici. Certo, se la notizia è vera, mi dispiace che ci siano colleghi così pronti a rinunciare alla promozione della salute per un beneficio personale di altro tipo. Il pediatra non ha il solo obiettivo di curare, ma anche quello di prevenire, e se c’è un intervento importante per la prevenzione, un vero investimento per la vita, questo è proprio l’allattamento materno. Non stiamo parlando solo di nutrizione, di qualità dell’alimentazione, ma anche di conseguenze a medio e a lungo termine del tipo di alimentazione fornita.

Quali sono gli effetti positivi del latte di mamma sulla salute del bambino?
Il primo, immediato, riguarda la migliore tolleranza digestiva. E del resto è naturale e intuitivo che sia così e cioè che il latte di un individuo della propria specie sia il più adatto per l’alimentazione di un bambino. Venendo alla prevenzione, ci sono ormai molti dati solidissimi che confermano come l’allattamento al seno riduca il rischio di SIDS, la morte in culla senza cause apparenti nel primo anno di vita del bambino, e, modulando positivamente il sistema immunitario, riduca anche il rischio di varie malattie come allergie, diabete, malattie infettive, leucemie e linfomi. Nel complesso, questo significa che, anche in un paese ricco e sviluppato come l’Italia, l’allattamento materno si associa a un minor rischio di morte per il bambino. Ovviamente, stiamo parlando di effetti statistici sulla popolazione: la protezione non è assoluta.

Da cosa dipendono tutti questi vantaggi?
Dal fatto che non si tratta solo di un concentrato di fattori nutritivi (grassi, proteine, zuccheri ecc.). Il latte umano comprende anche una ricca dotazione di fattori biologici – ormoni, anticorpi, cellule staminali – che i prodotti sostitutivi oggi in commercio, per certi versi pure ottimi, non riescono a riprodurre.

Ha parlato di staminali. Nel latte di mamma?
Esattamente. Si tratta di cellule materne immature, non differenziate, che vengono passate al lattante e si ritrovano circolanti nel suo organismo. Non sappiamo ancora esattamente se abbiano un ruolo e quale esso sia, ma si pensa che possano rappresentare una risorsa per la rigenerazione di cellule e tessuti nell’ambito di alcune malattie del bambino.

Può farci qualche esempio?
Prendiamo il caso dei bambini prematuri. Sappiamo che per molte malattie, come le retinopatie, l’esito è migliore se il bambino è stato nutrito con latte materno (o in generale con latte umano). Ecco, un’ipotesi è che questo accada anche grazie alle staminali del latte materno, che potrebbero andare in giro nel corpo del bambino, dando una mano a riparare tessuti danneggiati o a stimolare lo sviluppo di quelli immaturi. Altro esempio: i bimbi prematuri nutriti con latte materno tendono ad avere un quoziente intellettivo superiore, uno sviluppo neurocomportamentale più brillante, di quelli nutriti con latte artificiale. Ora, questo può dipendere da vari fattori, a partire dagli effetti positivi di alcune sostanze contenute nel latte (acidi grassi a lunga catena, oligosaccaridi, nucleotidi) sullo sviluppo del sistema nervoso. E potrebbero anche esserci effetti indiretti, per esempio dovuti a un diverso rapporto che si instaura con il proprio bimbo se viene allattato al seno. Però i migliori risultati di bimbi immaturi nutriti con latte materno potrebbero dipendere anche da un eventuale contributo delle staminali di mamma alla rigenerazione dei tessuti.

In un quadro del genere, quale ruolo per il latte artificiale?
Diciamolo subito, l’esigenza di sostituti del latte materno non è certo una novità, si accompagna da sempre alla storia umana, basti pensare al latte delle balie o a quello di animali. I sostituti oggi in commercio sono versioni più sofisticate e, pur essendo ancora lontani anni luce dal loro modello, sono ottimi. Quando utilizzarli? Be’, dipende da tanti fattori.

Partiamo da quelli medici…
Ci sono sicuramente delle condizioni – rare – in cui la donna non dovrebbe allattare. Per esempio, se è HIV positiva, perché corre il rischio di trasmettere il virus al figlio. O se sta assumendo farmaci assolutamente controindicati, per i quali non esistono alternative sicure. O, ancora, se ha in corso una patologia talmente grave da suggerire che sia meglio evitare lo stress metabolico causato dall’allattamento. Poi ci sono casi – anche questi abbastanza rari – in cui lo sviluppo della ghiandola mammaria non è adeguato e la donna non riesce a produrre latte. Succede di norma una volta su 1000, ma più spesso (due-tre volte su cento) può accadere che, anche in assenza di una vera e propria malformazione, altri fattori fisiologici ostacolino l’allattamento o l’allattamento esclusivo.

In gioco però non ci sono solo fattori medici…
Ovviamente no. Contano anche il comportamento, gli stili di vita, il contesto culturale, l’investimento che, per scelta o per altri condizionamenti, si fa sulla risposte da dare alle esigenze del bambino. Non è certo d’aiuto che l’allattamento venga socialmente considerato una perdita di tempo o un vizio. Ed effettivamente allattare in modo esclusivo può richiedere tempo e dedizione: ci sono bambini che nei primi mesi di vita hanno bisogno di essere allattati anche 12-15 volte al giorno: non è detto che la mamma riesca a sostenere questo ritmo. O che voglia farlo.

Il diritto alla scelta, ovviamente, è sacrosanto e nessuno lo mette in discussione. Però il sospetto è che non sempre questa scelta sia del tutto consapevole. E che non sempre, in un momento delicato e difficile come l’avvio dell’allattamento, le donne vengano sufficientemente sostenute. Anche dai pediatri.
È  vero. Spesso il pediatra (in questo caso la pediatra) incoraggiante è quella che ha allattato a sua volta, ma non dovrebbe essere così. Il sostegno e l’informazione sull’allattamento al seno, in quell’ottica di prevenzione di cui abbiamo parlato, dovrebbe riguardare tutti i pediatri. Che però spesso non sono, a loro volta, informati a sufficienza. E sappiamo bene che non si ama quello che non si conosce.

Da cosa dipende questo atteggiamento?
C’è sicuramente un limite dell’insegnamento universitario, che non si preoccupa affatto di formare  sull’allattamento, su come funziona e come si sostiene. Poi c’è un limite nella scala di valori dell’accademia pediatrica, dove molte discipline valgono più della nutrizione. Questo basta a far sì che alcuni pediatri, anche senza che ci siano dietro interessi economici, siano poco propensi a promuovere l’allattamento al seno. La considerano un’attività svilente e non un’altra faccia della propria professione. Così, capita che nei convegni le sessioni sull’allattamento materno siano molto meno frequentate di quelle, poniamo, sulla patologia respiratoria. Il ragionamento dietro queste scelte è semplice: “mi interessa di più saper curare la faringite che sapere come sostenere una mamma in allattamento. Tanto, se l’allattamento non funziona, c’è il latte artificiale”.

Serve insomma una rivoluzione culturale…
In alcuni paesi qualcosa sta cambiando, perché si comincia a capire che ci sono ricadute anche in termini economici. Negli Stati Uniti, per esempio, assicurazioni private come la Kaiser permanente investono molto nella formazione sull’allattamento dei propri associati pediatri perché sanno che la popolazione pediatrica allattata al seno è più sana.


Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   
Crediti immagine: Christine Rogers, Flickr

Valentina Murelli
Giornalista scientifica, science writer, editor freelance

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