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L’importanza dell’ozono nei modelli climatici

Questo gas serra svolge un ruolo importante nello studio del riscaldamento globale, ma spesso nelle previsioni è un grande assente

3927062424_ba6396a4f8_zAMBIENTE – Una recente analisi condotta da circa trecento scienziati ha stabilito che lo strato di ozono che circonda il nostro pianeta è in via di recupero. L’ozonosfera si sta lentamente ispessendo e potrebbe tornare ai livelli che erano stati riscontrati negli anni Ottanta. Ma con questa buona notizia sullo sfondo, gli esperti fanno notare che in realtà dell’ozono ci stiamo pian piano dimenticando. O meglio, lo fanno i modelli al computer tramite i quali si cerca di prevedere i cambiamenti climatici.

Questi modelli, spiega su Nature Climate Change un team di ricercatori dell’Università di Cambridge, giocano un ruolo cruciale nello studio del clima. Non solo per monitorarne gli sviluppi futuri ma anche per stimare gli effetti delle emissioni di carbonio sul pianeta. Ma tra la complessità stessa della Terra e il limitato potere computazionale che abbiamo a disposizione per ora, non è plausibile poter pensare di includervi ogni variabile esistente. Qualcosa va lasciato fuori, e di recente si è spesso trattato proprio del “fattore ozono”.

L’ozono, come importante componente della stratosfera, è estremamente importante nei meccanismi del cambiamento climatico. Eppure le modifiche alle quali va incontro vengono raramente tenute in considerazione nei modelli di previsione, oppure ci sono ma in maniera troppo semplificata. “Questi modelli sono l’unico strumento che abbiamo a disposizione per la previsione dell’impatto che il cambiamento climatico avrà in futuro sul pianeta”, fa notare Peer Nowack del Centre for Atmospheric Science di Cambridge, “perciò è di fondamentale importanza che siano il più accurati e scrupolosi possibile”. Trascurare l’ozono, dunque, può essere una carenza non da poco.

Oltre a proteggere la Terra dai raggi ultravioletti del Sole, l’ozono come gas serra è parte di una complessa rete chimica che è tutto fuorché slegata dalle modifiche nelle condizioni ambientali. I cambiamenti di temperatura e la circolazione atmosferica hanno un impatto sull’abbondanza dell’ozono, tramite quello che viene chiamato feedback chimico-atmosferico. Per quantificarlo gli scienziati di Cambridge (in collaborazione con l’Università dell’East Anglia, il National Centre for Atmospheric Science, il Met Office e l’Università di Reading) hanno confrontato la situazione climatica ai livelli di ozono pre-industriali, quelli considerati nei modelli attuali, con quella che risulterebbe dal quadruplicarsi dell’anidride carbonica nell’atmosfera.

Si tratta di un classico esperimento utilizzato per studiare il cambiamento climatico, ma in questo caso i risultati sono stati piuttosto differenti da quelli ottenuti da altri modelli -in cui l’ozono non era considerato allo stesso modo e non era libero di “evolversi”-. Ne è infatti emerso che, in un quadro simile, nel giro di 75 anni la temperatura globale superficiale (global surface temperature) vedrebbe una riduzione di 1°C. Una differenza dovuta ai cambiamenti del livello di ozono nella bassa stratosfera nei tropici, causati principalmente dalla circolazione atmosferica dovuta al cambiamento climatico.

“La ricerca ha dimostrato che la risposta dell’ozono può giocare un ruolo principale nel riscaldamento globale, e andrebbe considerata in maniera completa nei modelli”, spiega Nowack. “Certo sono modelli complessi, come lo è la Terra, e dovremmo includere un numero di processi diversi pressoché infinito. Molti devono essere semplificati per poterli inserire”, ma non è il caso dell’ozono, che andrebbe inserito in ogni modello. “Tutti quelli che abbiamo a disposizione ora mostrano che il riscaldamento è in atto e continuerà a esserlo, ma la differenza sta nel come e dove prevediamo si verificherà. Poter usare i migliori modelli possibili ci aiuterebbe a elaborare le policy più efficaci”.

@Eleonoraseeing

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   
Crediti immagine: NASA, Flickr

Eleonora Degano
Biologa di formazione, oggi giornalista e traduttrice freelance specializzata in zoologia, etologia e cognizione animale; collaboro soprattutto con l’edizione italiana di National Geographic e faccio parte della redazione di OggiScienza. Nel 2017 è uscito il mio primo libro «Animali. Abilità uniche e condivise tra le specie» pubblicato da Mondadori Università. Lo trovate qui ➡ http://amzn.to/2i2diPu

6 Commenti

  1. Fantastico, isn’t it?
    Continuiamo a fare catastrofismo sulla base di modelli matematici che, da quanto apprendo, NON sono risultati ripetibili all’applicazione pratica e, quindi, sarebbero errati!
    In funzione di questi (errati) riscontri, però continuiamo a demonizzare il clima ed alcune attività e così sperperiamo un’infinità di risorse per ottenere risultati del tutto fuorvianti.
    Ma, evidentemente, non è una “perdita” per tutti, mentre lo è certamente per i nostri simili che vivono nei Paesi sottosviluppati del pianeta e le cui primarie esigenze sarebbero, invece, la fame e le misere condizioni di vita. Ma sperperando un’infinità di risorse per inseguire fallaci ideologie, poi non resta nulla per affrontare questi veri grandi problemi dell’umanità.
    Fantastico vero? O forse non proprio e prima rinsaviamo e vi poniamo rimedio, meglio è, … per tutti (o quasi) !

  2. Perfettamente d’accordo. Così stanno le cose, tanti modelli matematici fantasiosi, tanti soldi, nessun risultato concreto. Meglio spenderli in monitoraggi diffusi per la raccolta di dati concreti e ricuperare il valore della sperimentazione.

  3. Sarebbe interessante qualche commento di Sylvie Coyaud sul tema, per aiutarci a capire se è utile ed opportuno continuare ad inseguire teoremi invece di focalizzare ed impiegare le risorse nella ricerca sperimentale e tecnologica.

    1. Per un’interessante riflessione ed analisi sul tema dell’Ozono, suggerisco di andare a cercare un interessante articolo (che non riesco a riprodurre qui sotto) scritto sul:

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